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Stabat Mater, Tiziano Scarpa, ET Einaudi, 2008, 144 p.

Stabat Mater, Tiziano Scarpa, ET Einaudi, 2008, 144 p.

Non ho ancora letto altre opere di questo scrittore, quindi prendete queste mie impressioni iniziali per quello che valgono. Se e quando deciderò di ampliarne la conoscenza, mi impegnerò in giudizi più articolati. Confesso di non leggere molti autori italiani di oggi, forse perché attratta da quelli meno recenti e soprattutto meno reclamizzati. Dove viene fatto tanto can-can per promuovere qualcuno, di solito giro al largo. Credo dipenda anche da una sorta di innata diffidenza verso ogni forma di ostentazione, soprattutto se mirata a battere cassa. Sicuramente rischio di perdermi anche delle cose interessanti, quindi ogni tanto mi impongo di assumere un atteggiamento più indulgente. Così capita che, terminata la cagnara del battage, mi ritrovi poi a sbirciare tra quelle novità del momento che ormai non sono più delle novità, e magari mi capita di scoprire un autore interessante, seppure a scoppio ritardato.

Questa storia è tanto strana quanto affascinante. La vicenda di Cecilia prende forma nell’epoca settecentesca, tra le mura di un convento veneziano e le note melodiose dei violini. Abbandonata nell’Ospedale della Pietà dopo la nascita, la fanciulla cresce imparando l’arte della musica assieme alle sue compagne. Di giorno suona il violino in chiesa, nascosta dietro ad una fitta grata che impedisce ai fedeli di vederne il volto (presenza immateriale e affascinante, corpo fatto di sola musica), e di notte sprofonda nella solitudine della sua cella scrivendo lettere ad una madre che non ha mai conosciuto, affidando alla penna confidenze, angosce e domande destinate a rimanere senza risposta. Il suo è un flusso di coscienza sofferto e febbrile che continua a interrogarsi sulla propria condizione di orfana, sulle cause misteriose dell’abbandono materno.

<<Signora Madre, vi scrivo nei ritagli di tempo, di nascosto, prima di dormire, quel poco che riesco a dormire, scrivo completamente spossata, senza difese, quando la mia mente non ha più forze nemmeno per sognare. Guardo le parole che escono dalla punta della penna e si stendono esauste sulla carta. Rimango a fissarle così, distrutta dalla fatica. Guardo la parola mamma, continuo a guardarla, la riscrivo per capirla, la tendo, la tiro da tutte le parti fino a strapparla, mamma. Non ho altro modo per guardarvi che questo.>>

<<Io sono venuta al mondo dal vuoto. Una nicchia cava, una porzione di spazio mancante, una sottrazione, una piccola quantità di nulla è mia madre. Questo mi è stato dato in sorte, essere figlia del niente.>>

Quelli di Cecilia sono punti interrogativi accompagnati da reminiscenze oniriche e da riflessioni inquietanti sulla nascita, la vita e la morte. Il suo tormento è struggente, intenso, quasi palpabile, accompagnato dal desiderio di colmare un vuoto interiore che non viene mai  soddisfatto.

<< Immagino l’acqua sconfinata, oltre le pareti, le isole melmose con il vento che spazza le sterpaglie, e io non ci sono lì sopra, non sono come lo spirito del Signore Dio che vaga sopra le acque. Cerco di immaginare come deve sentirsi, il Signore Dio, a essere dappertutto, ma dappertutto nel modo opposto a come sono dappertutto anch’io. Il Signore Dio è presente in ogni singola minuzia, io invece sono dappertutto come il vuoto.>>

Ogni tanto la fanciulla scivola oltre i limiti della realtà per conversare con la sua stessa paura della morte, che le appare come una testa dai capelli di serpente, una sorta di Medusa che la tormenta nei momenti di quiete ma che si rivela anche saggia, tollerante, comprensiva. Stringere amicizia con l’oscurità e i fantasmi diventa per la fanciulla una sorta di consolazione, se non un rimedio per tenere a bada le paure.

  • Hai mai avuto una mamma, tu?
  • Mi stai chiedendo se la tua morte ha una madre anche lei?
  • Sì.
  • Non è una domanda difficile.
  • Allora rispondi.
  • Ho la stessa madre che hai tu.
  • Quindi siamo sorelle.
  • Gemelle, direi.
  • E ha abbandonato anche te?
  • Perché vuoi saperlo?
  • Mi farebbe male sapere che ha lasciato sola anche te.
  • Vorresti che tua madre si prendesse cura della tua morte?
  • Sì.
  • Lo ha già fatto mettendoti al mondo.

Le cose cambiano quando arriva all’Ospitale un nuovo sacerdote, Antonio Vivaldi, compositore e insegnante di violino. La carnalità della sua musica scuote inizialmente Cecilia, la stordisce e la fa entrare in crisi, ma poi l’aiuta progressivamente ad uscire da quella voragine oscura in cui si era volontariamente calata, le fa intravedere la possibilità di una luce, prima fioca e poi sempre più viva. Poco importa che il suo violino sia suonato dietro una grata, che nessuno possa ammirarla mentre riempie di note le volte della chiesa. L’importante è che Le Quattro Stagioni possano sprigionarsi con potenza dalle sue dita, permettendole di esprimere dolori, speranze, sogni senza più freni inibitori. Quella di Vivaldi è una musica travolgente che cade come una cascata sulla platea, stordendo e ammaliando gli ascoltatori.

<<Dalle nostre furiose balaustre musicali è caduta pesantemente la grandine. Sulle loro teste è stata gettata musica a secchiate, hanno ascoltato tutto quello che può vivere un essere umano in un anno, le esperienze che si possono provare contemplando il mondo ed essendone sommersi, il caldo e il freddo, la spossatezza e l’ubriacatura. Ma noi che le suonavamo non le abbiamo semplicemente ascoltate, queste cose ci hanno attraversate.>>

Un’esperienza che darà a Cecilia il coraggio di promuovere svolte importanti nella sua vita. Stimolata anche dall’atteggiamento provocatorio di Vivaldi – che nella realtà storica ha veramente insegnato violino all’Ospedale della Pietà di Venezia – la ragazza troverà la forza di svincolarsi da gabbie e catene per incamminarsi verso un futuro più autonomo.

Il romanzo nel suo complesso non mi è affatto dispiaciuto: è scritto in modo suggestivo e originale, con alcuni tratti che sono quasi poetici. All’inizio c’è qualche ripetizione che annoia, ma poi la vicenda prende uno sviluppo più interessante e coinvolgente. Se poi si considera che tutta la storia è imperniata sull’Io narrante di una sedicenne, bisogna dar merito all’autore di esser stato bravo, oltre che coraggioso, a calarsi dentro dei panni completamente femminili, per di più nella mente di un’adolescente che deve confrontarsi con l’angoscia abbandonica da una parte e la fredda omologazione di un istituto dall’altra.

Il libro ha pure vinto il Premio Strega 2009; non che questo fatto possa significare chissà che cosa, visto che spesso vengono premiati anche scrittori di discutibile valore, ma a mio parere Scarpa è riuscito a meritarselo, se non altro per l’originalità della trama.

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