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La musica del caso, Paul Auster, Einaudi Super ET, 2009, 207 p.

La musica del caso, Paul Auster, Einaudi Super ET, 2009, 207 p.

Dire che questa romanzo mi è piaciuto sarebbe riduttivo, visto che l’estate scorsa mi ha inchiodata alle pagine fino all’ultima riga. Non riuscivo proprio a mollarlo.
Parla di un uomo, tale Jim Nashe, che, dopo l’abbandono della moglie e un lascito inaspettato, si lancia in un lungo viaggio on the road attraverso gli Stati Uniti senza una meta precisa, trovando un piacere quasi ossessivo da una guida estenuante che lo porta a percorrere centinaia di chilometri in pochi mesi. Seppure consapevole del fatto che insieme al motore sta consumando anche le ultime riserve di denaro, Nashe non riesce più a fermarsi, dominato dalla necessità di un continuo viaggio che in realtà è una continua fuga da se stesso.

 La velocità era la cosa essenziale, la gioia di sedersi in macchina e precipitarsi avanti attraverso lo spazio. Divenne il bene primario, una fame da saziare ad ogni costo. Nulla attorno a lui per più di un momento, e poiché i momenti si susseguivano, era come se lui solo continuasse a esistere. Lui era il punto fermo in un vortice di cambiamenti, un corpo che restava in equilibrio, assolutamente immobile, mentre il mondo gli si gettava incontro e scompariva.

Finché un bel giorno – ma sarebbe meglio scrivere brutto – scorge lungo la strada la figura di un ragazzotto malconcio e insanguinato; l’istinto gli dice di non fermarsi, ma ormai il piede ha già premuto sul freno. Da quel momento Jack Pozzi, un giocatore di poker avventato e balordo, entrerà di getto nella sua vita per trascinarlo in vicende rischiose e sempre più assurde. Come ad esempio quella della sfida a poker con degli eccentrici miliardari, che costringerà i due compagni di viaggio a subire una condizione tanto angosciante e mortificante quanto surreale, degna di un romanzo kafkiano.

Non svelo altro della trama, sarebbe un peccato mortale. Provate a leggere il libro e a vivere sulla vostra pelle la suspense e l’inquietudine che ho provato io ad ogni svolta di capitolo: non ve ne pentirete. Aggiungo solo che anche questo è un romanzo, come molti altri dell’autore, impostato sul potere sconfinato del caso e su quella serie di conseguenze negative che spesso investono chi si ostina a sfidare la sorte, a giocare continuamente d’azzardo. Il protagonista, infatti, pur trovandosi in situazioni già pericolanti tenta lo stesso di fare ulteriori passi arrischiati, ritrovandosi ogni volta più impantanato di prima e sempre più vicino all’orlo del precipizio.

Paul Auster, com’è nel suo stile, si diverte a pilotare la vicenda oltre i limiti della ragionevolezza e del buon senso portando all’estremo anche le reazioni emotive dei suoi personaggi, che sono quasi sempre degli eroi disorientati alle prese con un mondo enigmatico, difficile, incomprensibile. Perché, come già sanno i suoi affezionati lettori, l’obiettivo principale dei suoi racconti è proprio quello di osservare il comportamento umano nel momento fatidico in cui arriva quel quid che sconvolge ogni piano. Tutto il resto, che è noia, Auster lo lascia scrivere tranquillamente agli altri.

A partire dal romanzo Trilogia di New York, dove la storia nasce da un fatto casuale e prosegue secondo i capricci della sorte, l’autore si è sempre dilettato nella ricerca di quelle strane coincidenze, apparentemente insignificanti, che irrompono all’improvviso nella vita, colpiscono e spiazzano deviando per sempre un corso già stabilito. Di fronte alla riflessione se siamo vittime più o meno consapevoli del caso o se c’è un deus ex machina che ci programma l’esistenza e quindi tutto è già scritto nel nostro destino, Auster propende per la prima ipotesi. «Possiamo prendere decisioni, fare scelte, porci degli obiettivi», spiega in un’intervista, «e se siamo determinati magari riusciamo anche a raggiungerli, ma spesso gli eventi interferiscono, l’inaspettato si manifesta costantemente».

Non ci sarebbe altro da aggiungere su questa incredibile storia. Vorrei solo concludere l’articolo con un breve estratto dal penultimo capitolo, dove Jim Nashe, dopo aver ottenuto una tastiera elettronica dai suoi aguzzini, cerca di riempire il vuoto angoscioso delle ore serali con delle melodie antiche, in particolare concentrandosi:

…sulle opere di compositori preottocenteschi: Il quaderno di Anna Magdalena Bach, Il clavicembalo ben temperato, le Barricate misteriose. Gli era impossibile suonare quest’ultimo pezzo senza pensare al muro, e si trovò a tornare continuamente ad esso. Richiedeva poco più di due minuti, e in nessun punto del suo lento, sicuro progresso, con tutte le pause, le sospensioni e le ripetizioni, richiedeva di suonare più di una nota per volta. La musica partiva e si fermava, poi partiva di nuovo, poi di nuovo si fermava, eppure il brano continuava ad avanzare, dirigendosi verso una risoluzione che non arrivava mai. Erano quelle le barricate misteriose? Nashe ricordava di aver letto da qualche parte che nessuno era sicuro di cosa avesse voluto dire Couperin con quel titolo. Alcuni studiosi lo interpretavano come un comico riferimento alla biancheria femminile – l’impenetrabilità dei corsetti – mentre altri vi vedevano un’allusione alle armonie non risolte del pezzo. Nashe non aveva modo di saperlo. Per quello che lo riguardava, le barricate stavano per il muro che stava costruendo nel prato, ma questo non significava conoscere il loro significato.

La musica che quindi per un attimo, ma solo per un attimo, porta con sé l’oblio, illanguidisce e svuota dalle emozioni in eccesso, dona un po’ di sollievo, cosa che però non accadrà a voi quando sarete giunti all’ultima pagina di questo libro.

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