L’Iguana

L’Iguana, Anna Maria Ortese, Adelphi, 2011, 184 p.
L’Iguana, Anna Maria Ortese, Adelphi 2011, 184

Oggi vi propongo un romanzo ricco di risvolti simbolici, partorito dalla fervida mente di una scrittrice che da molti anni non è più tra noi. Una scrittrice che visse sempre con dignità e coraggio, nonostante l’indifferenza dei salotti letterari, le difficoltà economiche, i problemi familiari, la solitudine. Solo negli ultimi anni della sua esistenza riuscì ad ottenere i meritati apprezzamenti, oltre che un aiuto economico dal governo per far fronte alle necessità. Stiamo parlando di Anna Maria Ortese (1914-1998), un’autrice che mi sembra poco conosciuta al giorno d’oggi, soprattutto tra i giovani, forse a causa di uno stile narrativo sontuoso e ricercato, che in parte ostacola la diffusione delle sue opere su larga scala. A dire il vero, l’Ortese è soprattutto nota per la raccolta di novelle “Il mare non bagna Napoli”, che le valse il premio Viareggio nel 1953 (e tante polemiche da parte dell’intellighenzia dell’epoca), ma per il resto della sua produzione letteraria, quella di carattere surreale-fantastico, rischia di rimanere ancora oggi confinata in una zona d’ombra.

L’Iguana, pubblicato nel 1965, fa parte della cosiddetta trilogia fantastica (o degli animali) che include anche Il cardillo addolorato (1993) e Alonso e i visionari (1996). Sono vicende suggestive e visionarie, dal sapore quasi fiabesco, che oscillano di continuo tra il reale e l’irreale ma che spingono anche a riflettere sulle ragioni dell’amore e della sofferenza umana, regalando al lettore un’esperienza fuori dal comune. Ammetto che l’Iguana è un testo impegnativo e in alcuni tratti frammentario, ma vale la pena di affrontarlo per l’originalità dello stile narrativo, per il suo essere “diverso” rispetto all’epoca in cui è stato scritto (quella del dopoguerra), fattori che peraltro causarono all’autrice anni di indifferenza da parte della critica letteraria. L’Ortese tuttavia, che non mancava di intelligenza e caparbietà, continuò a modellare la sua particolare forma espressiva, nella quale qualcuno ha voluto scorgerci caratteri del neorealismo e qualcun altro influenze del realismo magico. Personalmente credo, per quanto possa valere la mia opinione, che la scrittrice sia invece riuscita a differenziarsi da tutto e da tutti, grazie alla sua capacità di far convivere in modo seducente verità e finzione, realtà e fantasia, seguendo un percorso autonomo di continuo perfezionamento estetico. Nei suoi romanzi, incentrati quasi sempre sul tema della miseria e dell’ingiustizia patita, spiccano personaggi dall’animo puro e idealistico che cercano di contrastare il male, sorretti da un pessimismo esistenziale che, per quanto amaro e doloroso, cerca sempre di serbare un filo di speranza.

Così succede anche in questa storia dal taglio surreale, la cui trama si svolge a Ocana, un’isola misteriosa «a forma di corno» non segnata sulle carte nautiche. Qui vive una piccola iguana ridotta in servitù da una famiglia di antichi nobili decaduti. Questa fantastica creatura dotata di sembianze umane è – come scrive l’autrice – «una bestiola verdissima e alta quanto un bambino, dall’apparente aspetto di una lucertola gigante ma vestita da donna, con una sottanina scura, un corsetto bianco, palesemente lacero e antico, e un grembiale fatto di vari colori». Un giorno approda all’isola il conte Aleardo, un nobile milanese che viaggia alla ricerca di terre da acquistare. Il conte viene ospitato dai signori dell’isola, ma dopo aver conosciuto l’iguana, che all’inizio gli sembra una nonnina ma poi gli appare come una piccola e graziosa fanciulla, ne subisce una strana e sempre più forte fascinazione. Scoperte le condizioni miserevoli in cui vive la povera creatura, il sensibilissimo conte vorrebbe liberarla dall’asservimento, sposarla e portarla via con sé, ma in questo tentativo di redenzione saranno purtroppo il «disordine e dolore» a prevalere.

