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Punto omega, Don DeLillo, Einaudi, 2010, 118 p.

Punto omega, Don DeLillo, Einaudi, 2010, 118 p.

Il mio primo Don DeLillo. Non mi è affatto dispiaciuto: scrittura intensa e fluente, a tratti conturbante, con spunti riflessivi che non intralciano la trama ma la rendono più interessante. Anche se devo aggiungere che non è un romanzo facile, sia per come è strutturato che per le tematiche affrontate.

Il prologo è qualcosa di veramente insolito, che inizialmente si stenta a collegare a tutto il resto. Si capirà solo alla fine il suo perché.
C’è un uomo in piedi nel buio di una sala che assiste ad una proiezione rallentata del film Psycho di Hitchcock, in modo che lo stesso duri la bellezza di 24 ore contro i 109 minuti della pellicola originale. Tale persona, la cui identità rimarrà sempre misteriosa, si trova all’interno del MoMa, il museo d’arte contemporanea di New York, e la videoinstallazione che sta osservando è dell’artista scozzese Douglas Gordon (peraltro assolutamente reale, realizzata nel 1993), il cui scopo è forse quello di far riflettere la gente sul rapporto tra tempo, spazio e percezione visiva. Mentre infatti le immagini scorrono al rallentatore, tutto sembra dilatarsi all’estremo e l’attenzione degli spettatori, ridotta a puro sguardo, ha la possibilità di cogliere tutti quei minimi particolari che nella visione originale del film andrebbero persi.

Presumo che tutti voi, o quasi, avete ben impressa nella mente la famosa scena di Janet Light assassinata sotto la doccia. Immaginate ora di vedere tale scena in forma estremamente prolungata, con movimenti spezzettati che avanzano lentissimamente, senza suspense né terrore né parole né musica pulsante. E magari di osservare…

gli anelli della tenda della doccia che girano sull’asta quando la tenda viene strappata, un momento che va perso alla velocità normale, quattro anelli che girano lentamente lassù, sopra il corpo accasciato a terra di Janet Leigh, una poesia estemporanea sopra quella morte infernale, e poi l’acqua insanguinata che scorre serpeggiando e increspandosi nello scolo, minuto dopo minuto, e che infine sparisce in un vortice.

Nelle pagine introduttive veniamo quindi messi in contatto con il punto di vista e le sensazioni di questo misterioso osservatore anonimo, che indugia nella sala del museo per vedere il film ripetutamente, più e più volte in modo ossessivo, quasi volesse annullarsi in questo stato rallentato che la proiezione consente.

 Ci vuole un’attenzione estrema per vedere cosa succede davanti a te. Ci vuole impegno, pio sforzo, per vedere cosa stai guardando. Era incantato da tutto questo, dalle profondità che si schiudevano nel movimento rallentato, le cose che c’erano da vedere, le profondità delle cose che così facilmente vanno perse nella superficiale abitudine di vedere.

Nel contempo l’uomo osserva, inosservato, anche gli altri visitatori che entrano nella stessa stanza, in particolare una coppia composta da un giovane al seguito di un anziano.
Da questo punto ci troviamo senza preavviso in uno scenario completamente diverso, dove un giovane regista chiede a un attempato professore, ex consulente teorico della Difesa ai tempi della guerra in Iraq, di registrare un video in cui raccontare la sua esperienza. Richard Elster si dimostra inizialmente recalcitrante, benché deluso da alcuni aspetti del suo trascorso, poi cambia idea e chiede a Jim Finley di raggiungerlo in un posto sperduto nel deserto della California meridionale. Questo è un posto dove il teorico si rifugia ogni tanto per lasciarsi alle spalle “news e traffico, sport e meteo”, ossia tutti gli elementi disturbanti della vita cittadina, in cambio di spazio e tempo, immobilità e distanza. Qui può sentirsi finalmente libero dalle derive omogeneizzanti degli eventi e dei legami umani. Il deserto non offre nulla da vedere, ma proprio questa condizione di cecità gli stimola una visione interiore più profonda. Anche perché la vita vera, spiega Elster, “si svolge quando siamo soli, quando pensiamo, percepiamo, persi nei ricordi, trasognati eppure presenti a noi stessi, gli istanti submicroscopici”.

