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Nati due volte, Giuseppe Pontiggia, Oscar Mondadori, 2004, 232 p.

Nati due volte, Giuseppe Pontiggia, Oscar Mondadori, 2004, 232 p.

I bambini disabili, come suggerisce il titolo del libro e come scrive lo stesso Pontiggia, nascono due volte: «La prima li vede impreparati al mondo, la seconda è una rinascita affidata all’amore e all’intelligenza degli altri».
Anche i genitori di un disabile sono costretti a nascere una seconda volta, in modo da poter accettare e amare il figlio con tutti i suoi limiti. “Accettare” non è, come spesso accade, un rassegnarsi irritato e frustrato alla disabilità, come se fosse un’ingiustizia imposta da dio o dal destino, ma è piuttosto riuscire a vedere nella persona che ne è coinvolta una sua peculiare “forma di esistenza”, riconoscendone e apprezzandone la personalità unica e autentica.
In questo intelligente romanzo, che sembra quasi un saggio e che non ha nulla di patetico o lacrimevole, meritatamente premiato con il Campiello nel 2001, Giuseppe Pontiggia (che è stato narratore, saggista e critico letterario di grande pregio, scomparso nel 2003) fa rivivere “in parte” la sua esperienza personale, quella di un padre che deve affrontare la difficile condizione di un figlio disabile. Un percorso difficile e irto di ostacoli dalla nascita fino all’adolescenza, dove il giovane Paolo, affetto da tetraparesi spastica, deve riuscire a ritagliarsi un proprio spazio tra i cosiddetti “normali” (che spesso sono meno normali di quanto sembrano), imparando ad accettarsi e a farsi accettare. Non per voler appartenere ad ogni costo alla pregiata schiera dei normodotati, in realtà così labile e difettosa nella sua essenza, ma per avere il semplice diritto di sentirsi se stesso, amato e rispettato senza pietismi e ipocrisie di sorta. Una cosa facile da dire ma difficile da mettere in pratica, perché capita a tutti noi indistintamente di provare un certo tipo di imbarazzo di fronte ad una grave forma di handicap, magari anche solo per il fatto di non saper bene quale atteggiamento assumere di fronte al soggetto che abbiamo di fronte. E Pontiggia è riuscito a raccontare tutto questo con estrema lucidità e trasparenza, con senso critico e autocritico, senza mai cadere nel sentimentalismo o nell’autocommiserazione.

In alcune pagine emerge un sottile rancore nei confronti di quei medici che si barricano dietro una rigida quanto ottusa compostezza professionale, a scapito di un atteggiamento più caloroso e umano nei confronti del paziente, e anche una sorta di sdegno nei confronti delle istituzioni, a partire da quelle scolastiche, che non sempre sono pronte ad aggirare qualche norma burocratica per tutelare il benessere emotivo del disabile. Allo stesso modo viene puntata l’attenzione sul “linguaggio”, dove le parole degli esperti, dei maestri, dei parenti e di tutti quelli che si piccano di avere la verità in tasca vengono sottoposte ad un lucido vaglio critico, che tenta in qualche modo di liberare il malato da tutto quell’’inquinamento ideologico e sociale in cui per infinite ragioni, spesso scaturite in buona fede, è stato immerso.

