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Il battello bianco, Tschingis Aitmatov, Marcos y Marcos, 2007, 202 p.

Il battello bianco, T.Aitmatov, Marcos y Marcos, 2007, 202 p.

Mi è capitato, tempo fa, di accostarmi a questo scrittore kirghiso così per caso, senza averne mai sentito parlare, e se questa sia stata una scoperta più o meno piacevole devo ancora capirlo. Lo stile narrativo è bello e scorrevole, a tratti anche lirico, ma la storia in sé stessa è terribilmente triste, non offre alcuna speranza. Una storia che certamente racchiude delle importanti valenze simboliche, che necessitano di essere colte e comprese, ma che per altri versi è veramente difficile da digerire.
Non mi sembra che in giro si parli granché delle opere di Tschingis Aitmatov, forse anche perché qui da noi, negli anni della cosiddetta perestrojka, era noto più per il ruolo che svolgeva nel governo Gorbaciov che non per la sua attività di narratore. Aitmatov  lavorò anche come diplomatico presso le sedi dell’ONU, CEE e UNESCO, prodigandosi spesso in cause e battaglie in difesa delle minoranze etniche. Come politico è stato fra i pionieri, negli anni Cinquanta, dell’ambientalismo e del pacifismo. Nei suoi romanzi, impregnati di tradizione e cultura kirghisa, i protagonisti devono spesso scontrarsi con l’oppressione che limita la libertà, con la tradizione che blocca il progresso, con la ferocia che annulla la purezza. Così come accade in questa storia, che all’inizio sembra quasi introdurre il lettore in un ambiente da favola ma che poi in realtà, al di là degli incantevoli paesaggi boschivi, nasconde una trama dolorosa e straziante che sfocia in un finale veramente atroce. In sostanza, questo è un romanzo che ci parla della scoperta delle brutture del mondo da parte di un bambino, e quindi dell’innocenza infantile che è costretta a fare troppo presto i conti con la realtà del male.

Ci troviamo in un villaggio della Kirghisia (l’attuale Kirghizistan), ai tempi della dittatura sovietica, tra magnifiche montagne, laghi incantati e foreste superbe. Qui c’è un gruppetto di case affacciate su un torrente dove abitano tre coppie imparentate e un bambino orfano, affidato alle cure di nonno Momun, un uomo che è la bontà fatta persona, grande cultore di antiche leggende. Protagonista di questo racconto è proprio il bambino, al quale l’autore non dà un nome forse per permettere al lettore di identificarsi meglio con lui. Ogni cosa, ogni evento è visto attraverso lo sguardo candido e puro di questo ragazzino, che parla con gli animali, con i sassi, addirittura con la cartella che gli ha regalato il nonno per andare a scuola.
Di frequente il bambino si arrampica sulla cima del Monte Sentinella, da dove osserva col binocolo un lago sul quale scivola, ogni sera, un grande battello bianco. In questi momenti di solitudine dà libero sfogo alla sua fantasia, immaginando che col battello arrivi il padre tanto desiderato, mentre lui si trasforma in un pesce per poterlo raggiungere più velocemente.
Ma c’è qualcuno che rompe l’incantevole armonia dei suoi stati d’animo: è la guardia forestale Orozkul, che quando beve diventa violento e picchia selvaggiamente la moglie, la sfortunata figlia di Momun e zia del bambino, colpevole di non avergli dato dei figli. La serenità del bambino viene quotidianamente intaccata dalla rabbia e dall’ottusità di Orozkul, che in questa vicenda rappresenta il Male, l’orco cattivo della favola.
Dopo aver incontrato nel bosco la mitica cerva bianca dalle ramose corna, nume tutelare venerato dalla gente delle montagne kirghise come capostipite e custode della stirpe, protagonista delle leggende rievocate con nostalgia dal nonno, il bambino si convince che l’animale sia tornato ad abitare in quelle selve per portarvi un messaggio di pace e speranza. Comincia quindi a rivolgere pensieri e preghiere a Madre cerva, implorandola di portare un figlio alla zia per porre fine a quel clima di violenza.

A questo punto non vado oltre: a voi il piacere, si fa per dire, di scoprire il tremendo epilogo. Aggiungo solo che se da una parte la realtà si presenta cruda e ripugnante, dall’altra l’immaginazione appare come l’unico elemento di salvezza. Ma la fantasia – sembra dirci l’autore – può anche rivelarsi un’arma a doppio taglio, perché se all’inizio aiuta il bambino a dar sfogo al disagio e a dominare in qualche modo la paura, alla fine lo spinge oltre il confine di ogni buon senso… Quando il bambino verrà infatti sconvolto da un fatto imprevisto e cruento, non troverà altro modo di reagire che quello di dar forma concreta alla sua fantasia più segreta e profonda.

In definitiva, a mio modo di vedere, questa è soprattutto una fiaba contro la violenza, la prevaricazione, il dispotismo, anche se alla fine non lascia nessuna speranza. Lo slancio vitale del bambino, così limpido e gioioso, è costretto a scontrarsi con la rozzezza, la meschinità e la brutalità degli adulti. Il nonno è l’unica persona buona, l’eroe umile della storia, che però con il suo comportamento vile e sottomesso alla fine disillude il bambino. Il nonno prima alimenta i sogni del bambino e poi contribuisce a distruggerli, perché non è capace di opporsi alle prepotenze e vessazioni altrui.
La mia impressione è che l’autore abbia voluto lanciare una sorta di messaggio al mondo con questa storia, evidenziando quanto sia difficile se non addirittura utopistico auspicare un futuro migliore in un contesto autoritario oppressivo, soprattutto se chi è maltrattato non trova il coraggio di ribellarsi, di lottare per cambiare le cose. Del resto non è neppure difficile scorgere in queste pagine, scritte nel 1970, un atto di denuncia alla politica dittatoriale sovietica, che ai tempi in cui era cresciuto e vissuto lo scrittore ancora imperversava in ogni provincia della Russia (la Kirghisia riuscì ad ottenere l’indipendenza dall’Unione Sovietica solo nel 1991). Quindi alla fine gli ingredienti fiabeschi del romanzo, per quanto mitici, leggendari o inventati, non riescono a camuffare l’accusa per un regime comunista che per decenni ha massificato il popolo russo, costringendolo ad un ruolo di subordinazione anti libertario, piatto e uniforme.

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