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Il bambino di Noè, Eric-Emmanuel Schmitt, Rizzoli, 2004, 124 p.

Il bambino di Noè, Eric-Emmanuel Schmitt, Rizzoli, 2004, 124 p.

Filosofo, drammaturgo e scrittore, Eric Emmanuel Schmitt è tra gli autori francesi più affermati degli ultimi tempi. In Italia è conosciuto soprattutto per il libro ‘Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano’, da cui è stato tratto un film con Omar Sharif nel ruolo del protagonista. Schmitt ha però scritto molte novelle e romanzi di successo, di cui mi limito a citare Odette Toulemonde, Piccoli crimini coniugali, La sognatrice di Ostenda, La mia storia con Mozart. Un accenno lo merita anche il fantastorico “La parte dell’altro”, dove l’autore si è divertito a rielaborare l’immagine e la personalità di Hitler sulla base di un percorso esistenziale alternativo, completamente diverso da quello che è passato alla Storia. Una trama inusuale e a suo modo anche bizzarra, che però fa riflettere.

Ma ora vorrei soffermarmi su questo racconto tanto breve quanto intenso, capace di far vibrare le corde più profonde del cuore. Ambientato nel Belgio occupato dai nazisti durante la seconda guerra mondiale, narra delle vicissitudini di un ragazzino ebreo, un certo Joseph Bernstein, che dopo essere scampato per miracolo alle deportazioni trova rifugio nel collegio gestito da Padre Pons. Quest’ultimo è un personaggio veramente singolare, perché non si limita a salvaguardare le vite umane degli ebrei ma si preoccupa anche di preservarne il retaggio storico e culturale, elevandosi al di sopra delle ataviche divergenze che hanno sempre contrapposto il cristianesimo all’ebraismo. Padre Pons infatti, pur essendo cattolico, custodisce nella cappella sotterranea della chiesa una “collezione” di libri e oggetti sacri di tradizione ebraica, alla maniera di un resuscitato Noè che tenta di proteggere dal “diluvio nazista” non solo i bambini ebrei – come appunto Joseph – ma anche le loro origini, le loro personali credenze, in altre parole la loro “identità”. La figura di questo Padre e la cripta segreta richiamano quindi alla mente le mitiche figure di Noè e l’Arca, destinate a salvaguardare un mondo in dissoluzione attraverso lo straordinario potere della conservazione. E infatti il ragazzino scoprirà, raccogliendo e perpetuando nel tempo il lascito di tale missione, che non è la prima volta che il sacerdote salva e custodisce tutto ciò che gli uomini tentano di distruggere e di far dimenticare.

Schmitt narra questa vicenda con la freschezza di un bambino, con uno stile leggero e scorrevole, di facile approccio per ogni tipo di lettore. Ma la profondità dei contenuti è tale che ad ogni pagina si prova una sottile commozione, a cui è impossibile resistere. Perché questa storia, così tremendamente vera nella sua semplicità espositiva, è un autentico inno ai valori umani della solidarietà e dell’amicizia, e nel contempo una condanna contro ogni forma di razzismo e di intolleranza religiosa. Non è la prima volta che l’autore mette in atto delle delicate e suggestive incursioni nel mondo dell’infanzia; anche nel breve romanzo “Oscar e la dama in rosa” il protagonista è di nuovo un bambino coraggioso, che attraverso l’esperienza di una grave malattia e la presenza costante di una splendida figura femminile arriva a comprendere a fondo il valore e la bellezza della vita, forse in misura maggiore di quanto potrebbe fare un adulto nella sua stessa condizione.

Durante un’intervista Schmitt ha detto di amare l’infanzia <<… perché è un’età che potremmo definire “filosofica”. Che cos’è la filosofia se non lo stupirsi, il meravigliarsi, il porsi delle domande. E l’infanzia è un’età di meraviglia, stupore e domande. Più tardi quando diventiamo adulti, siamo più stupidi, abbiamo delle risposte. E, invecchiando, ci rendiamo conto che queste risposte sono solo delle risposte e allora diventiamo più umili e si guadagna in saggezza e si torna all’infanzia.>>
Come non potergli dare ragione? Un modo di pensare che per alcuni aspetti mi ricorda quello di Jostein Gaarder, l’autore di Il mondo di Sofia e L’enigma del solitario, libri che arricchiscono non solo la mente ma anche l’anima e che consiglio a tutti come letture alternative, piacevoli e scorrevoli ma nello stesso tempo dense di significati, da alternare a romanzi più pesanti e impegnativi.

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