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Palomar libro

Palomar, Italo Calvino, Mondadori, 2002, 118 p.

La gobba dell’onda venendo avanti s’alza in un punto più che altrove ed è di lì che comincia a rimboccarsi di bianco. Se ciò avviene a una certa distanza da riva, la schiuma ha il tempo d’avvolgersi su se stessa e scomparire di nuovo come inghiottita e nello stesso momento tornare a invadere tutto, ma stavolta spuntando da sotto, come un tappeto bianco che risale la sponda per accogliere l’onda che arriva. Però, quando ci s’aspetta che l’onda rotoli sul tappeto, ci si accorge che non c’è più l’onda ma solo il tappeto, e anche questo rapidamente scompare, diventa un luccichio d’arena bagnata che si ritira veloce, come se a respingerlo fosse l’espandersi della sabbia asciutta e opaca che avanza il suo confine ondulato.

Ogni volta che leggo questo passo mi immagino lo scrittore seduto in riva al mare mentre osserva con attenzione l’onda in arrivo, pronto ad annotare su un block-notes tutte le variazioni dinamiche e cromatiche dei flutti… Poi mi chiedo per quante ore o giorni Calvino-Palomar sarà rimasto lì seduto nella sabbia, con la penna in mano e il sole sulle spalle, per scrivere quello che ha scritto. E pensando ad altri episodi del libro, che descrivono in modo particolareggiato gli amori delle tartarughe, i fischi dei merli, l’andatura delle giraffe, le costellazioni del cielo o la pancia di un geco, mi viene di nuovo da domandarmi per quanto tempo lo scrittore sarà stato ad osservare e finanche ascoltare tutte queste meraviglie del creato in ogni loro più piccolo aspetto, prima di descriverle così accuratamente.
Se questo non è un calarsi con tutti gli organi di senso nella realtà circostante per poi riportare sulla carta ogni più piccola percezione, non so cos’altro potrebbe essere. Se questa non può essere considerata “narrativa” nel senso più alto e nobile del termine, vuol dire che non abbiamo ancora capito nulla di questa difficile arte, a cui neppure una delle nove Muse, forse per un problema di anticipazione sui tempi, ha mai riservato un particolare riguardo. Dico questo perché ogni tanto mi capita di incrociare chi storce il naso al solo sentire il nome di Calvino, e anche se sono una persona dalle vedute ultra liberaliste, sempre disposta ad ascoltare e valutare i punti di vista altrui, nel suddetto caso la diffidenza o l’ignoranza nei confronti di questo grande autore stento proprio a comprenderla. Bisogna anche dire, nel pieno rispetto dei gusti e delle esigenze di ognuno, che per alcune persone è preferibile leggere romanzi alla moda o poco impegnativi piuttosto che occupare la mente con letture che non si limitino solo a far passare il tempo ma che spingano anche a pensare, scavare, riflettere, e che alla fine lascino qualcosa dentro.

Ma torniamo ora alla Lettura di un’onda del signor Palomar, che non a caso prende il nome da un famoso osservatorio astronomico della California.
Il nostro personaggio, che fissa sempre lo sguardo su ogni cosa con la speranza di cogliervi un’armonia tra tanti dilaniamenti e stridori, si trova in riva al mare e sta osservando i movimenti di un’onda. Non la contempla, la guarda e basta: la vede spuntare da lontano, crescere, avvicinarsi, cambiare forma, avvolgersi su se stessa, rompersi e svanire. La vuole cogliere in ogni suo aspetto, in modo dettagliato e preciso, ma ben presto si accorge che è difficile isolare un’onda da quella che la segue e da quella che la precede, che è impossibile osservarla senza tener conto di tutti quegli aspetti complessi che la formano e di quelli altrettanto complessi a cui essa dà luogo. Per averne infatti un quadro visivo completo e ben definito bisognerebbe prendere in considerazione anche altri fattori, come ad esempio <<le spinte in direzioni opposte che in una certa misura si controbilanciano e in una certa misura si sommano, e producono un infrangersi generale di tutte le spinte e controspinte nel solito dilagare di schiuma.>> Ma questa è un’operazione impossibile, un tentativo di padroneggiare la complessità del mondo che si rivela frustrante e porta solo al fallimento. Così la visione dell’onda, invece di risultare un piacevole rilassamento, diventa per Palomar una fonte di inquietante nervosismo.

Continuando a sfogliare le pagine del libro, ci ritroviamo poi a seguire altre osservazioni di questo strambo personaggio così taciturno e solitario, che sembra fatto solo di pensiero, portato alla riflessione più che allo scambio sociale con gli altri. Riflessioni che hanno l’aria di vere e proprie peregrinazioni filosofiche, visto che ci conducono verso luoghi e aspetti diversi dell’esistenza attraverso un metodo di approccio che, partendo sempre dall’analisi delle singole parti, tenta spasmodicamente, ma girando inutilmente a vuoto, di raggiungere una rappresentazione della realtà il più possibile fedele e completa. In altre parole, quello di Palomar è un tentativo di discernere i fenomeni più piccoli della natura con il fine di classificarli e incasellarli in un infinito catalogo di modelli universali, che possa poi essere sempre valido e applicabile in ogni momento alla realtà circostante. E forse – come scrive Calvino – è anche per rintracciare il filo del discorso che scorre là dove le parole tacciono, che egli tende l’orecchio al silenzio degli spazi infiniti o al fischio degli uccelli, e cerca di decifrare l’alfabeto delle onde marine o delle erbe d’un prato.

