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Le  braci, Sándor Márai, Gli Adelphi, 2009, 181 p.

Le braci, Sándor Márai, Gli Adelphi, 2009, 181 p.

Riscoperto e rivalutato negli ultimi decenni, lo scrittore ungherese Sándor Márai merita di essere annoverato tra i grandi della narrativa mitteleuropea del secolo scorso, al pari di Joseph Roth, Franz Kafka, Elias Canetti e tanti altri. Alla fine degli anni ’40, dopo che le sue opere furono messe al bando dal regime comunista perché bollate come “borghesi”, Márai fu costretto ad abbandonare la terra d’origine trovando asilo prima in Svizzera e poi in Italia, fino al trasferimento definitivo negli Stati Uniti. Qui visse in modo schivo e solitario, continuando a scrivere nella lingua madre, circondato dall’indifferenza e sempre più emarginato. Nel 1989, in seguito a gravi lutti famigliari, si tolse la vita con un colpo di rivoltella. La sua produzione letteraria, per lungo tempo ignorata, ritrovò finalmente la luce nel corso degli anni ’90, prima in Francia e poi nel resto dell’Europa, permettendo così a tutti di scoprire e apprezzare delle opere meravigliose come L’eredità di Eszter (1939), La recita di Bolzano (1940), Divorzio a Buda (1935), e naturalmente anche Le braci (1942), il romanzo di cui tratterò adesso.

In sostanza questa storia, tanto carente di colpi di scena quanto straripante di pathos, prende forma e struttura da un vecchio rapporto d’amicizia tra due uomini. Due amici che da giovani erano stati inseparabili e che dopo molto tempo si rivedono per chiarire un certo istante che ha segnato per sempre le loro esistenze. Dal momento della loro separazione tutto si era infatti come cristallizzato, in attesa di un futuro incontro. C’è un segreto inquietante che li lega, un segreto che è “una forza che brucia il tessuto della vita come una radiazione maligna, ma al tempo stesso dà calore alla vita e la mantiene in tensione”. E l’origine di questo loro dissidio, su cui aleggia il fantasma di una donna, verrà chiarito nel corso di una lunga notte di analisi introspettiva, come un filo spezzato che viene a poco a poco ripreso e riannodato davanti agli occhi impazienti del lettore. Perché è proprio tramite il soliloquio di uno dei protagonisti, che nonostante la lunghezza si legge con il fiato sospeso, che ogni ricordo viene recuperato e analizzato in tutte le sue sfumature, alla ricerca di una verità già conosciuta ma alla quale è necessario, in qualche modo, dar voce. Il personaggio che parla, così preso dalla foga di fare domande da anticiparne addirittura le risposte, è il generale Henrik, mentre il suo ospite, quasi sempre laconico e silenzioso, è l’amico d’infanzia Konrad. Dal giorno della loro separazione Konrad ha passato lunghi anni ai tropici, in una sorta di autoesilio umido e disagevole, mentre Henrik è rimasto chiuso nel suo castello ai piedi dei Carpazi, circondato dal silenzio dei boschi, nell’attesa di un momento che finalmente è arrivato, un momento che forse gli potrà dare la conferma di un tradimento che risale al lontano passato.

Non vorrei scendere troppo nei particolari del romanzo, ma non posso fare a meno di parlarvi delle vibranti quanto intense riflessioni del generale Henrik, che hanno il potere di catapultare il lettore nelle viscere dell’animo umano. Le pagine del suo lungo monologo sono infatti di una bellezza incredibile, dove ogni dettaglio, anche quello più effimero, viene osservato in tutte le sfaccettature possibili. Sembra quasi di assistere ad una seduta di autoanalisi: un vero e proprio fiume di parole che con scrupolosità e risentimento, e a tratti in modo anche estenuante, cerca di ricomporre sull’onda della memoria tutte le tessere di un mosaico che appartiene ad un lontano passato. Ed è veramente impossibile non lasciarsi catturare e stordire da questo flusso elucubratorio, anche se alla fine non si arriverà a nessuna verità esplicita e men che meno ad una rappresaglia, perché Henrik è mosso più che altro dalla necessità di esternare all’ex amico tutto il malessere serbato dentro per anni, come un vulcano che non è più in grado di trattenere il magma. E seguendolo in questo sfogo, o meglio cavalcando l’onda lavica derivata da tale esplosione, abbiamo la possibilità di apprezzare una serie di interessanti riflessioni sull’amicizia, l’amore e il tradimento, analizzati in ogni loro aspetto e riflesso.

Il fatto è che noi amiamo sempre i diversi da noi, e continuiamo a cercarli in tutte le circostanze. Ed è questo uno dei misteri della nostra vita. Quando due esseri uguali si incontrano, la si considera una fortuna, un dono della sorte. Ma gli incontri di questo genere sono disgraziatamente rari, come se la natura facesse di tutto, usando la forza e l’astuzia, per impedire che si formi una tale armonia – forse perché ha bisogno, per ricreare il mondo e rinnovare la vita, della tensione che si sviluppa tra due individui che, pur vivendo secondo ritmi e tendenze discrepanti, si rincorrono eternamente. Una sorta di corrente elettrica alternata: dovunque si volga lo sguardo, si vede questo scambio continuo tra il polo negativo e quello positivo. Quanta disperazione, quante speranze inutili si celano dietro questa alternanza!

Allo stesso modo possiamo anche gustare diverse riflessioni sulla vita, la morte, la solitudine e il destino.

Gli uomini contribuiscono al loro destino, a determinare certi eventi. Invocano il loro destino, lo stringono a sé e non se ne separano più. Agiscono così pur sapendo fin dall’inizio che il loro modo di agire porterà a risultati nefasti. L’uomo e il suo destino si realizzano reciprocamente modellandosi l’uno sull’altro. Non è vero che il destino si introduce alla cieca nella nostra vita: esso entra dalla porta che noi stessi gli abbiamo spalancato, facendoci da parte per invitarlo ad entrare. Non c’è infatti essere umano abbastanza forte e intelligente da saper allontanare, con le parole o con i fatti, il destino infausto che deriva, secondo una ferrea legge, dalla sua indole e dal suo carattere.

Le conclusioni a cui giunge il vecchio generale, dopo ulteriori meditazioni e relativi monologhi, non gli recano però quel conforto che si aspettava, ma soltanto una rassegnata amarezza. Quell’amarezza che di solito subentra di fronte alla constatazione dell’immensa fragilità dei rapporti umani, di fronte all’impossibilità di poter fare qualcosa per evitare il loro deterioramento. Ma se con il passare degli anni le vampate più intense e brucianti si sono praticamente estinte, adesso anche le ultime braci, ormai quasi spente, riusciranno finalmente a dissolvere nel vento le loro ceneri.

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