Causa di forza maggiore

Causa di forza maggiore, Amélie Nothomb, Voland, 2009, 114 p.
Causa di forza maggiore, Amélie Nothomb, Voland, 2009, 114 p.

Ho aperto questo blog per parlare soprattutto delle letture che ho gustato con piacere, ma credo sia giusto parlare ogni tanto anche di quelle che mi sono rimaste sullo stomaco. Stavolta proprio non ci siamo con Amélie Nothomb: la storia inizia in modo avvincente ma poi, nel giro di poche pagine, si arena in una situazione banale e ripetitiva. Sorvoliamo pure sull’immagine della copertina, benché fuorviante visto che non corrisponde per niente al contenuto del romanzo, ma per tutto il resto bisogna avere il coraggio di stendere un pietoso velo, ammettendo che questo libro non è tra i parti migliori della geniale scrittrice.
Per farla breve, la vicenda tratta di un certo Baptiste Bordave, che dopo una strana conversazione avuta con un anonimo interlocutore, che verteva sulle eventuali contromisure da adottare nel caso in cui ci si trovasse con un perfetto sconosciuto che ci muore in casa, si ritrova il giorno dopo a dover affrontare proprio una condizione simile… Un signore suona infatti a caso, o forse non accidentalmente, il suo campanello, e con la scusa di un guasto all’automobile gli chiede di poter fare una telefonata. Ma mentre compone il numero  viene colpito all’improvviso da un infarto, si accascia e subito muore.
A questo punto, dopo lo sgomento iniziale, a Baptiste si aprono due possibilità: chiamare l’ambulanza e la polizia, con il timore però, memore della conversazione avuta la sera precedente, di dover subire sospetti e lunghe indagini da parte degli inquirenti, oppure trasformare questo fatto inaspettato in un’occasione per cambiare completamente vita, rubando l’identità a un defunto che, altrettanto casualmente, gli assomiglia per corporatura e aspetto. Un vero e proprio salto nel vuoto “per conoscere l’ebbrezza del mare aperto”, con una caduta però su cuscini morbidi e confortevoli, visto che il pacchetto omaggio comprende anche una villa da favola, una splendida Jaguar e una moglie giovane e carina. Il morto era infatti un ricco signore svedese dal passato ambiguo e pieno di ombre, con probabili e possibili agganci nei servizi segreti, anche se tale situazione non viene mai chiarita a sufficienza nel corso del romanzo.

La nuova vita di Baptiste viene quindi anche turbata da momenti di dubbio e inquietudine, perché non può fare a meno di chiedersi se tutto quello che è successo sia dipeso da una pura coincidenza o da un complotto ordito a suo danno.
“Vivere con una spada di Damocle in perenne bilico sulla testa aiuta a mantenere la felicità in quello stato convulso che la triste tranquillità sottrae alla gente senza storia”, scrive ad un certo punto l’autrice. E in effetti il protagonista trascorre le sue giornate all’interno della sontuosa villa nell’ozio e nella beatitudine più totali, sorseggiando champagne dalla mattina alla sera, e trasalendo solo di tanto in tanto al pensiero che qualcuno là fuori, oltre la siepe del giardino, potrebbe spiarlo, scoprire la messinscena o addirittura attentare alla sua vita… Una spada di Damocle che, a conti fatti, invece di stimolarlo a prendere dei seri provvedimenti lo spinge ad immergersi ancora di più nei vizi e nei piaceri di una vita lussuosa che gli è capitata tra capo e collo “per causa di forza maggiore”, facendolo crogiolare ad aeternum in una falsa identità che ha tutti i contorni di un sogno favoloso e ovattato. Una prigione dorata, in altre parole, dove le bollicine di Veuve Clicquot riempiono attimo dopo attimo il calice di un’esistenza che, se prima era piatta e mediocre, ora è diventata ancora più insensata con tutti questi vezzi così effimeri e melensi. Insensata per noi lettori, soprattutto per quelli che non si accontentano di svolte troppo facili e scontate, ma non evidentemente per il protagonista, che in mezzo a tanta vuota abbondanza si sente felicemente brillo accanto ad una bionda anoressica altrettanto alticcia, fino ad un finale poco convincente, con alti e bassi che deludono per estro e inventiva.