<<Il problema è quello di prendere coscienza che la disabilità riguarda tutti noi, e il disabile è semplicemente un compagno di viaggio più sfortunato che ha una disabilità più vistosa, più evidente, più grave, ma non qualcosa che lo rende diverso. Quello che dovremmo stabilire è lo statuto della diversità: tutti noi siamo diversi. Il disabile è un diverso più evidente, ma non appartiene a un’altra specie. Io sono sempre stato immensamente interessato dal lessico, dalle parole in quanto campo di confronto tra gli uomini, dal linguaggio come strumento aggressivo/difensivo, quasi mai di chiarezza neutrale. Naturalmente il lessico che riguarda l’handicap è oggetto di controversie, di conflitti astiosi perché gli uomini diventano sensibili al linguaggio in due casi: quando si innamorano e quando sono toccati sul piano professionale, allora sviluppano improvvisamente un’attenzione alle parole inaudita, sconcertante. Chi si innamora scopre che attraverso il linguaggio può schiudere porte oppure chiuderle definitivamente, e chi è impegnato sul piano professionale è attentissimo a tutte le differenze lessicali. Nessuno che abbia in famiglia un bambino down dirà mai «è un mongoloide» come offesa, nessuno. Neanche l’amico di una famiglia che abbia un figlio down dirà mai «mongoloide!». Chi invece non è toccato direttamente dal problema usa questi termini, “spastico”, “mongoloide”, con brutalità. Ma se accade di essere toccati, il linguaggio diventa reticente: allora lo zoppo è claudicante, ha problemi di ambulazione, ha problemi di locomozione. Io pesco, per così dire, in tutta l’industria del linguaggio che si sviluppa intorno a questi temi: oggi si preferisce “disabile” a “handicappato”, e io capisco, perché gli uomini hanno sempre cambiato il lessico relativo alle professioni in rapporto al mutamento sociale. Le professioni vengono viste in una luce nuova, e allora quella che prima era una serva poi è una domestica, poi una cameriera, adesso una colf, e questa variazione non è gratuita. Però, chi è dentro al problema fino in fondo si accorge che così è troppo, e si stanca di questi percorsi perifrastici, periferici del lessico, che non dicono la condizione nella sua violenza…>>
(da un’intervista del 2001 a Giuseppe Pontiggia, consultabile al seguente link)

É quindi sbagliato, come ci fa capire l’autore, fare della differenza una discriminazione, ma è anche sbagliato negare a tutti i costi la differenza per evitare una discriminazione. Anche perché la cosiddetta normalità, se ci pensiamo bene, è solo “uno stupido miraggio” delle aspettative umane, quando invece la vera maturità consisterebbe nel diventare consapevoli delle proprie diversità, caratteriali o fisiche che siano, accettandole per quelle che sono.
Un romanzo/saggio che quindi fa riflettere su molte questioni, pur snodandosi attraverso un percorso fatto di alti e bassi, del resto pienamente comprensibile visto che si tratta del  resoconto personale di un padre che cerca di valorizzare, tra mille dubbi e paure personali, ogni briciolo di potenzialità nel figlio svantaggiato. É la lotta di un padre che non vuole arrendersi ma che spesso deve fare i conti non solo con le proprie illusioni ma anche con l’ignoranza, la stupidità, l’insofferenza e la disattenzione generale, che in molti casi vengono ancora oggi riservate a chi è diversamente abile.
Illuminante, in tal senso, la riflessione dell’autore su tale questione:
<<La realtà è che molte volte il disabile è commiserato e con ciò discriminato proprio da quelli che, direttamente o indirettamente, hanno paura di riconoscersi in lui.>> E ancora: <<… chi commisera è il primo che dovrebbe essere commiserato. Guai però a dirglielo. Chi ostenta pietà non sospetta di ispirarla negli altri. E’ anzi il suo modo di esorcizzarla e di tenerla lontano. Mentre è la via più breve per meritarla.>>
Oltretutto non bisognerebbe dimenticare che una qualsiasi forma di limite fisico o mentale potrebbe prima o poi, magari nella vecchiaia, toccare da vicino ognuno di noi. <<In un’epoca  dove spesso si esalta la sfida fine a se stessa come superamento del limite scrive Pontiggia  l’handicap ci impone la sfida più importante, che è quella della consapevolezza e dell’accettazione del limite.>>

Lo scrittore, come già accennato, si dimostra consapevolmente critico non solo nei confronti della stupidità altrui ma anche della propria, e spesso nel racconto si espone in prima persona attraverso un alter ego che rivela limiti,  insicurezze e paure, con il relativo senso di colpa che ne consegue. Perché anche chi vive accanto ad un portatore di handicap deve purtroppo lottare con il desiderio di non essere osservato o compatito. Di fronte alla maturità del figlio, che nonostante i limiti fisici dimostra un’ottima sensibilità intellettiva, il padre appare quindi più insicuro e addirittura infantile nei suoi atteggiamenti, in lotta con se stesso per accettare la realtà, e in questo difficile percorso viene spesso paradossalmente confortato dalle parole di Paolo, che ad esempio quando lo vede costernato per la carenza di progressi nelle terapie riabilitative non esita a dirgli “Papà, dai tempo al tempo”.

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