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Candido. Un sogno fatto in Sicilia, Gli Adelphi, 2005, 133 p.

Candido. Un sogno fatto in Sicilia, Gli Adelphi, 2005, 133 p.

Leonardo Sciascia non ha di certo bisogno di presentazioni; chi di noi, infatti, non ha letto fin dai tempi della scuola Il giorno della civetta, il romanzo che dal 1961 ha inaugurato il suo lungo impegno etico contro i mali sociali e politici della terra sicula? Un impegno poi esteso all’analisi dell’Italia in generale e proseguito con altre pubblicazioni divenute famose, come ad esempio A ciascuno il suo, Il contesto, Todo modo, dove l’elemento poliziesco e il genere giallo sono serviti spesso da pretesto per descrivere il rapporto tra politica e mafia e i relativi intrallazzi. E dove l’obiettivo è stato puntato non solo sulla corruzione del governo, ma anche sulle responsabilità di una società civile quasi sempre connivente e omertosa.
Il libro che vi presento oggi è forse tra quelli meno conosciuti di Sciascia, anche se non si discosta dall’abituale critica agli organi di potere. Pubblicato nel 1977, in seguito a degli scontri personali molto duri con l’allora dirigenza del partito comunista, diventò ben presto l’emblema del dissenso al compromesso storico, ossia alla collaborazione tra PCI e DC. Non fu quindi casuale la scelta dell’autore di riferirsi al celebre racconto volteriano, che gli offrì appunto l’occasione di trapiantare negli anni Settanta una bella polemica contro le ideologie.

Il romanzo narra le vicende di Candido Munafò, nato in una grotta in Sicilia nel 1943, dove la popolazione si rifugiava a causa dei bombardamenti, proprio nella notte dello sbarco alleato, la notte che fece da spartiacque tra il fascismo e il post-fascismo.
Abbandonato in tenera età dalla madre, che gli preferisce la compagnia del nuovo marito americano, e rimasto orfano anche del padre, un ricco e rispettato avvocato, passa sotto la tutela del nonno generale, ex gerarca fascista, e della governante Concetta, che cerca invano di educarlo secondo principi cattolici e borghesi. Il piccolo cresce quieto, mite e riflessivo, con un atteggiamento che appare sempre inadatto alle varie situazioni. Ad ogni cosa Candido oppone un ragionamento semplice e limpido, meravigliandosi ogni volta di fronte alle contraddizioni di quello che non è, come invece lui crede, il migliore dei mondi possibili. L’atteggiamento resistente a qualsiasi compromesso e il desiderio di nominare le cose con il loro vero nome gli procurano ben presto svariati problemi. La sua integrità morale risulta scomoda a tutti, al punto da venir considerato una specie di mostro, non solo dai famigliari ma anche dalla gente del paese e dai compagni di partito.


Nonostante questo, o forse proprio per questo, Candido diventa l’allievo preferito di don Antonio Lepanto, un prete dalla mente irrequieta e brillante che si arraffa nel tentativo di coniugare cattolicesimo, psicoanalisi e marxismo, con risultati non sempre convincenti. In ogni caso, il candore intellettuale di Candido trova il modo di mescolarsi con quello disincantato dell’arciprete, dando vita ad un’amicizia che è affetto e sostegno, seppure con le dovute differenze. La stramba coppia viene però ben presto coinvolta in una serie di vicissitudini, dove l’integrità morale e l’amore per la verità la porteranno a scontrarsi con i parenti, con la comunità religiosa, con i colleghi di partito. In seguito ad un amore considerato irregolare, Candido viene infatti espulso dal Partito Comunista, ma è lampante che questa emarginazione dipende dal suo modo di essere così schietto e privo di ipocrisie, che urta e infastidisce gli altri politicanti. La gente lo vede come un provocatore rompiscatole da cui è meglio rifuggire, e approfitta di ogni piccolo fatto per screditarlo.

Insomma, questa è una storia con aspetti tristi ma anche divertenti, e che prende spunto, come già detto, dal Candido settecentesco di Voltaire, che era talmente convinto delle bellezza e perfezione del mondo da non accorgersi dei pericoli e della malafede altrui. Ma se il Maestro Pangloss di Voltaire tendeva ad imporsi e a fomentare nel suo allievo una visione pericolosamente ottimistica del mondo, il don Antonio di Sciascia ci appare invece più ponderato e giudizioso, oltre che disponibile allo scambio di idee. Don Antonio e Candido vivono infatti in una sorta di simbiosi, di reciproca ispirazione, uno attraverso l’esperienza dell’altro. La loro presa di coscienza è comunque lunga e progressiva: ogni tanto cadono e poi si rialzano, talvolta si allontanano e poi si riavvicinano, ma alla fine trovano un loro modo di essere sereni, a dispetto di tutti quelli che cercano di intralciarli. Sì, perché anche il Candido di Sciascia, sulla falsariga di quello volteriano, è sorretto da un incrollabile ottimismo e da un incondizionato amore per la vita, a patto, però, di rimanere svincolato dai legami con la realtà…

Mi è piaciuto il raffinato sarcasmo di questo arguto scrittore, che dipingendo un sistema politico che gronda di difetti e contraddizioni ci costringe a fare un parallelo con la nostra realtà attuale, che a ben vedere invece di migliorare è andata peggiorando. Anche oggi le cose non sono per nulla cambiate: trasformismo, disorientamento e corruzione imperano ovunque. Così come il bisogno insopprimibile di riconoscersi in una bandiera e nello stesso tempo la difficoltà di riconoscervici. Al punto che molte persone, ormai stanche e disilluse, vivono sospese tra realtà e sogno, proprio come Candido, accontentandosi del poco che hanno, ma solo finché la fortuna le assiste.
Un romanzo quindi ancora oggi realistico, dove il richiamo ad opere letterarie del passato non fa altro che enfatizzare la corrente ironica del racconto, oltre che criticare l’attualità più o meno recente dei partiti politici. Ma il bersaglio di Sciascia sono soprattutto le ideologie e le forme radicali di pensiero, che appaiono quasi tutte viziate, intaccate fin dalla base dall’arrivismo, dall’opportunismo, dal clientelismo. L’impressione è che lo scrittore abbia voluto, con le vicende patite da Candido, mettere proprio in evidenza quanto manchi in Italia una classe dirigente colta e intelligente, onesta e consapevole delle proprie responsabilità. Ma il suo sguardo sulla politica, seppur drammatico, non prende mai una piega lamentosa o tragica, ma procede sempre sotto il riflettore dell’ironia, anche se spesso è un’ironia pessimistica e tagliente. Perché «greve è il nostro tempo, assai greve», e purtroppo resta tale, nonostante la conclusione felice di questo romanzo.

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