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Pan, Knut Hamsun, Biblioteca Adelphi, 2001, 189 p.

Pan, Knut Hamsun, Biblioteca Adelphi, 2001, 189 p.

La figura di Knut Hamsun, Premio Nobel per la letteratura nel 1920, è relegata ancora oggi nel dimenticatoio per la passata collaborazione con il  partito nazista. Se all’inizio fu amato e stimato, riconosciuto come uno dei migliori scrittori del Nord, degno rappresentante della nazione norvegese, nel dopoguerra diventò oggetto di odio e disprezzo per aver sostenuto con i suoi scritti il governo filonazista di Vidkun Quisling, fantoccio di Hitler in Norvegia. Processato e privato dei beni, fu rinchiuso per due anni in un ospedale psichiatrico, nonostante l’età molto avanzata. Le autorità norvegesi cercarono di farlo passare per pazzo per salvaguardarne la figura letteraria, ma Hamsun reagì sempre con fermezza e lucidità mentale, assumendosi la responsabilità di tutto ciò che aveva scritto.
Alcuni studiosi pensano che lo scrittore fosse entrato in sintonia con l’ideologia nazista senza rendersi conto degli orrori che ne sarebbero conseguiti. Forse aveva visto in Hitler e nella Germania nazionalsocialista l’incarnazione del futuro uomo europeo, sul modello di quel superuomo che Nietzsche aveva tanto osannato. Arrivò al punto di intravedere nel Fürher una sorta di crociato riformatore che avrebbe creato una nuova epoca e un mondo migliore, senza rendersi conto di quanto fosse appannata questa visione. La convinzione diffusa, anche tra critici e storici della letteratura norvegese, è che Hamsun, per quanto filonazista, non fosse in realtà antisemita, e infatti nei suoi romanzi non trapelano segnali in tal senso. Lo scrittore era stato probabilmente attratto (e abbagliato) dalla visione utopistica di una società perfetta ed elitaria, affrancata dalle pecche della complicata e caotica civiltà moderna. E nel suo ideale sostegno al totalitarismo hitleriano non riuscì a scorgere il pericolo del sadismo e delle atrocità razziste che ne sarebbero derivate.
Per i motivi appena descritti, sull’opera di questo raffinato autore (peraltro apprezzato anche da Thomas Mann, Arthur Schnitzler, Hermann Hesse e tanti altri) è calato un ostinato e anacronistico silenzio, che purtroppo perdura tutt’oggi. Eppure i romanzi di Hamsun – caratterizzati da personaggi fragili, delicati, estraniati dalla realtà, oltre che mossi da una visione panteistica della natura – meritano di essere letti e giudicati al di fuori delle passate preferenze politiche dello scrittore, nonché delle sue debolezze umane.

Tema ricorrente dell’universo letterario hamsuniano è quello dell’eterno viandante, del vagabondo senza meta e dimora, in rapporto conflittuale con la civiltà, ma con il cuore gonfio di un appassionato sentimento per il creato. La sua prosa è densa di suggestive immagini delle foreste e delle coste norvegesi, dove l’umanità e la natura appaiono quasi unite da un mistico legame. Nei suoi scritti, animati da sfumature anarchiche e antiborghesi, emerge anche una denuncia al progresso moderno, alla società capitalista, ai processi dell’industrializzazione incontrollati che distruggono l’ambiente. Influenzato dal pensiero di Nietzsche, Hamsun sentiva di appartenere a quell’avanguardia europea che respingeva i valori materialistici ricercando il vero senso della vita nei segreti nascosti della Natura.
Nel romanzo Pan, caratterizzato da un intenso lirismo emotivo, si parla di un tenente in congedo che vive in una capanna nei boschi, solitario e cacciatore, inadatto alla vita sociale. Un personaggio disadattato e a tratti anche antipatico, che però è capace di ascoltare il canto delle pietre e la poesia delle foglie. L’improvviso innamoramento per una giovane fanciulla lo trascina nella confusione e nel disorientamento più totale, gli fa provare squilibri emotivi e gelosie laceranti. Il paesaggio diventa spettro e specchio del suo stato d’animo: se gli elementi naturali hanno il potere di suscitargli un profondo stato di commozione <<Questo silenzio che mi bisbiglia all’orecchio è il sangue ribollente della natura universale, Dio che intesse il mondo e me. Vedo una tela di ragno scintillare alla luce del mio falò, sento un rumore di remi nel porto, un’aurora boreale si leva nel cielo, a nord. Ah, per la mia anima immortale, grazie, e ringrazio anche di essere io qui seduto!>>, allo stesso modo possono anche riflettere le sue tristezze più profonde <<Piove e sono in montagna, una roccia sporgente mi ripara dalla pioggia, fumo la mia corta pipa in continuazione, e ogni volta che l’accendo il tabacco si torce nella cenere come un groviglio di piccoli vermi ardenti. Così mi brulicano anche i pensieri nel capo. Davanti a me, per terra, c’è un fascio di ramoscelli secchi, è un nido distrutto. E come quel nido è la mia anima.>> Una natura, in definitiva, che per certi versi gli permette di sublimare la sua nevrastenia, ma che nello stesso tempo lo porta ad un progressivo e pericoloso estraniamento dalla realtà.

Un altro capolavoro di questo scrittore, molto più sofferto e angoscioso, è il romanzo Fame del 1890, un lavoro semi-autobiografico in cui racconta le sue vicissitudini a Kristania (oggi Oslo) durante gli anni giovanili. Miseria, fame, paranoia, con un’alterazione continua degli stati di coscienza, che passano in un baleno dall’esaltazione alla disperazione, caratterizzano quest’opera senza dubbio anomala per i gusti letterari dell’epoca.
Knut Hamsun: un invito alla lettura, senza preconcetti, per riscoprire un autore omesso e dimenticato.

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