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Il Vangelo secondo Pilato, Eric-Emmanuel Schmitt, San Paolo Edizioni, 2010, 296 p

Il Vangelo secondo Pilato, Eric Emmanuel Schmitt, San Paolo Edizioni, 2010, 296 p

Negli anni passati diversi scrittori si sono cimentati con la figura di Gesù di Nazaret, come ad esempio Giuseppe Berto (La gloria) e José Saramago (Il Vangelo secondo Gesù Cristo), solo per citarne alcuni. E anche se spesso sono stati accusati di approssimazione, di distorsione dei fatti storici o addirittura di blasfemia, credo non si possa negar loro il merito di averci offerto un Messia più autentico e umano, caratterizzato da qualche piccola debolezza che commuove e che ce lo fa sentire ancora più vicino. In fondo la loro è una personale rivisitazione del Cristo e delle sue opere, ogni volta luminosa e toccante, in nessun caso offensiva o triviale. Personalmente non ho quindi trovato indecoroso neppure questo libro di Schmitt, che al contrario è riuscito a coinvolgermi fornendomi interessanti spunti di riflessione.

Nella parte iniziale del romanzo l’autore ci introduce nell’orto del Getsemani, dove un Gesù in raccoglimento ripercorre col pensiero gli eventi più significativi della sua vita. Da questo suo lungo monologo interiore traspare la consapevolezza dell’imminente arresto, ma anche qualche fremito di dubbio sulla propria natura divina:

Questa sera, la morte mi attende in questo giardino. Gli ulivi sono diventati grigi come la terra. I grilli fanno l’amore sotto lo sguardo benevolo di una luna ruffiana. Vorrei essere uno di quei due cedri blu, i cui rami servono da asilo notturno a nugoli di colombe e ospitano nella loro ombra diurna piccoli mercati chiassosi. Come loro vorrei mettere radici, senza preoccupazioni, e dispensare felicità. Invece non ho fatto che seminare granelli che non vedrò né germogliare né sbocciare. Resto in attesa della corte che verrà ad arrestarmi. Padre mio, dammi forza in questo frutteto indifferente alla mia angoscia, dammi il coraggio di andare fino in fondo a quello che, per follia, ho creduto essere il mio compito…

Un Messia quindi umanizzato, dubbioso della propria opera, che affronta con turbamento la rivelazione di sé a sé stesso, e che forse proprio per questo diventa agli occhi di noi lettori più vero e credibile. Ma se da un lato Gesù diffida di sé stesso ed è preoccupato per l’incombente martirio, dall’altro si dimostra sempre più convinto nel portare avanti la missione accettandone ogni conseguenza.

Nell’ultimo capitolo “Diario di un romanzo rubato” (aggiunto alla nuova edizione del libro), lo stesso Schmitt ha voluto puntualizzare ancora meglio l’immagine del suo Messia: <<Sino alla fine il mio Gesù resta uno spirito che dubita, uno spirito finito che si sente chiamato dall’infinito, ma non è sicuro di nulla; una luce naturale che si nutre della luce rivelata, ma conserva un discorso umano.>>

La seconda parte del libro è impostata sull’inchiesta avviata da Ponzio Pilato dopo la scomparsa del corpo di Gesù dal sepolcro.  Sono pagine che hanno quasi il ritmo di una vicenda poliziesca, con indagini, interrogatori, colpi di scena e capovolgimenti di prospettiva. Il governatore romano vuole assolutamente ritrovare il corpo del nazareno per screditare la leggenda della resurrezione messa in giro dai suoi discepoli, ma la sua ricerca si rivela ben presto fallimentare, oltre che insidiosa per le sue certezze. Pilato, un uomo solido dai principi forti, che ha sempre giocato bene le sue carte, si trova per la prima volta senza un asso nella manica: stavolta le armi della logica non lo sorreggono, anzi gli sfuggono di mano. Tutto quel basamento di certezze su cui credeva di aver impostato la sua vita comincia a traballare di fronte alla potenza di un mistero che gli appare sempre più incomprensibile. Da una parte c’è il buon senso che lo trattiene su posizioni rigide e sospettose, dall’altra la realtà dei fatti che lo fa sentire terribilmente debole e vulnerabile, <<una realtà testarda, assurda, impossibile, impensabile, inaccettabile, ripetitiva, ostinata, spaventosa, sbalorditiva>>.

Di tutt’altra pasta Claudia Procula, che Schmitt descrive come una donna colta, sensibile e intelligente, propensa alla fede per natura e capace quindi di rischiarare con la sua presenza l’oscurità in cui si dibatte il marito. Claudia infatti, davanti alle sue titubanze, ride e batte le mani dicendo: <<Dubitare e credere sono la stessa cosa, Pilato. Solo l’indifferenza è atea.>> La donna sa che il dubbio è il moto propulsore per ogni tipo di ricerca e ha capito molto bene anche il concetto di libertà legato alla fede. E con estrema naturalezza riesce a insinuarsi nell’animo coriaceo del Procuratore, spingendolo a delle riflessioni talmente belle che è veramente impossibile non condividerle:

Mia moglie afferma che Jeshua non aveva alcun motivo di fermarsi definitivamente. Basta che sia venuto una volta. Perché non ha bisogno di addurre tante prove. Se si mostrasse chiaramente, continuamente, con perentoria evidenza, costringerebbe gli uomini a prosternarsi, li sottometterebbe a una legge naturale, qualcosa di simile all’istinto. Invece Jeshua ha reso l’uomo libero. Lasciandoci la possibilità di credere o di non credere, tiene conto di questa libertà. Si può essere obbligati ad aderire? Si può essere forzati ad amare? Jeshua rispetta gli uomini. Con la sua storia ci ha fornito il segno, ma ci lascia liberi di interpretarlo. Ci ama troppo per prevaricare. Ed è proprio perché ci ama che ci permette di dubitare. Questa parte di scelta che ci lascia è l’altro nome del suo mistero…

In definitiva, questa di Schmitt è solo una storia osservata da un’angolazione un po’ diversa, con l’obiettivo sempre ben puntato sul contrasto tra fede e ragione. Ma del resto ogni presa di consapevolezza, sembra volerci dire l’autore, deve necessariamente passare attraverso il tormento del dubbio, mentre al contrario l’inflessibilità e la presunzione aprono solo le porte all’ignoranza.

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