Quando Palomar, nell’episodio intitolato Il prato infinito, si inginocchia nel giardino di casa con l’intento di distinguere i fili d’erba buoni dalle erbacce da estirpare mediante dei calcoli assurdi e astrusi, ad un certo punto è costretto a demordere, ad ammettere che non è possibile percepire e gestire la realtà del prato in tutta la sua molteplicità… Così, stremato da tutto questo inutile lavorio mentale, decide di cambiare l’oggetto dei suoi pensieri:
<<Palomar s’è distratto, non strappa più le erbacce, non pensa più al prato: pensa all’universo. Sta provando ad applicare all’universo tutto quello che ha pensato del prato. L’universo come cosmo regolare e ordinato o come proliferazione caotica. L’universo forse finito ma innumerabile, instabile nei suoi confini, che apre entro di sé altri universi. L’universo, insieme di corpi celesti, nebulose, pulviscolo, campi di forze, intersezioni di campi, insiemi di insiemi…>> Ma questa seconda fase, fallita la prima, non può avere successo, visto che il nostro personaggio ricade subito nell’insana abitudine di calcolare, ripartire e catalogare.

Allo stesso modo, nel brano Il museo dei formaggi, trovandosi il signor Palomar all’interno di un negozio parigino non può fare a meno di pensare a una possibile classificazione dei caci a seconda della loro forma, della consistenza, degli ingredienti presenti nella pasta o nella crosta, e così via. Ma non basta, ha pure bisogno di pensare che <<dietro ogni formaggio c’è un pascolo di un diverso verde sotto un diverso cielo: prati incrostati di sale che le maree di Normandia depositano ogni sera; prati profumati d’aromi al sole ventoso di Provenza; ci sono diversi armenti con le loro stabulazioni e transumanze; ci sono segreti di lavorazione tramandati nei secoli.>> Insomma, questo incallito scrutatore dall’animo filosofico viene di nuovo colto dal bisogno impellente di cercare svariate correlazioni per creare un sistema di modelli da applicare alla realtà; un tentativo destinato come sempre a fallire proprio nel momento in cui sembra quasi giungere ad una soluzione. Quando poi si rende finalmente conto che tutto ciò che avviene nel mondo succede anche senza l’ausilio di questi modelli assoluti che tenta continuamente di elaborare, allora rinuncia volontariamente ad ogni proposito di attuarli per poi cadere in uno stato di momentanea frustrazione.

E che dire della lunga descrizione della Luna di pomeriggio, che richiama alla mente di Palomar l’immagine di un’ostia trasparente o di una pastiglia mezzo dissolta, o dell’altrettanto articolato L’occhio e i pianeti, dove lo stesso scruta con un telescopio Marte, Saturno e Giove elucubrandoci sopra come al suo solito, per poi la notte seguente tornare sul terrazzo a rivedere i pianeti ad occhio nudo: << … la grande differenza è che qui è obbligato a tener conto delle proporzioni tra il pianeta, il resto del firmamento sparso nello spazio buio da tutti i lati, e lui che guarda, cosa che non succede se il rapporto è tra l’oggetto separato pianeta messo a fuoco dalla lente e lui soggetto, in un illusorio faccia a faccia. Nello stesso tempo egli ricorda di ciascun pianeta l’immagine dettagliata vista ieri sera, e cerca di inserirla in quella minuscola macchia di luce che perfora il cielo. Così spera di essersi appropriato veramente del pianeta, o almeno di quanto d’un pianeta può entrare dentro un occhio.>>

Ci sarebbe da scrivere un post per ogni singola vicenda che coinvolge questo telescopio umano vivente, da quelle vacanziere a quelle cittadine, da quelle legate a viaggi fino a quelle, bellissime, sulle meditazioni. Impossibile esprimere l’incantevole bellezza di questo libro in un unico articolo. Quelle di Palomar sono delle continue sfide intellettuali che si concludono tutte, prima o poi, con la sconfitta del metodo di fronte alla realtà. Ma il nostro eroe non si arrende mai di fronte a dubbi e fallimenti, superata la fase dello scoramento è sempre pronto a ricominciare. Ogni volta che l’esito di un tour mentale volge al fallimento, ne fa saltare di proposito le basi impiantandone di nuove, fa cascare il castello delle precedenti ipotesi per poi ricominciare subito a battere altre strade, a seguire un altro corso di pensieri. E noi con lui, rapiti e affascinati da tanta ardita e stravagante ostinazione. Perché in fondo sentiamo che Palomar è un personaggio che ci rappresenta, visto che – come spiega Calvino – tenta continuamente di raggiungere passo dopo passo la saggezza, anche se non ci è ancora arrivato.

A questo punto, vista anche la stagione vacanziera, mi verrebbe da consigliarvi di lasciar perdere altre letture più frivole per calarvi senza indugio nell’osservatorio fantastico del signor Palomar, magari mentre vi trovate seduti sulla spiaggia nell’attesa di osservare il movimento di un’onda.

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