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ESPIAZ

Espiazione, Ian McEwan, Einaudi, Super ET, 2005, 388 p.

Di McEwan viene in genere apprezzata l’abilità con cui riesce a cesellare personaggi, situazioni e contesti ambientali, come anche la capacità di passare al vaglio del setaccio ogni tipo di emozione umana. I suoi libri possono essere più o meno intensi, più o meno avvincenti, ma sono sempre accomunati da uno stile limpido e preciso fin nel dettaglio, da una struttura narrativa pressoché perfetta e da una meticolosa preparazione di base per qualsiasi tematica affrontata.
Definito spesso dalla critica un mago delle parole per la capacità con cui sa trasmettere immagini e sentimenti in modo quasi visivo, questo scrittore è riuscito a farsi apprezzare anche per la tensione e l’inquietudine che spesso infonde alle sue storie, che si rivelano quasi sempre appassionanti fino all’ultima pagina.

Espiazione è uno dei suoi romanzi forse più belli, oltre che tra i più famosi, da cui è stato tratto anche un film per la regia di Joe Wright, con la splendida Keira Knightley nel ruolo di Cecilia. Un film a mio parere intenso quanto il libro; un caso piuttosto raro, a dire il vero, visto che spesso le trasposizioni cinematografiche storpiano senza alcuna pietà le trame dei romanzi.
La storia inizia a Villa Tallis, nella campagna inglese dei primi anni Trenta, e ci presenta la protagonista Briony, una vivace tredicenne aspirante scrittrice, nel momento esatto in cui si affanna ad imbastire una rappresentazione teatrale per festeggiare il ritorno dell’adorato fratello maggiore. Briony è una ragazzina caratterialmente complessa e dotata di vena creativa, alle prese con tutte le emozioni adolescenziali tipiche della sua età; una bambina che crede di capire così tanto delle “cose dei grandi” da non preoccuparsi della possibilità di errori e limiti nella percezione reale degli eventi. In altre parole, Briony condensa nella sua personalità tutta quell’ingenua e insopportabile presunzione che è tipicamente infantile. Ed è proprio questa caratteristica che la spingerà a fraintendere una scena di intensa passione tra sua sorella Cecilia e Robbie, il figlio di una domestica, scambiandola per una violenza imposta. Un abbaglio di comprensione provocato dai turbamenti per una realtà che non conosce, per di più alimentato da una fervida immaginazione, che da lì a poco la spingerà – dopo un fatto grave e imprevisto accaduto ad una cugina – ad avanzare delle accuse terribili nei confronti del povero Robbie, che in realtà è totalmente innocente. Da quel momento, senza rendersene conto e senza volerlo veramente, Briony rovinerà irrimediabilmente la vita di una coppia di giovani innamorati, infliggendosi un debito talmente grosso che ben presto le risulterà insostenibile. Poi nel corso degli anni, passando da un’esperienza di vita all’altra, Briony cercherà di fare di tutto per arginare e quietare i morsi della coscienza, fino al punto di elaborare un’altra sorprendente suggestione, questa volta però voluta e intenzionale…

Non vorrei però addentrarmi troppo nella trama, merita veramente di essere assaporata a piccole dosi; mi limito ad aggiungere che anche la seconda parte del romanzo, che si snoda attraverso le tragiche vicende della guerra, è molto intensa e coinvolgente. Qui la storia si focalizza nella zona settentrionale della Francia, durante il periodo dell’avanzata dei tedeschi e il ripiegamento delle truppe anglofrancesi. Sono scene narrate in modo magistrale, sia per i dettagli descrittivi che per l’orrore che incutono. Robbie, che per accorciare gli anni di carcere seguiti a quell’ingiusta accusa di stupro aveva deciso di arruolarsi, è uno dei tanti soldati inglesi che battono in ritirata, affranto e ferito, sorretto solo dal ricordo delle dolci parole di Cecilia: “Ti aspetterò. Torna da me”.
La terza parte del romanzo vede invece Briony lavorare duramente in un ospedale londinese come infermiera tirocinante, continuamente tormentata dai sensi di colpa. Ed è proprio qui che verrà raggiunta da una notizia che la farà ripiombare con dolore nel passato, un dolore che la spingerà al desiderio di rintracciare la sorella Cecilia, con la quale aveva rotto, da quel fatidico giorno, ogni tipo di legame. Ma da questo momento la realtà si mescolerà sempre di più con la menzogna, anche se il lettore non se ne accorge subito, per infine approdare ad un finale che lascia di pietra, un finale che sconcerta e lascia un retrogusto amaro, ma che forse è anche l’unico possibile per non cadere nel prevedibile o nel melenso.