Devo dire che il romanzo non mi è affatto dispiaciuto, anche se l’atteggiamento dimesso della donna-lucertola è in certi casi davvero irritante, soprattutto quando viene tirato all’estremo. Alcuni passaggi li ho percepiti veramente lenti, ridondanti oltremisura, al punto di dover lottare con me stessa per non cadere tra le braccia di Morfeo. Forse la continua transizione dalla realtà alla metafora si rivela alla fine svantaggiosa, perché rischia di rendere poco scorrevole la trama. Altri capitoli invece, in particolare quelli conclusivi, diventano anche fin troppo veloci nel mutare scena, nel passare da un luogo all’altro, con un succedersi di eventi talmente caotico da compromettere quasi l’attenzione. In queste pagine la realtà si mescola sempre di più con il sogno e l’allucinazione, costringendo chi legge ad immergersi – al pari del conte Aleardo – in un’atmosfera di crescente malinconia, di rabbia frustrata e tristezza senza pace.

Senza dubbio è da apprezzare il lirismo che emerge da alcune descrizioni: << Sembrava che l’Universo intero stesse viaggiando. Il cielo, cosparso di un mare di riccioli chiari, quasi trucioli di carta, si andava colmando, là sotto, di una luce pacata e calda, come un rossore di gioia, che doveva ritenersi segno del lento incedere, dietro qualche sommità dell’isola, dell’astro>>, così come l’inventiva che spicca nella caratterizzazione di personaggi e scene: <<… e che i due fossero usciti insieme dalla biblioteca, dopo lungo parlare, mai pensando di trovare nel corridoio il conte, fu chiaro a questi nel modo in cui lo striminzito marchese accentuava il suo sorriso, mentre l’Arcivescovo, come una nera farfalla trafitta dallo spavento alla vista di una mano che si accosta, cerca di mimetizzarsi col primo luogo che le si offre, aderiva alla vetrata della finestra in maniera curiosa, identificandosi con le altre irrigidite figure di re portoghesi.>>

Nel romanzo trapela anche una critica, più o meno velata, ad una società che pensa solo al dio denaro, a sfruttare tutto ciò che è sfruttabile, e quindi anche i sassolini con cui viene pagata la povera Iguana appaiono emblematici in tal senso. L’Ortese, che fu anche giornalista, ebbe sempre un occhio di riguardo per gli oppressi e per le problematiche legate alla miseria (avendola dovuta patire di persona), e questa simpatia per i più deboli risalta spesso nei suoi scritti, anche quando le vicende appaiono ammantate da qualcosa di fiabesco. E dal momento in cui l’Iguana diventa oggetto di scherno e disprezzo, è facile scorgervi delle sfumature autobiografiche, visto che la scrittrice – al pari della sua Estrellita – viveva una condizione non solo di indigenza ma anche di diversità sociale, esiliata dalle cerchie che contavano (anche per la sua vis polemica), spesso snobbata o incompresa. Una donna forte e coraggiosa, che ebbe il coraggio di surclassare le mode letterarie dell’epoca, con il rischio di non vendere una copia dei suoi libri. Quello che per lei contava era l’espressività, la libertà di poter esprimere tutto quello che le ribolliva dentro, dando voce ad una descrizione del reale che si rivestiva continuamente di simbolico e viceversa. Senza dubbio è una scrittrice che merita di essere riscoperta e apprezzata, nonché approfondita. Tempo e voglia permettendo, cercherò di concludere questa sua trilogia.

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19 pensieri su “L’Iguana

  1. Mi piace! lo leggerò molto volentieri, anzi, grazie per avermi fatto conoscere questa scrittrice, di cui ignoravo l’esistenza. Sembra molto interessante e i brani che hai inserito mi sembrano preziosi, ma non eccessivamente leziosi. Molto belli. Te la posso dire una cosa? “grazie” 🙂
    ps. mi avevi già convinto totalmente su “Una scrittrice che visse sempre con dignità e coraggio, nonostante l’indifferenza dei salotti letterari, le difficoltà economiche, i problemi familiari, la solitudine.”. Che dire… vale moltissimo, se non altro per me. Deve essere stata anche una bellissima persona da conoscere.

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    1. Credo che potrebbe piacerti, Francesca. Ormai noi due siamo arrivate al punto di ispirarci a vicenda qualsiasi opera impegnativa ci passi per la testa. Sembra quasi un duello a colpi di libri 😉 A parte gli scherzi, secondo me l’Ortese era proprio una bellissima persona, sia dentro che fuori. Basta leggere in giro qualcosa della sua biografia per rendersene conto… Antipatica ai più perché se ne infischiava dei circoli letterari, dei ricatti editoriali, delle apparizioni pubbliche. E fu soprattutto la casta maschile di letterati dell’epoca che cercò di adombrarla, ancora grondante di pregiudizi nei confronti delle donne. Merita di essere riscattata.

