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Igiene dell’assassino, Amélie Nothomb, Le Fenici, 2009, 175 p

Igiene dell’assassino, Amélie Nothomb, Guanda, 2009, 175 p

Concedetemi di aprire di nuovo il sipario su questa bizzarra scrittrice, anche se finora non ho avuto il piacere di conoscere altri suoi fan (a parte la blogger di Diari alaskani). Lo so, fa uno strano effetto vedere Amélie nelle foto con quel cappellaccio da fattucchiera conficcato sulla testa, avvolta in un pastrano nero che neppure Morticia Addams avrebbe il coraggio di indossare, e con quel make-up cadaverico che contrasta di brutto con il colore del rossetto, però bisogna ammettere che questa donna, quando mette mano alla penna, è capace di dar vita a qualcosa di unico e irrepetibile, soprattutto in termini di fulminante ironia. Per lei la penna è come un bisturi affilato da incidere nel foglio, o meglio nella psiche di quei personaggi che inventa con tanta originale maestria, e sinceramente non mi interessa sapere se questo nasce dal bisogno di esorcizzare qualcosa di intimo attraverso la scrittura, così come non mi interessa scoprire fino a che punto ostenti sé stessa a scopo pubblicitario, perché a me basta e avanza “godermi” il frutto del suo talento.
I suoi romanzi, che partorisce con la frequenza di tre all’anno (così come afferma nelle interviste, anche se poi ne pubblica solo uno), si collocano al di fuori di ogni schema abituale e sono valorizzati da una scrittura schietta e trasgressiva, che non si pone limiti nell’indagine delle miserie umane. Le situazioni paradossali che Amélie ama affrontare non sono quindi fini a se stesse, ma si rivelano sempre un pretesto per esplorare a fondo ciò che si cela dietro le apparenze. Al suo occhio indagatore, a cui non sfugge nulla, interessa più che altro esplorare l’animo umano, che tende a denudare fino all’estremo per scovarci ogni sorta di delirio o perversione, senza per questo scivolare in descrizioni volgari o scadenti.

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Amélie Nothomb

In questo libro d’esordio, che si legge tutto d’un fiato, l’autrice è stata bravissima nel costruire un personaggio indimenticabile, il vecchio scrittore ottuagenario Pretextat Tach, così obeso da non riuscire più a camminare da anni, misantropo e misogino, dall’animo cinico e malsano fino al grottesco, perfido come una milza e amaro come una vescicola biliare, che solo dal momento in cui scopre di avere una rara forma di tumore decide di concedere un’intervista a cinque giornalisti selezionati dal suo segretario. I primi quattro che, a turno, affrontano lo scontroso individuo ne escono stravolti; nessuno riesce a reggere la sua visione nichilistica della vita, gli attacchi verbali e sarcastici, la sequela di offese insopportabili, la rivelazione di particolari ripugnanti. Intervistarlo è un’impresa che, come dice piagnucolando uno degli sventurati, ha qualcosa di paragonabile a quella di Giona nel ventre della balena, dove tutto è oscurità, bruttezza, paura, claustrofobia… e “fetore”. Non quello del diabolico scrittore, che è liscio, profumato e pulito come un bebè, ma quello del giornalista traumatizzato e madido di sudore.
La quinta intervistatrice è invece una donna, e sarà l’unica a non lasciarsi scoraggiare dalle sue capacità logiche e lessicali, l’unica che riuscirà a tener testa alle sue provocazioni rispondendo per le rime e pretendendo anche delle scuse, l’unica che riuscirà a scalfirlo, indebolirlo, destabilizzarlo. Da questo momento i ruoli si ribalteranno, con la giornalista che diventerà sempre più impicciona e testarda fino al punto di smascherarlo in tutto ciò che nasconde dietro l’ostentato rifiuto per il genere umano. Nello stesso tempo, tra una rivelazione scabrosa e l’altra, procederà tra i due anche un acceso confronto intellettuale con discorsi che spaziano dal mito idilliaco dell’infanzia all’odio feroce per le donne, dall’ossessione per il cibo al disprezzo per i comuni mortali in genere.

Vengono demoliti a più riprese anche molti luoghi comuni nell’ambito della letteratura, con indagini critiche sulle reali motivazioni dello scrittore nell’atto creativo e sulla frequente trasposizione di elementi della sua esistenza nell’opera narrativa. Allo stesso modo vengono analizzati ferocemente anche i lettori, in particolare quelli che leggono un libro senza veramente leggerlo o che lo affrontano con un carico così grande di aspettative personali da distorcerne ogni significato. Insomma, quello tra l’agguerrita giornalista e il mefistofelico scrittore è un dibattito dove sfrecciano proiettili, non parole, fino ad un epilogo del tutto sorprendente e inaspettato.
Un libro che diverte, stupisce e fa pensare, ricco anche di sofismi, frasi latine, rimandi letterari. Ricco anche, a ben vedere, di svariati simbolismi, di interessanti figure metaforiche, alla faccia del nostro Pretextat che in realtà le odia:

<<… La gente non sa niente delle metafore. E’ una parola che si vende bene, perché ha un portamento fiero. Metafora: l’ultimo degli ignoranti percepisce che viene dal greco. Una raffinatezza incredibile, queste etimologie fasulle – fasulle, veramente: quando si conosce la spaventosa polisemia della preposizione metà e la neutralità buona per tutte le stagioni del verbo phéro, per essere in buona fede si dovrebbe concludere che la parola ‘metafora’ significa qualunque cosa. D’altronde, a sentire l’uso che se ne fa, si arriva a conclusioni identiche. >>

<< Che intende dire? >>

<< Quello che ho detto, esattamente. Non mi esprimo per metafore, io. >>

<< Ma i calchi di cera, allora? >>

<< Quei calchi di cera sono calchi di cera, giovanotto. >>

<< Adesso tocca a me essere deluso, signor Tach, perché, se esclude ogni interpretazione metaforica, delle sue opere resta solo il cattivo gusto. >>

<< C’è cattivo gusto e cattivo gusto: c’è il cattivo gusto sano e rigenerante che consiste nel creare orrori per fini salutari, purgativi, gioiosi e virili, come una buona vomitata; e poi c’è l’altro cattivo gusto, apostolico, che, offuscato da quel grazioso rigurgito, ha bisogno di una tuta stagna per aprircisi un varco. E quello scafandro è la metafora, che permette al metaforizzatore di esclamare sollevato: “Ho attraversato Tacht da parte a parte e non mi sono sporcato!” >>

<< Ma anche questa è una metafora. >>

<< Per forza: cerco di far sballare la metafora con le sue stesse armi. Se avessi voluto giocare al messia, se avessi dovuto galvanizzare le folle, avrei gridato: “Coscritti, unitevi alla mia funzione redentrice; metaforizziamo le metafore, amalgamiamo le metafore, montiamole a neve, facciamone un soufflé e che questo si gonfi, che si gonfi a regola d’arte, che culmini – e infine esploda, coscritti, che ricada e si accasci e deluda i convitati, per la nostra gioia più grande!” >>

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