Insomma, che altro dire di questo libro? É una storia non solo priva di mordente e sarcasmo, ma anche sprovvista di implicazioni psicologiche, filosofiche o letterarie di qualsiasi genere. I dialoghi non coinvolgono e non appassionano, talvolta sembrano addirittura scritti con finalità riempitiva. C’è un’illusione di suspense che alla fine non porta a nulla, un senso di immobilità e staticità che diventa quasi opprimente. Ma nonostante questo si va avanti fino all’ultima pagina, perché l’autrice è comunque abile nel mantenere sempre vivo un filo di attenzione, e anche perché si spera, nella propria ingenua illusione di fan adoranti, di imbattersi all’improvviso in un colpo di scena stupefacente che cancelli in un attimo tutta la sofferenza patita nella lettura.
La Nothomb ci aveva viziati dandoci in pasto cose più complesse e appetitose, basta pensare ad opere come Igiene dell’assassino, Cosmetica del nemico, Acido solforico e Le catilinarie, dove il suo abituale sarcasmo arriva a sfiorare le vette più alte, pure valicando rilievi impervi e bizzarri. Ma in questo misero romanzetto, che si legge in meno di un’ora, il suddetto sarcasmo non raggiunge neppure la sommità di una collina. Questa volta l’ironia e il cinismo, la nostra cara Amélie, se li è persi proprio per strada. Ok, non ha trascurato di tirare in ballo alcune delle solite tematiche che la caratterizzano, come ad esempio la questione dell’identità e dell’imprevisto che stravolge il quotidiano, ma tutto all’insegna di una piattezza narrativa che non ha uguali e senza spunti riflessivi di autentico interesse.

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24 pensieri su “Causa di forza maggiore

  1. A volte può capitare… mah… un libro meno felice… ma mi sembri parecchio delusa e mi fido, finora ci hai sempre azzeccato, per quello che ho potuto constatare. [A proposito, sono al secondo capitolo de “Il cardillo addolorato” della Ortese. Per fare un esempio] Tornando a noi, leggerti mi fa pensare a quanti autori ci possano essere che siano costretti o meno a mantenere viva l’attenzione su di se, pubblicando… possibile che il nome a volte non salvi e molto probabilmente questo è uno di quei casi, perché la Nothomb ha un nome -diciamo – pesante. Magari era meglio non pubblicarlo, questo libro. Sarei curiosa di conoscere il processo che ha portato alla sua stesura, forse il suo racconto sarebbe più avvincente del risultato pubblicato dalla scrittrice. Chissà. Ok basta con le mie elucubrazioni 🙂 da come lo descrivi comunque non lo leggerei, però uno sguardo in libreria lo darò comunque.

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    1. Le tue garbate elucubrazioni sono sempre ben gradite 😉 La mia opinione sul libro è ovviamente strettamente personale, poi è giusto che ognuno sperimenti di persona se questa storia possa piacergli o meno. Ci saranno certamente dei lettori a cui sarà piaciuta moltissimo, non lo metto in dubbio. Ma per me, essendone rimasta delusa, è veramente inevitabile confrontarla criticamente con altre opere della Nothomb, visto che ho letto quasi tutto di questa scrittrice. No, non credo assolutamente che il nome di un autore, per quanto famoso, possa sempre salvarlo da ciò che decide di dare alle stampe… sono infatti convinta che quella che viene premiata, alla fine, è sempre e soltanto la qualità dell’opera. Premiata nel senso che rimane impressa per sempre nella memoria collettiva, e non tanto i termini di riscontro economico. Ci sono infatti libri orrendi che hanno venduto, e che purtroppo ancora vendono, moltissimo.

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      1. Aneddoto en passant… una ragazza che ora ho perso di vista mi disse di aver letto con grande trasporto “50 sfumature di grigio”. Non mi esprimo sul libro, ti dico solo che è già eccessivo definirlo tale. Insomma, visto che i pareri sono pareri e io quella roba non l’avevo nemmeno sfogliata (poi ho constatato) le ho chiesto perché le fosse piaciuto tanto. Non mi ha nemmeno saputo rispondere, e non è che si vergognasse della tematica. Non lo sapeva proprio. “Eh, mi è piaciuto… non lo so…”

        Per cui:

        1- Tieni strette le tue opinioni, salvo cambiarle… almeno vuol dire che ragioni e se un giorno le cambierai avrai sempre usato il tuo di cervello.
        2- Ah, i libri che vendono! (ma lasciamo perdere) tanto hai ragione: serve il tempo, la qualità solo allora viene effettivamente premiata. Di questi libri da strapazzo non rimarrà traccia per fortuna.

        Siamo esseri umani, insomma, può capitare di scrivere qualcosa di qualità inferiore 😉 persino Aldous Huxley ha scritto sicuramente qualcosa di meno significativo nella vita… E mi viene in mente una frase a proposito di Yates, non ricordo se formulata da lui o su di lui, secondo cui è un bel problema scrivere il tuo capolavoro all’inizio della carriera. Senza poi riuscire mai a eguagliarne la forza – e finendo per ripetersi. Ovviamente il libro era Revolutionary Road 🙂

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      2. Sulle 50 sfumature non posso esprimermi, a momenti non so neppure di cosa parli, forse sono tra le pochissime educande che non l’hanno ancora letto. 😛 😛 Oh, certamente Amélie può avere tutte le cadute di stile che desidera, personalmente non metto i lacci a nessuno e neppure la giudico, non lo farei mai né con lei né con nessun altro autore, dico solo e semplicemente che questo libro non mi è piaciuto… non senza valide motivazioni, mi sembra. Spero solo che nel prossimo futuro ci sforni qualche altro piccolo capolavoro, magari tremendamente perfido e arguto.