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      1. Ha tutta l’aria di essere stata sottovalutata… Ho dato uno sguardo alla sua biografia e c’è un pezzetto tratto da “L’infanta sepolta”. Te lo trascrivo perché lo trovo brillante, pur nella sua brevità.
        “Ho abitato a lungo in una città veramente eccezionale. Qui, (…) tutte le cose, il bene e il male, la salute e lo spasimo, la felicità più cantante e il dolore più lacerato, (…) tutte queste voci erano così saldamente strette, confuse, amalgamate tra loro, che il forestiero che giungeva in questa città ne aveva (…) una impressione stranissima, come di una orchestra i cui istrumenti, composti di anime umane, non obbedissero più alla bacchetta intelligente del Maestro, ma si esprimessero ciascuno per proprio conto suscitando effetti di meravigliosa confusione…”
        Parla di Napoli. E con una vita come la sua… bisogna avere qualcosa in più per riuscire a creare il bello dall’oscurità di una vita sbagliata o solo molto difficile.
        ps. hai ragione anche sull’ispirarci a vicenda, sto appunto scrivendo una risposta che ti dovevo qualche tempo fa 🙂 sorpresa… questo libro è la risposta leggera a qualcosa di molto impegnativo… ti dico solo questo…

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      2. Una sorpresa? E mi lasci così su due piedi, a spazientire nella mia insanabile curiosità? 😉
        Per quanto riguarda l’Ortese, sappiamo bene quanta fatica debbano fare ogni volta le donne per ritagliarsi un ruolo di spicco nella vita culturale o sociale. Forse oggi le cose sono un po’ cambiate, ma se andiamo indietro di cinquant’anni… Credo comunque che le difficoltà della scrittrice siano oltremodo peggiorate dopo la pubblicazione di Il mare non bagna Napoli, che le attirò accuse, polemiche e disprezzo a non finire da parte di una buona fetta di intellettuali napoletani. Poi, per fortuna, c’erano anche delle persone che l’apprezzavano e la sostenevano, come ad esempio Pietro Citati.

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      3. Nome a me molto caro, quello di Citati… me lo fai apprezzare tanto di più 🙂 e apprezzo ancora di più l’Ortese, a maggior ragione…
        ps. l’attesa sarà (spero) breve…

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      1. Ma dai, non ti avevo proprio riconosciuta! In effetti il tuo avatar WP era diverso e mi ha confuso le idee. Come mi fa piacere averti qui cara Monica, commenta quanto e come vuoi, sia con un account che con l’altro! L’avevo ben notato che ti piaceva leggere, oltre che viaggiare… 😉

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    1. L’avevo notato tempo fa in libreria questo libretto, se non ricordo male è una raccolta di riflessioni sulla vita, sul mondo, sull’arte dello scrivere… Grazie per il consiglio, lo metto subito in lista per i prossimi acquisti libreschi 😉

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  2. dietroleparole

    Della Ortese ho letto e apprezzato molto, oltre a “Il mare non bagna Napoli”, le prose di viaggio, chiamiamole così, contenute nella raccolta “La lente scura” (Adelphi), dalle quali emerge bene la personalità di cui parli. Non conosco invece la trilogia ma la tua recensione mi invita ad un doveroso avvicinamento. Grazie e un caro saluto.

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  3. Molto suggestivo questo libro e recensione perfetta.
    Io rientro in quel famoso gruppo che conosce l’Ortese se per Il mare, che apprezzato tantissimo. Anche questo è un testo impegnativo: la sua scrittura riesce a portare a galla quella società malata, mai mutata.
    Mi fido delle tue proposte e penso che inizierò a dare un’occhiata alla sua produzione, oltre Il mare.

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    1. Ho in programma di leggere “Il cardillo addolorato” e “Alonso e i visionari”, che completano appunto la trilogia degli animali, così da farmi un’impressione più completa su questa autrice. Ma non so quando… la mia lista d’attesa si sta allungando un po’ troppo 😦

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  4. Aspettando il caffè

    Bello, mai letto niente di questa autrice, devo assolutamente rimediare.
    ps. Non ti preoccupare, è la primavera: così come spuntano i fiori e cresce l’erba aumentano a dismisura le nostre liste d’attesa 😉

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  5. La tua analisi è più che esaustiva. In effetti bisogna dire che l’Ortese è stata brava a raffigurare con amabile ironia una società che viaggia per affari e sbarca in luoghi sconosciuti per sfruttare la gente locale, per trarne profitto economico. Questa è infatti l’intenzione iniziale del conte Daddo, quando arriva nell’isola. Anche il fatto che l’Iguana venga pagata in sassolini, vuole proprio rappresentare il malcostume di pagare con una miseria chi è costretto a lavorare per noi. Senz’altro aspra la critica che emerge nei confronti di una certa classe sociale e culturale, soprattutto quella aristocratica, anche se condotta con un’eleganza squisitamente scherzosa.

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