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Euridice aveva un cane, Michele Mari, Einaudi, 2004, 128 pag.

Euridice aveva un cane, Michele Mari, Einaudi, 2004, 128 p.

In un’epoca in cui la scrittura colta scarseggia e la svalutazione della lingua italiana abbonda, e i letterati colti e discreti vengono scavalcati da scrittori mediocri, sciatti e petulanti che si fanno strada a sgomitate per apparire sui media o dietro le vetrine delle librerie, ben vengano autori come Michele Mari. Forse tra i pochi che oggigiorno riescono ancora a manipolare con estrema perizia la lingua italiana e l’impalcatura di un testo, divertendosi a ricamarci di tanto in tanto degli arcaismi o dei neologismi, senza che però questi intralcino la scioltezza della trama e la profondità del contenuto. Le sue storie infatti, per quanto scritte in modo colto e ricercato, attingono spesso spunti e motivi da quel groviglio di malesseri esistenziali che si legano al periodo della prima giovinezza e al contesto familiare, oppure alla solitudine dell’età adulta e alle ossessioni del quotidiano, rievocandoli attraverso persone, oggetti e frammenti di matrice autobiografica.

Come ad esempio nel racconto che dà titolo alla raccolta (Euridice aveva un cane), dove assistiamo ad un allarmante contrasto tra l’immobilità e la lentezza esistenziale del protagonista Michele (palese alter ego dell’autore), che passa le vacanze estive nella vecchia casa dei nonni rinchiuso in biblioteca, e la modernità chiassosa e veloce incarnata invece dai vicini di casa, sempre impegnati a far baldoria, a rinnovare mobili e oggetti, a invitare gente e moltiplicarsi. L’unico rapporto umano che in qualche modo colma questo vuoto creato dal sacro disprezzo per il vicinato, è quello che Michele stabilisce con la vecchia Flora e il suo cane Tabù, che vivendo in un casolare altrettanto fatiscente come il suo gli appaiono come custodi di antiche vestigia di una civiltà ormai estinta. Ma in realtà l’ancoramento al passato di Michele, estremizzato da una tenace conservazione di ogni oggetto, è un tentativo di fuggire dal flusso del tempo, da quel suo avanzamento inarrestabile che tutto modifica e cambia. E’ quindi anche un cercare, seppure inconscio, di sfuggire alla morte. Quando un giorno il ragazzo, ritornando d’estate in quei luoghi, viene a sapere che Flora è stata ricoverata in ospedale e poi in un ospizio, evita continuamente con una scusa e l’altra di farle visita, sperando così di bloccare il tempo, di sfuggire a ciò che appare ineluttabile… Al contrario del mitico Orfeo, Michele sceglie quindi di non voltarsi a guardarla, la sua Euridice, sperando in tal modo di non perderla per sempre, o perlomeno di custodirla intatta nella sua memoria, con accanto anche l’immagine del suo adorato cane.

Il legame feticistico con gli oggetti del passato, il rifiuto nevrotico della socialità, i mostri che albergano negli abissi dell’inconscio, la chiusura autistica nelle proprie ossessioni e il senso di una minaccia sempre incombente da esorcizzare con mille precauzioni caratterizzano le altre storie di questa bellissima raccolta, di cui vorrei ricordare in particolare Tutti vivemmo a stento, dove un tizio enumera in modo ossessionante la serie di incidenti che potrebbero capitargli nel corso di una giornata, dalla mattina alla sera, comportandosi di conseguenza in modo estremamente cauto e circospetto, e In virtù della mostruosa intensità, dove un altro tizio, alla continua ricerca di un appartamento da acquistare, ogni volta che ne visita uno si immedesima talmente nella vita di chi ci abitava prima, in base agli oggetti, ai mobili e alle cose che osserva attorno a sé, che a un certo punto viene colto da una tale nausea da doverlo per forza rifiutare. Sul filo delle ossessioni si snoda anche il racconto Cinema, dove un certo M., di stampo squisitamente landolfiano, per decidere quale film andare a vedere necessita ogni volta di una settimana di accurate riflessioni sulla natura della sala, sulla gente che potrebbe occuparla, sul posto migliore da scegliere in platea, sull’orario più propizio… e così via.

Bellissimo, seppur inquietante, anche Tutto il dolore del mondo, dove un signore si prende un po’ troppo a cuore un pesciolino moribondo incastrato tra un’alga di plastica e il vetro di un aquario, fino al punto di trasformarsi in una vera e propria nemesi per il povero negoziante che l’ha esposto in vetrina; così com’è semplicemente straordinario il racconto I palloni del signor Kurz, ambientato in un collegio dove dei ragazzi, giocando a calcio, devono stare attentissimi a non tirare il pallone troppo in alto, perché se supera il muro di cinta scomparirà per sempre nel cortile dell’inquietante e misterioso signor Kurz, che nasconde un segreto tanto strabiliante quanto patetico. Una storia, quest’ultima, emblematica di quella “sopravvivenza eterna” a cui tende costantemente e spasmodicamente l’uomo, da gustare con estremo piacere dalla prima all’ultima riga.

