Bianco

Bianco, Marco Missiroli, Guanda, 2009, 225 p.
Bianco, Marco Missiroli, Guanda, 2009, 225 p.

Marco Missiroli è salito alla ribalta nel 2005 con il romanzo “Senza coda”, una vicenda di mafia osservata attraverso lo sguardo di un ragazzino, vincitore del Premio Campiello opera prima. Un autore che per molti è stato una rivelazione, non solo per la giovane età (riminese, classe 1981) ma anche per lo stile narrativo asciutto, nitido e nello stesso tempo intenso, vibrante, che riesce con pochi tratti veloci e incisivi a dar forma a volti, sguardi, gesti che contano più di mille parole. Uno stile che in parte ricorda quello degli scrittori nordamericani.
Per quanto riguarda il libro che mi appresto a recensire, bisogna dar merito all’autore di essersi saputo calare molto bene nella realtà statunitense del secolo scorso, così lontana dal nostro modo di vedere e intendere le cose. Siamo nel Sud degli Usa, non ci sono precisi riferimenti di tempo e di luogo ma dalle varie descrizioni si intuisce che l’epoca è quella delle violente discriminazioni razziali. Sono gli anni in cui i neri vengono ancora disprezzati e osteggiati, considerati come bestie o figli del diavolo. Il Ku Klux Klan, i cui adepti sono rigorosamente di razza bianca, di ceppo anglosassone e di fede protestante, agisce con tutta la sua ferocia contro neri, ebrei, cattolici e immigrati, soprattutto nei centri periferici dove la legge tende a chiudere un occhio. Questa cultura di rifiuto e di persecuzione nei confronti del diverso viene inculcata ai bambini bianchi fin dall’infanzia, complici gli educatori, i preti e le stesse famiglie. In nome di Dio si incita a ripulire la società dalla presenza immonda del “negro”. Sono quindi anni di ottuso conformismo e Moses Carpenter cresce in questo clima, costretto all’odio dalle cinghiate del padre, diviso tra il suo desiderio di rapporti umani basati sulla giustizia e il bisogno di rispondere alle aspettative razziste del gruppo che lo circonda. Il suo peccato più grande, per cui si tormenta ora che è vecchio, è quello di non aver avuto la forza di opporsi, di aver tradito chi non avrebbe voluto tradire. Tormentato dalla perdita della moglie, che aveva sempre disapprovato le sue idee intolleranti, Moses deve ora affrontare l’arrivo di una nuova famiglia in paese, di cui tre componenti su quattro sono di colore. Quello che desta più scalpore di questa famiglia è l’unione tra una donna bianca e un uomo nero, assolutamente inconcepibile per la gente del posto. La comunità razzista di un tempo invoca l’appoggio di Moses, lo incita ad assumere provvedimenti drastici, ma il vecchio si riscopre vacillante, inizia a mettere in dubbio certezze e convinzioni. L’antico retaggio di odio instillato dal padre comincia a cedere, a rivelare delle crepe… Per Moses è la spinta ad una progressiva trasformazione, l’imbocco di un difficile percorso di redenzione che all’inizio lo vede ancora titubante ma che alla fine lo spingerà a saldare il debito con il passato.

Un romanzo denso di contenuti e ben scritto, dove crudeltà e umanità si alternano tra ricordi del passato ed eventi del presente, abbracciando presumibilmente un periodo che va dall’inizio degli anni Venti (l’apice della segregazione razziale in America) alla fine degli anni Sessanta (le prime conquiste dei neri per i diritti civili, ancora fortemente contrastate dai bianchi). Indimenticabile la figura di Miss Betty, una donna di colore anziana, grassa, fumatrice e malaticcia, dal passato carico di soprusi ma dotata di grande intelligenza e forza d’animo, che è tornata al Sud con il figlio, la nuora e il nipote nella speranza che qualcosa fosse cambiato. Interessante anche l’idea della progressiva redenzione di un vecchio razzista, che fa da filo conduttore a tutta la vicenda. La figura di Moses è estremamente umana, toccante, dilaniata dal senso di colpa e dal rimorso, consumata dagli errori del passato. Il suo è un tormento che lo spinge spesso ad appellarsi a Dio, a chiedere perdono sulla tomba della moglie, tra le lapidi e l’odore della fine. Ed è nel capitolo ventunesimo, a mio parere uno dei più belli per intensità e grazia, che si completerà la metamorfosi del vecchio, ormai incapace di resistere al richiamo del cuore.

Un libro da leggere, perché riuscirà sicuramente a toccarvi qualcosa dentro, a scuotervi nel profondo. Da leggere anche per non dimenticare che il razzismo è ancora oggi presente in molte parti del mondo, seppure con forme e modalità differenti.

6 pensieri su “Bianco

  1. Perseo

    Questo è anche un libro che si distingue da molti altri che parlano di razzismo per un fattore importante: l’attenzione stavolta non è puntata sulla vittima ma sul persecutore.Tutto ruota intorno a Moses e all’odio per il diverso con cui si è avvelenato il sangue. Alla fine lui è sia carnefice che vittima, se si considera il trascorso condizionante e poi anche i sensi di colpa che gli mordono la coscienza fino alla catarsi finale.Ti leggo da un po’, mi piace come scrivi. Ci metti passione e competenza.

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    1. Sì, infatti, anch’io avevo trovato interessante che l’attenzione fosse stata puntata sul processo di redenzione di un vecchio razzista, come specificato nella parte finale del mio articolo. Ti ringrazio per il complimento, sei fin troppo gentile…

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      1. Perseo

        Scusami la precisazione, ma non intendevo dire che non l’hai specificato abbastanza, solo che mi sembrava utile rafforzarne il concetto. Forse perché è la cosa che più colpisce di questo libro.

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      2. Ma hai fatto benissimo a fare quell’aggiunta, visto che approfondisce ancora meglio un punto cruciale del romanzo. Apprezzo molto lo scambio e l’ampliamento di vedute che può derivare da una stessa lettura 😉

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