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Trilogia della frontiera, Cormac McCarthy, Einaudi, 2008, 1033 p.

Trilogia della frontiera, Cormac McCarthy, Einaudi, 2008, 1033 p.

Sulla scia di tali riflessioni si arriva ad un’altra importante caratteristica, di cui ho già parlato in precedenti articoli, che è quella di una narrativa essenziale e realistica, scremata da introspezioni di tipo psicologico, dove quello che vogliono fare i diversi personaggi si capisce semplicemente dai dialoghi, dai gesti, dalle loro azioni, che lo scrittore insegue pagina dopo pagina con uno sguardo veramente ossessivo, sempre puntato sui dettagli come una telecamera. Si tratta di un realismo e verosimiglianza scioccanti, dove ogni parola scritta, alla fine, è sempre necessaria e mai superflua. Dove non vengono usate le virgolette nei dialoghi proprio per non bloccare la pagina, per renderla fluida, immediata, avvolgente. Dove addirittura l’impiego dello spagnolo, utilizzato in gran parte dei dialoghi, non dà poi così tanto fastidio, perché riesce comunque a farsi capire nell’insieme del contesto. Rendendolo ancora più realistico.

McCarthy, con questo suo particolare modo di narrare, ti tiene quindi avvinghiato alla scena; mentre lo leggi non puoi distrarti, non puoi divagare con la mente, perché le immagini sono proprio lì, davanti ai tuoi occhi, ed è impossibile distogliere lo sguardo. Anche la violenza non è mai nelle parole che scrive, ma risiede nei gesti, nelle azioni e nei luoghi che ti presenta in modo figurativo. Il suo è un mondo di terra e roccia che si può quasi toccare con mano, e i suoi personaggi sono talmente vivi da riuscire a trasmetterti un’emozione attraverso il più impercettibile dei gesti.
Sì, perché questo grande scrittore le cose te le fa proprio vedere, allo stesso modo di un dipinto che prende man mano forma e colore davanti agli occhi di un pittore, e forse è questo il motivo per cui il suo stile affascina tanto.

In pratica McCarthy si serve in modo più che abbondante della cosiddetta show, don’t tell, una tecnica narrativa che punta più a mostrare che non a spiegare, e che quindi permette a noi lettori di vedere l’evento con enorme chiarezza, senza bisogno di commenti aggiuntivi. Sono le azioni e dialoghi che hanno il compito di farci capire quello che sta succedendo, che devono svelarci il carattere o le intenzioni del personaggio di turno, senza la necessità di spiegazioni o introspezioni varie.
Ma bisogna anche dire che l’autore, in questo suo modo di mettere in campo uno sguardo ossessivo su ogni cosa, non risulta mai noioso, proprio perché le sequenze cinematografiche che escono dalla sua penna, così vivide e palpabili, creano nel lettore una sorta di dipendenza. E quindi, volente o nolente, non si riesce più a distogliere l’attenzione dai suoi paragrafi, sia quando si percepisce un periodo di calma piatta che quando si intravedono le avvisaglie di una tempesta.

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Riporto un estratto da Oltre il confine, giusto per darvi l’idea di quanto sia cinematografica la narrativa di questo grande scrittore. Viene descritto il momento in cui Billy, in una fredda notte invernale rischiarata dalla luna piena, osserva per la prima volta, di nascosto, i lupi…

 Erano già scesi nella pianura e quando attraversò il ventaglio di ghiaia dove il ruscello deviava a sud nella valle, vide il punto in cui i lupi l’avevano attraversato prima di lui. Proseguì carponi con le mani dentro le maniche per ripararle dalla neve, e quando raggiunse l’ultimo dei bassi ginepri oltre il quale si stendeva la valle aperta sotto gli Animas Peaks, si rannicchiò per riprendere fiato e poi lentamente si alzò a guardare.
Correvano nella pianura tormentando le antilopi che si muovevano come fantasmi sulla neve disegnando cerchi; tutt’intorno s’alzava una polvere bianca al chiaro di luna e il fiato degli animali saliva pallido come fumo nell’aria fredda, come se dentro di loro ardesse un fuoco; nel silenzio i lupi volteggiavano, si contorcevano e spiccavano balzi e parevano appartenere a un altro mondo. Scesero nella valle, seguendone la curva e poi si allontanarono nella pianura finché non furono che minuscole figure in quel biancore vago; poi scomparvero.
Aveva molto freddo. Attese. Tutto era immobile. Solo il fiato gli diceva da che parte tirava il vento e l’osservava apparire e svanire, apparire e svanire continuamente davanti a sé. Attese a lungo. Poi li vide arrivare. Saltavano e volteggiavano. Danzavano. Infilavano il muso nella neve. Volteggiavano e correvano e si alzavano a coppie in una danza su due zampe, poi riprendevano a correre.
Erano sette e passarono a poco più di sei metri da lui. Vide i loro occhi a mandorla alla luce della luna. Ne udì il respiro. Sentì la presenza della loro consapevolezza come elettricità nell’aria. Si raggrupparono, si fiutarono, si leccarono. Poi si fermarono, con le orecchie dritte. Qualcuno si portò la zampa al petto. Lo guardavano. Trattenne il respiro. Trattennero il respiro. Immobili. Poi si voltarono e trotterellarono via quieti. Quando tornò a casa Boyd era sveglio, ma non gli disse dov’era stato né cosa aveva visto. Non lo disse mai a nessuno. (pag.298)

Allo stesso modo in Città della pianura, il romanzo che conclude la trilogia, viene descritta una caccia ai lupi selvatici, necessaria perché facevano man bassa del bestiame, in un modo talmente realistico e impressionante che dopo averla letta te la porti impressa nella mente per giorni. E’ una caccia terribilmente spietata che va avanti per intere pagine, di cui vi riporto uno degli stralci finali:

 John Grady sopraggiunse al galoppo alle spalle di Billy, fece volteggiare il lazo, prese il cane giallo per le zampe, frustò il cavallo con l’estremità raddoppiata della fune e la fissò al pomolo della sella. Il lazo di Billy si allentò di colpo e strisciò sul terreno con un sibilo finendo per fermarsi, e il grosso cane giallo, preso fra le due funi, colò improvvisamente nell’aria. I lazos produssero un unico breve suono sordo e il cane si spaccò in due.
Il sole si era alzato da meno di un’ora e nella luce che pioveva obliqua sulla mesa l’esplosione di sangue davanti a loro fu vivida e inaspettata come un’apparizione. Qualcosa di assolutamente incontrollabile, evocato dal nulla. La testa del cane roteò nell’aria portandosi dietro le spire delle due funi, mentre il corpo del cane piombava a terra con un tonfo soffocato. (pag.899)

Un’esplosione di sangue che, come ormai sappiamo, è il colore primario dell’universo mccarthyano, ulteriormente enfatizzata, nel capitolo finale del libro, dalla sfida a colpi di coltello tra John Grady ed Eduardo, proprietario di un bordello cittadino. Un duello raffigurato in modo molto vivido e preciso, attimo dopo attimo, capace di infonderti una continua angoscia che poi precipita, verso la fine, nella costernazione più totale. Ma giustamente McCarthy se ne infischia delle attese di noi lettori e del nostro bisogno di parteggiare, nel bene e nel male, con i personaggi che più ci convincono.

(continua)

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