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Ramo di mandorlo in fiore, Vincent Van Gogh, 1890

Si dice che la poesia non faccia cronaca, caso mai curiosità. Sono caso mai gli organi d’informazione (quelli che con un brutto termine in parte inglese e in parte latino vengono chiamati massmedia) ad ignorarla, o quasi. Forse considerano noi poeti dei sopravvissuti, degli strani esemplari di una specie sopravvissuta alla morte della poesia. Ma già verso la fine dell’Ottocento Antonio Labriola prevedeva l’imminente morte della poesia: riteneva che nella società industriale capitalistica non ci fosse più nulla che potesse ispirare i poeti.

C’è da dire però che autore della poesia non è il mondo, non è la società, ma l’uomo stesso, preso nel suo intimo, nel suo singolo, nella sua piccola sfera di privato. Il mondo, la società, la storia, la vita, sono scenari e non attori. Il tramonto della poesia implica lo snaturamento dell’uomo, la sua robotizzazione, una mutazione straordinaria quindi paragonabile solo a quella che ha dato origine all’umanità.

L’uomo anche al giorno d’oggi è ancora lontano dalla pura razionalità e dalla totale conoscenza di sé stesso e dell’universo, perciò continua e continuerà ancora a lungo a stupirsi del mondo delle cose e a incuriosirsi e fantasticare.
Finché ci saranno i filosofi, è stato scritto, ci saranno anche i poeti. Poeti e filosofi hanno in comune lo stupore, la curiosità e l’ansia di ricerca per ciò che li circonda, ognuno naturalmente col suo metro d’osservazione e col suo linguaggio.

Si è scritto tanto, tantissimo, a proposito e a sproposito, sulla poesia. Il che significa comunque che, fin che si scrive di qualcosa, quel qualcosa conta. Benedetto Croce aveva scritto che chi scrive poesia dopo i diciotto anni o è un cretino oppure un poeta. Salvo poi ricredersi, e scrivere trattati interi proprio sulla poesia e la sua importanza nella storia dell’uomo.

La grande poetessa statunitense Emily Dickinson aveva dato una definizione quanto mai forte sulla poesia, che dovrebbe essere letta e meditata: “Se leggo un libro e tutto il mio corpo diventa così freddo che nessun fuoco può scaldarlo, so che è poesia. Se mi sento, materialmente, come se mi avessero levato la calotta cranica, so che è poesia. Per me, sono gli unici modi di riconoscerla.”

Un’altra forte ma simpatica definizione di ciò che s’intende per poesia ce l’ha data il filosofo Montaigne: “Si può fare lo stupido dappertutto, ma non nella poesia”, così come Giambattista Vico, che affermava che “il più sublime lavoro della poesia è alle cose insensate dare senso e passione”.

Il poeta inglese Keats aveva scritto che “se la poesia non nasce con la stessa naturalezza delle foglie sugli alberi, è meglio che non nasca neppure”; e questo dovrebbe essere un atto d’accusa verso un certo tipo di poesia d’oggigiorno progressista, ostentatamente intellettualoide, costruita a tavolino, cerebrale, criptica, incomprensibile al lettore.

Ma la descrizione più poetica della poesia ce l’ha lasciata Giovanni Pascoli, nei Canti di Castelvecchio, là dove dice:
Io sono la lampada ch’arde / soave! / (….) lontano risplende l’ardore / mio casto all’errante che trita / notturno, piangendo nel cuore, / pallida via della vita: / s’arresta: ma vede il mio raggio, / che gli arde nell’anima blando: / risplende l’oscuro viaggio / cantando.

Il poeta, il vero poeta, riesce ad estrarre come parola, come un insieme di parole, in un susseguirsi di versi, dal mondo dei sentimenti e da quello delle cose, l’immagine del mondo che c’è dentro di noi, e che solo lo sguardo in noi riesce a vedere.

Ha scritto Vincenzo Cardarelli:
Morire sì, / non essere aggrediti dalla morte. / Morire persuasi / che un siffatto viaggio sia il migliore. / E in quell’ultimo istante essere allegri / come quando si contano i minuti / dell’orologio della stazione / e ognuno vale un secolo. / Poi che la morte è la sposa fedele / che subentra all’amante traditrice / non vogliamo riceverla da intrusa, / né fuggire con lei.

Un termine disusato, sguardare, indicava questo guardare attento, curioso, meditativo: il guardare del poeta, del pittore, dello scultore, e anche del filosofo e del mistico. Lo scultore libera l’immagine estraendola da un blocco di marmo, il poeta libera la parola, le dà luce, forza, significanza, le dà la cornice della metafora, che dà alla parola stessa volti diversi.
Poeta, pittore e scultore fanno metafora di ciò che vedono o sentono, e noi riusciamo a riconoscere nella loro opera questo sguardo dentro di sé che vi hanno lasciato come testimonianza, come chiave di lettura e d’interpretazione. Come sensibilità sono tutti poeti, poeti della penna e poeti del pennello e dello scalpello.

Il poeta e l’artista viaggiano dunque in parallelo, un viaggio coi suoi arrivi e le sue partenze, lungo, perché gli sguardi sono infiniti e continueranno ad accompagnare la vita dell’uomo.


Autore dell’articolo: Italo Bonassi
Sito web: La casa di Calliope

Poeta, saggista, critico, giornalista pubblicista e operatore culturale, Presidente del Gruppo Poesia 83 di Rovereto (TN) e direttore responsabile dei Quaderni, bimestrale di poesia e critica poetica. Membro di varie associazioni culturali e di diverse giurie di Premi Letterari nazionali, ha fondato e presiede il Premio Nazionale di Poesia La Rondine, quest’anno giunto alla sua XVI edizione.

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