Interessante, oltre che divertente, anche l’ultimo racconto intitolato Forse perché, scritto in forma di dialoghetto sette-ottocentesco tra un vivo e un morto, con l’uso di terminologie rare e marcate, di cui vi riporto un breve stralcio per rendere l’idea:

“ (…) Facile, oh troppo facile è resuscitare la fotografia d’una tua classe scolare dopo trent’anni o cinquanta, e chiedersi qual dei compagni sia morto, e come, e da quanto: ma che diresti d’un bimbo che nello stesso momento in cui quell’imago riceve ancor fresca da bidello o maestra, affisandosi a quei volti effigiati ne spiasse i destini, divinando le malattie gli incidenti la successione dei lutti?”.

“Un mostro, il direi”.

“Quel bimbo ero io, quel bimbo sapeva che lì, su quella stampa rettàngola, era allusa ogni morte, era suggerita ogni fine”.

“E più e più tu m’angosci”.

“E dimmi: ti è mai occorso, speculando da sublime balcone alla volta d’un piazzale affollato, o a estiva spiaggia dal finestrino di un treno, ti è mai occorso in capo siccome folgore in cielo codesto pensiero: tempo cent’anni costoro, e diconsi tutti, saran cenere, polve, memoria labile e vana?”.

“Talvolta, non nego”.

“A me sempre, ovunque io vada, chiunque e quantunque io scorga: fosse un solitario viandante su un tratturo fra i campi, fosse un poppante addormentato in sua cuna. Ti vedo turbato e però incuriosito: allora m’odi. C’è chi nel seme divisa l’albero bello, il tronco le radici i rami le poma. Io fo di più, e già vi leggo la putrida torba in cui decrepito e marcio si tradurrà al fine di sua parabola lunga”. (…)

A conti fatti, dopo essermi letteralmente deliziata tra un racconto e l’altro, di cui forse solo due o tre non mi hanno particolarmente colpita, non esiterei a considerare questo scrittore uno dei migliori tra i contemporanei, come del resto lo reputò a suo tempo addirittura Bufalino, che in un articolo apparso sull’Europeo, dopo l’uscita di questo volume nel 1993, arrivò a definire il linguaggio arcaizzante di Michele Mari «nuovo e attuale, a cavallo tra lo stile delle Operette morali di Leopardi e i giochi linguistici di Tommaso Landolfi».

In conclusione, vorrei anche aggiungere che non mi convincono affatto i giudizi affrettati sul modus operandi di questo autore, in particolare quelli che tendono a definirlo – come mi è capitato di leggere ogni tanto in giro – troppo manieristico, solipsistico, non dialogico, non al passo con i tempi et similia, perché ciò che mi interessa in un racconto o in un romanzo è la qualità contenutistica oltre alla capacità espressiva, e nel libro in questione ad esempio, a voler indagare bene, o meglio a voler essere criticamente onesti, non solo questi due fattori coincidono entrambi ma vengono anche centrifugati al massimo del loro rendimento. E per quanto riguarda il manierismo, ben venga se impiegato in modo nuovo e originale senza che debba ridursi a una mera imitazione di modelli precostituiti, come appunto fa Mari. Il quale oltretutto, come si deduce da un’intervista, è sempre stato mosso – anche in virtù dei suoi studi linguistici – da un profondo interesse per l’antichità e per le “parole morte”, con un bisogno quasi fisiologico di recuperarle. Un atteggiamento, il suo, che quindi non nasce da vezzi caricaturali o da artificiosi virtuosismi, ma da un autentico amore per il passato.

Di seguito vi riporto l’incipit di qualche racconto, con l’intento di solleticare in qualche modo la vostra curiosità, se non perfino di spronarvi a procacciarvi il libro in questione…

Cicoria matta (pag.26)

Giovannino non l’aveva mai vista. Tutti i suoi compagni di scuola, si capiva dai loro discorsi, l’avevano vista almeno una volta; per lui, che abitava sui monti, non sapere come era significava non sapere cosa era. Poteva continuare a vivere così, nell’ignoranza di essa? Oh, essa! (Aveva un nome, come no, anzi una serqua: ma finché non c’era nulla cui riferirli cosa se ne faceva, di quei suoni vuoti? Per questo, nel suo tumido cuore, essa restava “essa”). Si guardava allo specchio e pensava: ecco la faccia di uno che non l’ha mai vista, va’ che occhi ignoranti: e indicibilmente soffriva. Se solo ne avesse avuto una descrizione, un disegnino, uno schema, da potersela meditare per conto suo! Si sarebbe accontentato di un piccolo indizio, ma no, che sciocchezza, essa non si prestava a mezze misure, o c’era, o non c’era, o la si conosceva, o la si ignorava del tutto. E lui la ignorava: e pensare che per conoscerla gli sarebbe bastato vederla una volta, una sola! (…)

