Tag

, , , ,

Trilogia della frontiera, Cormac McCarthy, Einaudi, 2008, 1033 p.

Trilogia della frontiera, Cormac McCarthy, Einaudi, 2008, 1033 p.

Un’altra peculiarità di McCarthy è l’utilizzo della metafora, che in certi casi assume delle sfumature addirittura poetiche, e il cui scopo è proprio quello di rafforzare l’impatto emotivo dell’immagine che si intende “mostrare” al lettore. Le varie descrizioni, anche quando sono brutali e realistiche, si snodano spesso sullo sfondo di paesaggi caratterizzati da elementi metafisici, quasi trascendentali. Ed è veramente particolare, oltre che affascinante, questa mescolanza tra duro realismo e suggestione lirica, che a mio avviso costituisce il vero marchio di fabbrica dello scrittore. Come si può notare, ad esempio, nei seguenti paragrafi:

In lontananza fra i nuvoloni neri balenavano lampi silenziosi che sembravano saldature incandescenti tra fumi di metallo fuso. Pareva che riparassero un guasto nell’oscurità metallica del mondo.

Grandi pascoli verdi si estendevano a perdita d’occhio nella densa bruma violetta della sera e a occidente piccoli stormi di uccelli acquatici, come branchi di pesci in un mare infuocato, migravano a settentrione sullo sfondo delle gallerie rosse scavate nelle nuvole dalla luce del tramonto.

La pianura intorno era bluastra e priva di vita. La luna sottile, a forma di corno, era appoggiata sul dorso a occidente come un graal e la luminosa Venere le stava direttamente sopra, come una stella su una barca.

Sono locuzioni di intensa poesia, sostenute da un’inventiva metaforica che ha qualcosa di magico, di singolare. E poco importa se dopo qualche riga ti capita di leggere per l’ennesima volta che John Grady ha sputato nella sabbia, si è controllato le suole consumate degli stivali o si è pulito i denti con uno stecchino, perché ormai sei stato risucchiato dentro la storia, ne sei rimasto totalmente sedotto, e quindi ne accetti incondizionatamente ogni possibile risvolto, anche quello più grezzo e banale. Così come sei disposto a sopportare le situazioni più nude e crude, perché ormai hai capito che all’improvviso, quando meno te lo aspetti, ti potrebbe apparire di nuovo davanti agli occhi un altro scenario di così rara bellezza da mozzare il fiato. Magari di nuovo uno scorcio paesaggistico, visto che la Natura con i suoi cieli sterminati, con lo scroscio della pioggia e i frastuoni dei lampi, con gli odori e i profumi e i lievi rumori che si spandono nel silenzio della notte, è un altro degli elementi ricorrenti della narrativa mccarthyana.
Ecco allora che il viaggio dei giovani cowboy diventa anche una riscoperta del primordiale rapporto tra l’uomo e la sua terra, in antitesi ad uno sviluppo urbano che in altre zone è già avanzato. Del resto è proprio nella natura e nel rapporto con gli animali che l’uomo può ritrovare se stesso, i suoi pensieri più intimi e genuini, una sorta di pace e paradiso terrestre. Gustandosi il semplice fluire del vento e dei giorni, così come viene, senza troppe aspettative.


photo3

Per quanto riguarda gli animali, il rapporto simbiotico che John Grady riesce a stabilire con i cavalli ha qualcosa di tenero e meraviglioso. Il rapporto uomo-animale, così come lo tratteggia questo grande scrittore, ha sempre qualcosa di profondamente toccante e coinvolgente, solidale e quasi magico.
Quello che segue è un brano tratto da Cavalli selvaggi, dove è evidente non solo la premura del giovane nei confronti di un puledro che ha appena catturato col lazo, ma anche l’empatia profonda che si crea in questo stretto contatto:

 Prima che il puledro potesse alzarsi, John Grady gli si sedette sul collo, gli torse la testa e se la strinse al petto tenendolo per il muso e sentendo sulla faccia e sul collo il fiato caldo e dolce dell’animale dilagare dai tenebrosi abissi delle froge come notizie da un altro mondo. Quegli animali non sapevano di cavallo. Sapevano di quel che erano. Sapevano di bestie selvatiche. Mentre gli serrava il muso contro il petto, il ragazzo sentì pulsare contro le proprie cosce il sangue dell’animale e percepì l’odore della sua paura. Allora gli mise una mano sugli occhi e l’accarezzò, e continuando ad accarezzarlo per fargli passare il terrore gli spiegò in tono pacato e fermo tutto quello che intendeva fare. (pag.103)

