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Trilogia della frontiera, Cormac McCarthy, Einaudi, 2008, 1033 p.

Trilogia della frontiera, Cormac McCarthy, Einaudi, 2008, 1033 p.

PREMESSA

In quest’ultimo mese, nei ritagli di tempo tra un impegno e l’altro, mi sono riletta la bellezza di tre romanzi, uno dietro l’altro. Di solito non smaltisco una tale mole in così poco tempo, ma evidentemente quando si tratta di McCarthy vengo talmente rapita dal flusso narrativo che neppure me ne accorgo della quantità di pagine. Tutto merito della sua scrittura spettacolare, che per rubare un termine al mondo del cinema si potrebbe definire in 3-D, visto che ha l’effetto di renderci in senso quasi visivo la prospettiva delle scene descritte, nonché la consistenza degli elementi e dei personaggi che si muovono sulle stesse. Quelle di McCarthy sono infatti delle vere e proprie immagini in prosa, che si stagliano su uno sfondo a volte crudo e violento, altre volte invece elegiaco, accompagnate da una resa narrativa molto realistica e quindi di forte impatto per noi lettori.

Il rovescio della medaglia di questo stile così scenografico è che le trame in se stesse sono invece abbastanza semplici e lineari, oltreché ripetitive, quindi a mio avviso non necessitano di particolari spiegazioni. Se vi anticipo fin d’ora che parlano sempre di giovani cowboy, talvolta soli o in coppia oppure in gruppo, che continuano a spostarsi dal confine del Texas a quello del Messico e viceversa, senza una meta o uno scopo ben preciso se non quello di addestrare cavalli e bivaccare qua e là dove capita, potete già farvi un’idea abbastanza chiara del loro contenuto. D’accordo, nel complesso la questione non è così riduttiva, ogni tanto c’è anche il classico rompiscatole o un pericolo in agguato, con tanto di sangue versato e sbudellamenti vari, così come può entrare in scena una donna che fa girare la testa all’impavido di turno, oppure un personaggio stravagante che si imbarca in lunghi discorsi filosofici, passando da toni suggestivi ad altri più sconclusionati. Però il trend delle storie questo è e questo rimane: cowboy che vagano in lande desertiche passando da una hacienda all’altra, alle prese quotidiane con purosangue da domare, ladri di cavalli da inseguire, lupi da cacciare, sparatorie e incarceramenti, bordelli e prostitute e altre simili amenità. Ma raccontato da McCarthy tutto questo assume un carattere epico, grandioso e suggestivo, che se venisse fuori dalla penna di qualcun altro probabilmente non sortirebbe lo stesso risultato.

Quindi, senza dilungarmi troppo su quello che accade dall’inizio alla fine di ogni storia, ho cercato piuttosto di mettere a fuoco le personali impressioni raccolte durante la lettura, arricchendole ogni tanto con degli estratti. Bisogna anche dire che per recensire un’opera di tale portata non basterebbero decine di pagine; pertanto, oltre al fatto di destreggiarmi come meglio potevo tra riepiloghi, impressioni e citazioni tratte dai volumi, ho pensato fosse meglio suddividere l’analisi in tre parti, confidando nel fatto che avrete la pazienza di seguirmi in ogni tappa senza cedere allo sbadiglio. O almeno così spero.

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UNO SGUARDO D’INSIEME

John Grady e Billy Parham sono i protagonisti principali di questi tre bellissimi romanzi, ultimi superstiti di una mitologia – quella del vecchio Far West – che è ormai giunta al crepuscolo, se non morta e sepolta. Le storie sono infatti ambientate sul confine tra USA e Messico alla fine degli anni Quaranta, dove le terre sconfinate e selvagge e l’assenza di centri urbani industrializzati danno ancora la possibilità di una vita allo stato brado, e anche l’illusione che questa possa continuare all’infinito. In realtà tutto ciò che è al di fuori del Messico si è già modificato o si sta modificando in modo inarrestabile, e presto il progresso, con tutte le sue diavolerie moderne, intaccherà anche questi ultimi avamposti desertici.

In Cavalli selvaggi (All the Pretty Horses, 1992), il primo romanzo della Trilogia, ci troviamo al seguito del sedicenne John Grady Cole, che dopo la morte del nonno lascia la terra d’origine, il Texas, per andare con l’amico Rawlins alla volta del Messico, in cerca di lavoro in qualche ranch. Lungo il cammino incontrano Blevins, un ragazzino bugiardo e sfrontato che sarà la causa dei molti guai che dovranno affrontare. I due giovani texani conosceranno anche la durezza del carcere messicano, da cui usciranno malconci ma vivi grazie all’intervento di Alejandra, una ragazza con cui John Grady aveva vissuto, solo poco tempo prima, un momento di intensa passione.

In Oltre il confine (The Crossing, 1994), il secondo romanzo, facciamo invece la conoscenza con Billy Parham e suo fratello Boyd, figli di un piccolo allevatore del New Mexico. Catturata una lupa che si stava accanendo sugli allevamenti di bestiame, Billy decide di non consegnarla al padre, che la ucciderebbe, ma di riportarla sulle montagne messicane per restituirla al suo habitat. Ma oltre il confine, che Billy attraverserà più di una volta, prima da solo con la lupa, poi con Boyd per recuperare dei cavalli rubati e poi di nuovo da solo alla ricerca del fratello scomparso, c’è solo un inferno che non concede sconti a nessuno.

In Città della pianura (Cities of the Plain, 1998), che conclude la trilogia, ritroviamo John Grady Cole e Billy Parham, che sono diventati amici e lavorano insieme in un ranch fra il Texas e il Messico. Qui conducono una vita relativamente tranquilla, tra l’addestramento dei cavalli e le serate passate ad ascoltare i racconti dei vecchi, fino a quando John Grady si innamora di una giovane prostituta messicana che lavora nel bordello di El Paso. Da quel momento dovrà fare i conti con Eduardo, il cinico protettore della ragazza, che alla fine lo sfiderà in un duello all’ultimo sangue, tanto epico quanto tragico nel suo epilogo.

IMPRESSIONI E CONSIDERAZIONI

Questa è la struttura tematica dei tre libri nella sua massima sintesi, di cui non vorrei rivelare altri dettagli. Perché ciò che mi interessa, come già detto, è comunicarvi le sensazioni e conseguenti riflessioni che sono scaturite da queste splendide letture. Che sono, in primis, l’idea del viaggio come esperienza iniziatica, soprattutto nei primi due romanzi, attraverso un percorso denso di pericoli che sancisce il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, dove la frontiera che si tenta continuamente di attraversare non è solo quella fisica ma anche quella metaforica. Una frontiera che rappresenta uno spartiacque tra due mondi ma anche tra due tempi diversi dell’esistenza, da cui non si può più tornare indietro con la stessa coscienza che si aveva prima. Il viaggio, quindi, inteso come percorso di formazione, dove però la vita viene vissuta giorno per giorno, dove non c’è una vera destinazione, uno scopo preciso, un fine ultimo, ma solo questo continuo vagare da un posto all’alto, questo continuo valicare dei limiti che poi in fondo sono sempre gli stessi, per di più adattandosi a bivaccare di notte nel deserto, mangiando ogni giorno tortillas con fagioli in scatola, con un senso di costante pericolo anche quando non accade nulla. Situazioni che, seppure ripetitive, vengono però narrate in un modo che cattura e coinvolge, al punto che a tratti sembra quasi di esserci lì nel deserto, accanto a questi giovani cowboy con le coperte sulle spalle, ad ascoltare anche noi i rumori della notte e quelle quattro battute che si scambiano davanti al fuoco.

(continua)

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