Tutti vivemmo a stento (pag.45)

Aprì gli occhi: dunque l’ictus non lo aveva visitato nel sonno. Si alzò in fretta, con movimenti bruschi e pesanti, dirigendosi verso il bagno con gli occhi ancora semichiusi. Come ogni mattina pensò che se al posto dello spazzolino avesse preso per errore il rasoio, e introdottolo in bocca l’avesse ben agitato sù e giù, si sarebbe scorticato tutte le gengive, scalcandole fino all’attaccatura dell’osso mascellare. Guardò un attimo il rasoio senza metterlo a fuoco, poi afferrò compiaciuto lo spazzolino, passando contemporaneamente a esaminare il dentifricio: <<Leucodòl>> lesse, e non contento sillabò: <<Leu-co-dol>>. Accertarsi del contenuto del tubo era importante, poteva pur darsi che per curioso disguido fosse finito lì il tubetto del silicone, o quello del Saldeternum (in quest’ultimo caso, lo sapeva bene, ogni tentativo di liberarsi la bocca sarebbe stato inutile: ma subito in taxi al più vicino ospedale, farfugliando indicazioni gorgogliose al guidatore allibito, e poi via! sotto i ferri! ad abradere lembi di carne incollata!). (…)

La morte, i numeri, la bicicletta (pag.51)

<<…ventuno ventidue ventitré ventiquattro>>, quando sarebbe morto? <<venticinque ventisei ventisette…>> Non ricordava quand’era incominciato, da quando sapeva. Per quanto andasse indietro con la memoria, sempre si ritrovava consapevole della corrispondenza fra il numero di pompate alla ruota della bicicletta e quello degli anni di vita destinatigli in sorte. Da bambino si fermava poco dopo le cinquanta, un po’ perché la camera d’aria era subito gonfia e un po’ perché il braccio gli si stancava presto, ma soprattutto perché cinquanta era un limite vago e non immaginabile con precisione, qualcosa di favoloso e lontano. Poi, crescendo, incominciò a spostare in avanti la soglia di qualche anno, pochi alla volta, quasi senza ammetterlo, fino ad arrivare a settanta, o a ottanta, qualche volta anche a cento. Quello che non aveva mai saputo, e che rabbrividendo continuava a ignorare, era se quella corrispondenza avesse solo il valore di una predizione o se quelle pompate avessero invece un valore causale, con il loro arrestarsi determinando la data esatta della sua morte. In questo secondo caso gonfiare le gomme diventava un’operazione solenne, la più importante della sua fragile vita: allora si concentrava come un sacerdote in raccoglimento, e accovacciarsi, svitare la valvola, inserire il becco della pompa erano gesti da eseguirsi con sentimento sacrale; ne traeva anche una serietà che lo metteva al riparo, così gli sembrava, da ogni disonestà, come se non fosse il suo arbitrio a dirgli quando smettere, ma la pompa lucente. (…)

Cinema (pag.108)

Improvvisamente, come gli capitava ogni tre o quattro mesi, M. riconobbe in sé una precisa vaghezza di cinema. La sua prima sensazione fu di angoscia: la seconda, di zelo positivo e operoso. Ordunque procedette alla scelta del giorno, che come sempre non sarebbe stato di Marte, proclive all’abuso di tessere Agis, né di Giovia, inquietante per una sua recente tradizione di sortite serali, né men quel di Mercole, adibito dagli imbonitor cittadini a capricciosa riduzione del prezzo: e non di Venere, troppo vicino all’orrore supremo di cui non si dice, il dittico festo ove starnazza sovrana la massa. Sicché, ancora una volta, fu prescelta la Luna, nell’illusion che perfino la massa abbisogni di pausa prima di ricomporsi in famelico mostro. Quanto all’orario, ah l’orario ancora lo sorprendeva dolorosamente con quell’arrogante sequenza 15.30 – 17.50 – 20.10 – 22.30 che con le sue grandi falcate pareva voler precipitare il più in fretta possibile alla sera, alle genti, alle code! Perché la sequenza giusta non riusciva a scacciarsela dalla mente, ed era quella antica che incominciando alle 14.30 e progredendo così di due ore in due ore non solo consentiva uno spettacolo in più, e quindi una più sana distribuzione dei corpi, ma sembrava anche indugiare in quella terra di torpide digestioni che è il primissimo pomeriggio, isola di metafisica solitudine sospesa nel tumultuante mare della giornata. Pure, bisognava rassegnarsi al nuovo, e dopo breve scrutinio diede comunque fiducia alle 15.30. (…)

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