Il paesaggio desertico, con le sue onde di spazio interrotte solo dai profili lontani delle montagne e da qualche arbusto, fa da sfondo perfetto e silenzioso alle conversazioni dei due personaggi, che si lasciano andare a lunghe riflessioni esistenziali. Parlano soprattutto del tempo e della coscienza, in particolare del concetto del tempo che lì nel deserto, scandito dalla semplice alternanza tra luce e oscurità, si dilata e si espande oltremisura fino quasi a scomparire; mentre nell’universo delle città – orrende aggregazioni che sembrano costruite apposta “per misurare il tempo, per togliere il tempo dalla natura” – tutto ruota intorno al battito veloce delle ore e dei minuti, con gente che continua a correre controllando l’orologio e altri aggeggi che aiutano a ricordare. Il tempo furtivo degli orologi, dei calendari, dei minuti ancora da vivere.

E Jim Finley, senza quasi accorgersene, parlando di queste cose perde proprio la cognizione del tempo, al punto di tradire l’intenzione iniziale di fermarsi in quel posto solo per pochi giorni. Ogni tanto cerca di convincere Elster ad accettare la proposta del film-documentario, ma le continue divagazioni e reticenze di quest’ultimo contribuiscono a sfibrarlo, a fargli perdere di vista lo scopo principale. Un giorno questa rarefatta atmosfera di natura quasi filosofica viene interrotta dall’arrivo di Jessica, la figlia del vecchio. É di nuovo l’altro mondo, quello fremente e caotico, che cerca di insinuarsi nella vita del regista, di fare capolino dalla porta. Finley comincia in effetti a sentirsi distratto e turbato da questa presenza femminile, sebbene la goffaggine gli impedisca di palesare le proprie emozioni, fino a quando la ragazza scompare all’improvviso nel nulla…

Da questo momento la vicenda si ultra dinamizza: ricerche affannate con l’elicottero, ricognizioni tra i canyon, ipotesi sopra ipotesi, sospetti, indagini e telefonate, speranze seguite da brutali scoraggiamenti. Ma bisogna aspettare di arrivare all’appendice del libro, che per contesto e contenuti si ricollega nuovamente al prologo, per vedere finalmente un’immagine completa del puzzle. Ci sono sottili connessioni che permettono di intuire quello che può essere accaduto, anche se le motivazioni restano in ogni caso confinate nell’ombra. Ci sono tracce e segnali che bisogna saper cogliere tra le righe. Evidentemente l’autore non era interessato a svelare con chiarezza ogni mistero, mentre sembra aver preferito indirizzare lo sguardo su ciò che accade nell’animo umano in certe situazioni, seguendo percorsi che a tratti deviano nella metafisica dell’esistenza.

In sostanza questo romanzo è un trattato sul tempo, o meglio una riflessione sul tempo, non però inteso nel suo scorrimento tra un prima e un dopo, come siamo abituati a percepirlo, ma colto nell’essenzialità profonda di ogni suo singolo istante. Un istante che può essere dilatato all’infinito, rallentato e tenuto in sospeso, come appunto accade sia nelle immagini frammentate del film di Hitchcock che nelle smisurate distese del deserto californiano. Un’alterazione del tempo che se da una parte permette all’uomo di cogliere il dettaglio, l’istante, la vita vera, e tutto quello che di solito sfugge all’occhio e alla coscienza, dall’altra può anche farlo sentire partecipe di un tutto più esteso, immenso, sconfinato.

Aggiungo che il titolo del libro prende spunto dalle teorie dello scienziato francese Teilhard de Chardin ed è indicativo dell’apice del processo evolutivo coscienziale verso cui tende l’intero l’universo. In altre parole, il Punto Omega è la coscienza umana nel momento in cui raggiunge il culmine della sua evoluzione per poi ritornare materia inorganica, attraverso un processo che è irreversibile.

 Abbiamo tutti fatto il nostro tempo. La materia vuole perdere il peso della propria coscienza di sé. Noi siamo la mente e il cuore in cui la materia si è trasformata. È giunta l’ora di chiudere bottega. (…) Vogliamo essere la materia inerte che eravamo un tempo. Siamo l’ultimo miliardesimo di secondo nell’evoluzione della materia. (…) Perché adesso arriva l’introversione. Padre Teilhard lo sapeva, il punto omega. Un salto fuori dalla nostra biologia. Chieditelo. Dobbiamo essere umani per sempre? La coscienza è esaurita. Ora si ritorna alla materia inorganica. Vogliamo essere pietre in un campo.

Il vecchio Elster, dialogando con il suo ospite nel deserto, si dilettava spesso a tirare in ballo queste teorie per specularci sopra. Quello che però non poteva ancora sapere era che da lì a poco, con la scomparsa della figlia, la sua stessa vita si sarebbe trasformata in un campo di pietre, trascinandolo in un punto morto della sua coscienza. Un passaggio irreversibile, proprio come l’Omega Point.

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