Allo stesso modo c’è qualcosa di emozionante nell’incontro tra Billy e la lupa, dopo che l’animale è stato preso dalla trappola; un’avventura da cardiopalma che si snoda per intere pagine. Negli occhi gialli della lupa, dopo averla faticosamente immobilizzata, Billy intravede per un istante un lampo, qualcosa di indefinibile e irresistibile che lo tocca dentro e lo spinge a capovolgere tutti i suoi piani. Non sappiamo esattamente che tipo di turbamento lo tocchi nel profondo, ma da quel momento il ragazzo non ha più nessuna voglia di ucciderla, quindi disubbidisce agli ordini paterni, le cura la zampa con mille accorgimenti e poi tenta di riportarla sulle montagne messicane per restituirla al suo mondo…

Ma poi Billy è anche la stessa persona che, in modo contradditorio all’episodio appena citato, alla fine del romanzo caccerà via con rabbia e cattiveria un povero cane randagio, prendendolo addirittura a sassate, perché in qualche modo gli ricorda la tremenda desolazione che si porta dentro. E alla fine di questa esternazione non gli resta che sedersi per terra e piangere. Anche questa vicenda, come tante altre del libro, in qualche modo ci rappresenta, perché succede a tutti noi di passare dall’idealismo più estremo alla caduta più ignobile e volgare, soprattutto nei momenti di maggiore sconforto.

Ci sarebbe tanto altro di cui parlare, ad esempio di quei paragrafi in cui si sfiorano le tematiche del male e della giustizia interrogandosi sull’esistenza o meno di Dio, argomenti che spesso affascinano più di tutto il resto, anche se poi rimangono sempre in sospeso come tanti punti di domanda inevasi; così come sarebbe importante riflettere su questa visione di un destino sempre crudele e ineluttabile, che spesso infrange senza alcuna pietà i sogni e le speranze dei personaggi… Come ad esempio accade in Città della pianura, dove l’amore struggente di John Grady per una giovane prostituta, bellissima ed epilettica, lo spinge a costruire un nido d’amore e a progettare una fuga dal Messico, a costo di mettere in pericolo la loro stessa vita.

E’ impossibile approfondire tutte le tematiche che McCarthy solleva in quest’opera, quindi mi limito, in conclusione, a sottolineare di nuovo quante volte il suo western sia stato definito, anche dalla critica, di tipo “metafisico”, appunto per questa tendenza a scivolare spesso in riflessioni di tipo esistenziale. Nella sua narrativa c’è sempre qualcosa di più grande e sovrastante che si contrappone agli sforzi del singolo, che può essere la violenza insita nella natura o nell’uomo stesso, così come l’indifferenza del caso o del destino. I personaggi delle sue storie, infatti, non si limitano a sellare e addestrare cavalli, a cavalcare lande sterminate e a combattere per difendersi dagli agguati, ma ogni tanto si pongono anche domande sulla presenza/assenza di Dio e sull’origine del male, anche se poi tali quesiti non trovano risposte e rimangono sempre a metà, oscillanti nell’aria, come disegni largamente imperscrutabili… Anche le figure sapienziali che ogni tanto appaiono, che siano rappresentate da un prete, da un cieco o da uno zingaro non fa poi la differenza, sembrano avere la funzione di fomentare ancora di più questi dubbi sulla vita e sulla morte, sul tempo che scorre inesorabile, attraverso dei dialoghi che alla fine sono difficili da metabolizzare anche per il lettore, visto che procedono da ipotesi che presentano contraddizioni fin dall’origine. Di fronte ai grandi quesiti esistenziali le risposte di questi strani personaggi ci appaiono infatti come delle non-risposte, e l’impressione finale, dopo tanto disquisire ontologico, è e rimane sempre quella, ossia che l’uomo per difendersi dai pericoli del mondo deve poter confidare solo nel suo coraggio e in una forza di volontà pressoché costante, perché non esistono alternative di sorta. E anche perché quello di McCarthy, in sostanza, è un mondo dove Dio ha uno sguardo sostanzialmente assente, più indaffarato a distruggere che non a preservare.

Annunci