Nel suo complesso questo è un romanzo che affascina e coinvolge, anche e soprattutto per l’introspezione psicologica dei personaggi. L’autore è stato veramente bravo nel tratteggiare gli stati d’animo di Briony, esplorandone con accuratezza pensieri, timori e punti di vista, nonché rimorsi e relative sofferenze, seguendola passo dopo passo dall’adolescenza all’età adulta e poi fino alla vecchiaia. Non l’ha mollata un solo istante in questa lunga e tormentata ricerca di un’espiazione che non trova sollievo. E anche se alla fine scopriamo che Briony ha cercato in qualche modo di porre rimedio al suo debito con il passato, questo ci appare comunque come una sorta di surrogato, come un fallace compromesso con se stessa, e quindi non ci convince del tutto, ci lascia insoddisfatti, perché per quanto il suo tentativo possa apparire ingegnoso e sofisticato non potrà mai offrirle un affrancamento reale, un’assoluzione definitiva… Insomma, per un bel po’ di pagine ce lo fa credere che un vero riscatto possa avvenire, il diabolico McEwan, ma alla fine è solo un palliativo, una vana speranza, o meglio una presa in giro per i lettori.

Vi lascio qui di seguito un intrigante assaggio della sua scrittura, riportandovi una parte dell’incontro appassionato tra Cecilia e Robbie all’interno della biblioteca (pag. 142-143):

Robbie le appoggiò le mani sulle spalle, e sentì la pelle di lei fresca al tatto. Mentre i loro visi si avvicinavano, era ancora abbastanza insicuro da riuscire a immaginare che Cecilia potesse ritrarsi di scatto, o colpirlo, come nella scena di un film, con uno schiaffo. La sua bocca sapeva di sale e di rossetto. Si allontanarono per un istante, lui la cinse con le braccia e si baciarono ancora, con maggior disinvoltura questa volta. Con audacia si sfiorarono la punta della lingua e fu allora che lei emise il gemito sommesso che segnò la trasformazione, ma Robbie lo seppe solo in seguito. Fino a quell’istante, c’era stato qualcosa di comico nel ritrovarsi una faccia nota tanto vicina alla propria. Si sentivano sotto gli sguardi divertiti di loro stessi bambini. Ma il contatto delle lingue, muscoli frementi e vivi, carne contro carne umida, e il suono inconsueto che il contatto aveva prodotto in lei, cambiarono ogni cosa. Quel suono parve penetrarlo, trapassargli il corpo in tutta la sua lunghezza dandogli la possibilità di uscire da se stesso e baciarla liberamente. Il gesto che era stato consapevole e impacciato si fece impersonale, quasi astratto. Il sospiro che lei aveva emesso era carico di desiderio e l’aveva contagiato. La spinse con forza nell’angolo, tra i libri. Mentre si baciavano, Cecilia gli tirava i vestiti, tentando senza successo di aprirgli la camicia, di slacciargli la cintura. Le teste si rovesciavano girandosi da un lato all’altro mentre i loro baci diventavano violenti come morsi. Lei gli affondò i denti nella guancia, non proprio scherzosamente. Lui si ritrasse, per poi tornare a farsi mordere forte il labbro inferiore. Le baciò la gola, bloccandole la testa contro lo scaffale; lei lo afferrò per i capelli e gli premette il capo sul seno. Per un attimo lui annaspò maldestro, finché non le trovò il capezzolo, piccolo e duro, che circondò con le labbra. La schiena di lei si irrigidì, percorsa da un lungo brivido. Per un momento Robbie pensò che fosse svenuta. Gli cingeva il capo con le braccia molli, e quando serrò la presa lui sollevò la testa per prendere fiato, si drizzò e l’abbracciò avvicinandosi la testa di lei al petto. Lei lo morse di nuovo, tirando fra i denti la camicia. Quando udirono un bottone cadere a terra tintinnando, entrambi dovettero trattenere un sorriso e distogliere lo sguardo. Il senso del comico li avrebbe distrutti. Cecilia gli intrappolò il capezzolo fra i denti. La sensazione era intollerabile. Lui le rovesciò il capo all’indietro e, immobilizzandola, le baciò gli occhi e le schiuse le labbra con la lingua. L’impotenza le fece emettere ancora quel suono come di un sospiro contrariato.

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