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      3. Certamente 😀 vedrai che succederà…

        ps. di quel “libro” (50…) ne avrò lette si e no due pagine intere, considerando tutti i vari pezzi reperiti in recensioni sul web, scritte o in video. Sono felicissima di non averlo letto interamente… non ci siamo perse niente 🙂

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      4. Ahahaha!!
        Credimi, ho letto di moooolto peggio 😀 per il corso di letteratura francese ho letto parecchia roba del marchese de Sade (Juliette, Justine, La filosofia del bouduoir, I crimini dell’amore, Viaggio in Italia), che in confronto le 50 sfumature sono veramente da educanda…

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      5. …beh almeno sono selettiva, mica mi accontento di una tizia qualunque, meglio il più malfamato di Francia 😀 che poi, c’era tutto un sistema di pensiero e una profonda critica al clero e sociale oltre alle ovvie schifezzuole…

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      6. Mah, pensavo che tenessi il marchese in bella vista sul comodino e quell’altro, che consideri culturalmente inferiore, ben nascosto sotto il letto. Secondo me non me la racconti giusta 😛

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      7. Dai è veramente illeggibile quel libro, pieno di ripetizioni, discorsi ebeti, è un orrendo romanzo harmony porno… Non ce la potevo fare… Prova a leggerne qualche pagina, poi mi dici :mrgreen: sennò sai cosa? Lo leggiamo tutte e due poi ci scriviamo qualcosa a proposito. Che ne dici?

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      8. Dai, volevo solo punzecchiarti un po’. Mi sei troppo simpatica! Ho capito benissimo cosa ne pensi di quel libro e mi sono fatta da diverso tempo un’idea dei tuoi gusti letterari, altrimenti avrei evitato di provocarti. Mi permetto di giocherellare in questo modo solo con le persone che reputo molto intelligenti, altrimenti non ci sarebbe gusto… Bonne nuit, mia cara!

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  2. Secondo me è giusto parlare anche di libriche non ci sono piaciuti nonostante siano stati scelti. Peccato davvero perchè la storia da come la racconti parrebbe interessante! Buona serata!

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    1. Hai perfettamente ragione, è giusto parlare anche dei libri che non ci hanno particolarmente convinti… Di solito evito di fare delle vere e proprie stroncature, anche perché preferisco dedicare il mio tempo, che è assolutamente importante e prezioso, all’analisi di racconti e romanzi che mi sono piaciuti almeno in gran parte se non del tutto. Talvolta mi trattengo anche perché, conoscendomi bene, temo di sparare fuori dei commenti troppo drastici e pungenti, e quindi so già che una recensione negativa mi costerebbe più impegno e fatica di una positiva, perché dovrei ricontrollare e revisionare decine di volte quello che ho scritto per spurgarlo da ogni eccesso di terrificante cattiveria. Comunque, quando mi capiterà tra le mani un altro libro che mi farà innervosire, prometto che non lascerò correre e lo rivolterò di nuovo come un calzino 😉 Per quanto ti riguarda, se sei rimasta incuriosita da questa storia, prova a leggere il libro per fartene un’idea personale. Non è detto che le nostre reazioni debbano per forza essere simili. Se poi desideri approfondire meglio l’autrice, buttati ad occhi chiusi su Cosmetica del nemico e Le catilinarie, sono certa che ne rimarrai colpita ed estasiata.

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  3. Sai che questa lettura della Nothomb mi manca? Per fortuna che ha scritto dei romanzi così belli che quando ogni tanto fa cilecca (e capita purtroppo) spero già nel successivo. Forse il fatto di voler pubblicare un libro all’anno non sempre giova all’arguzia e al genio.

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  4. Io sono tornato oggi dal mare e posso leggermi con calma tutti gli articoli che mi sono perso o ho letto di sfuggita. 🙂 Sia tu che Mrs. Fog continuate a pubblicare recensioni sulla Nothomb e quindi, nonostante non mi attiri nemmeno lontanamente, dovrò leggerla, prima o poi. Sono l’Andrew Zimmern (http://goo.gl/xm9Xmb) della lettura e devo provare tutto, prima di dire che non mi piace.
    Una delusione simile l’ho provata con gli ultimi libri del ciclo di Malaussene, di Daniel Pennac. Rispetto ai primi, nonostante un cospicuo aumento di pagine, erano tremendamente vuoti, lontani anni luce dalla vitalità dei primi tre romanzi. Capita, non tutti gli scrittori hanno energie creative sufficienti per tutta la vita, ogni tanto si prendono una pausa 😉

    P.s. Lacrime per la copertina!

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    1. L’Andrew Zimmern della lettura, fortissima questa! Beh, non sarebbe male l’idea di una rubrica intitolata “Orrori da gustare” anche per i libri 😀 Comunque, il fatto di approfondire prima di parlare mi sembra il minimo in termini di correttezza (verso se stessi, verso l’autore, verso chi ci legge), ma purtroppo c’è anche chi segue poco questa prassi, basta farsi un giretto nella blogosfera per rendersene conto.

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