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Assandira, Giulio Angioni, Sellerio, 2004, 239 p.

Assandira, Giulio Angioni, Sellerio, 2004, 239 p.

Un libro che mi è capitato tra le mani per caso, un autore sardo che non conoscevo. In realtà l’unico scrittore sardo che ho letto finora, ma non mi dispiacerebbe scoprirne altri. La trama è molto particolare e fuori dall’ordinario, sembra quasi un giallo ma non è un giallo, anche perché l’intento di Angioni, docente di antropologia culturale all’Università di Cagliari, era probabilmente quello di indagare le difficoltà di integrazione tra passato e presente, tra vecchio e nuovo, tra un padre e un figlio separati da differenze d’età, mentalità e cultura, seppure in forma romanzata.

La storia inizia con un incendio devastante che distrugge Assandira, un agriturismo che prende il nome dal ritornello di un’antica nenia sarda. Tra le ceneri, sotto la pioggia, rimane solo il vecchio Costantino, distrutto dal dolore per la perdita del figlio Mario. Chi sarà stato e per quale motivo a causare questo incendio, la cui natura dolosa è confermata dalle indagini degli inquirenti? L’agriturismo era stato allestito da Mario e dalla sua compagna Grete, un’avvenente e intraprendente danese, per offrire ai turisti la possibilità di una vacanza alternativa. In questo luogo, ricostruito secondo i criteri tradizionali più rigidi, veniva simulata quotidianamente una parodia dell’antico mondo pastorizio per il divertimento dei vari ospiti facoltosi. Questi potevano infatti assistere alla mungitura, al parto e all’accoppiamento degli animali, oltre che gustare le pietanze di un tempo servite da un personale in costume.

Anche il vecchio Costantino, nonostante la ritrosia iniziale, era stato convinto dal figlio a prender parte a questa specie di sceneggiata, indossando gli abiti da pastore smessi da tempo. L’anziano padre rimaneva comunque perplesso, non riusciva a capire perché il mondo pastorale avrebbe dovuto adeguarsi ai turisti e alle loro esigenze stravaganti, all’assurdità di persone disposte a pagare per vedere messo in scena questo teatrino. Colto dal dubbio, spesso si chiedeva: «Com’è possibile che uno se ne venga proprio qua, su questi nostri colli abbandonati, per divertirsi a vedere fare il lavoro del pastore, maledetto sia, non l’auguro a nessuno. » Un lavoro, infatti, che lui aveva fatto per più di cinquant’anni, e «… se si è divertito, qualche volta, è stato quando ha potuto smettere di farla la fatica del pastore, sempre dietro all’erba e all’acqua, attento alle direzioni del vento, a tutte le intemperie, al sole e agli astri della notte, al giro delle ombre, fino da bambini quando s’imparava la catena dell’anno a menadito, come scegliere un luogo buono per riparo, sfruttando forre e querce cave, un anfratto, una grotta, un rudere antico. Mandorle amare.»
Ma alla fine, per amore del figlio, Costantino cede alle pressioni e si adegua, anche se «dare corpo e panni all’ambiguo dell’esotico» lo fa sentire a disagio, perché non gli sembra giusto mettere in forma di caricatura quella che è stata la sua onesta vita di pastore. Tutto gli appare fittizio, farsesco e moralmente degradante, al contrario dei due giovani che ci vedono solo un’occasione per fare dei lauti guadagni.

In sostanza questa storia, anche se per certi versi estremizzata, si rivela interessante per lo sfondo psicologico su cui giocano le differenze tra una generazione e l’altra. Sono problematiche di confine, dove la nuova mentalità tenta di avanzare con prepotenza mentre quella vecchia stenta a cederle il passo. Per Costantino si tratta di dover conciliare la Sardegna tradizionalista e arcaica, rappresentata dai suoi ricordi, con quella moderna a sfondo turistico ispirata dall’animo imprenditoriale del figlio. Ma quella di Mario è una visione progettuale troppo azzardata e innovativa, che non ha fatto bene i conti con la sensibilità dell’anziano genitore. Una sensibilità che peraltro viene ulteriormente turbata da una richiesta inusuale e imbarazzante, anche se tecnologicamente avanzata, di cui lascio al lettore il piacere – si fa per dire – della scoperta.

Una vicenda per certi versi grottesca ma che però fa riflettere, visto che tende a mettere in dubbio la necessità di doversi sempre adeguare alla vita moderna, ai mutamenti culturali portati dal tempo, soprattutto se questi impongono all’individuo una scelta fra l’essere e l’apparire. Durante la lettura, anche se per certi versi ci si sente attratti dalle idee innovative del giovane, si riescono a capire molto bene anche le perplessità del vecchio, che dopo una vita di intenso lavoro si ritrova a interpretare la macchietta di se stesso. Una messinscena goffa e ridicola che gli pesa sempre più sulle spalle, fino a cancellargli ogni vago convincimento inziale. Una saldatura tra vecchio e nuovo che si rivela forzata e insidiosa, seguita da una serie di effetti collaterali devastanti.

Antropologo e scrittore, autore di numerosi articoli e saggi che trattano delle tradizioni popolari e culturali della Sardegna, Giulio Angioni (Guasila, 1939) è annoverato tra i maggiori esponenti della Nuova letteratura sarda, al pari di Salvatore Niffoi, Marcello Fois, Michela Murgia e diversi altri. Tra le sue opere narrative più apprezzate figurano L’oro di Fraus (1988), Il sale sulla ferita (1990), Il mare intorno (2003), Le fiamme di Toledo (2006), La pelle intera (2007).

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