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L’offesa, Ricardo Menéndez Salmón, Marcos Y Marcos 2008, 152 p.

L’offesa, Ricardo Menéndez Salmón, Marcos Y Marcos 2008, 152 p.

Anche se mi rendo conto di non fare proprio una bella figura, confesso che questo libro l’avevo acquistato soprattutto per la splendida copertina, attratta dal contrasto dei colori e dall’originalità dell’immagine. Passavo di fretta in libreria e non avevo il tempo di fermarmi per curiosare tra le pagine. Evento più unico che raro nella mia vita, per una volta mi sono affidata completamente all’istinto senza dovermene pentire. Ho infatti scoperto con grande piacere un bravo scrittore spagnolo contemporaneo, peraltro già stimato e pluripremiato in patria.

Il romanzo, scorrevole e suggestivo, riesce a condensare in poche pagine tutto l’orrore della Seconda Guerra Mondiale attraverso la drammatica vicenda di Kurt Crüwell, un giovane sarto tedesco chiamato alle armi. Kurt sognava di sposarsi e di prendere le redini della sartoria paterna a Bielefeld, e invece un brutto giorno deve lasciare l’amore e le sue passioni, tra le quali anche la musica, per affrontare l’esperienza del fronte. Siamo nell’autunno del 1939: la Germania invade la Polonia e nel giro di un anno occupa anche Belgio e Francia. La divisione militare di Kurt sosta per diverso tempo nei pressi di Parigi, poi si accampa in una zona della Bretagna; qui le giornate dei soldati trascorrono abbastanza tranquille, finché un militare viene catturato e decapitato dai partigiani francesi. La rappresaglia tedesca sarà terribile: il 2 gennaio 1941 novantun civili francesi, soprattutto vecchi, donne e bambini, vengono arsi vivi nella chiesa di Mieux, un piccolo paese nelle vicinanze.

Secondo voi, come dovrebbe reagire un uomo che sia un uomo – cioè un vero essere umano – davanti ad una atrocità simile? In quale modo potrebbe dissociarsi da un fatto tanto orribile che in buona parte lo coinvolge, lo rende complice e quindi altrettanto colpevole? Forse alla maniera del soldato tedesco Kurt, ossia perdendo dall’oggi al domani la sensibilità della pelle, la percezione del proprio corpo, al punto di trasformarsi in una specie di morto vivente incapace di provare qualsiasi tipo di sensazione.
Le risposte del corpo, di fronte all’orrore, sono svariate e sorprendono per la loro plasticità: <<Ci sono corpi che si chiudono e corpi che si aprono; ci sono corpi che si abbassano e corpi che si alzano; ci sono corpi che domandano e corpi che rispondono. Ma può un corpo distaccarsi dalla realtà? Può un corpo, di fronte all’aggressione del mondo, di fronte alla brutalità del mondo, di fronte all’orrore del mondo, sottrarsi alle proprie funzioni, rifiutarsi di continuare ad essere corpo, sospendere le proprie facoltà, rinunciare ad essere quello che è; vale a dire, rinunciare a essere una macchina sensibile? Può un corpo dire “basta, non voglio andare oltre, questo è troppo per me”? Può un corpo dimenticarsi di se stesso?>> La risposta del soldato tedesco Kurt è affermativa. Rompere radicalmente ogni vincolo con il mondo gli appare come l’unico modo per rifiutare qualcosa che non condivide, come unica possibilità per sopravvivere all’angoscia che lo morde dentro. Ma forse questa forma di atarassia diventa anche una scusa per giustificare una personale incapacità di reagire e agire, diventa un modo per esentarsi dal dovere e liberarsi dalle responsabilità. Un’insensibilità che sembra quindi assumere una valenza più negativa che positiva, come se non esistesse un’alternativa tra il diventare un mostro tra i mostri e il distaccarsi da tutto e tutti… La paralisi dei sensi, pertanto, viene vissuta dal protagonista come unica soluzione per riuscire a convivere con la malvagità. Ma del resto – sembra chiederci l’autore tra le righe – esiste veramente un altro modo per resistere al male quando il male è ormai sparso ovunque, quando ogni cosa ti preme addosso, ti controlla, ti costringe e ti impedisce di trovare una via di scampo?
A questo punto Kurt viene sollevato dall’incarico e ricoverato al Notre Dame de Rocamadour, nei pressi di Roscoff, dove viene sottoposto a diversi esami, ma il suo caso è destinato a rimanere un enigma per i dottori. Durante la degenza passa dei momenti relativamente sereni e si innamora anche di un’infermiera, fino a quando è costretto ad affrontare di nuovo l’orrore di un’esecuzione: il direttore della clinica permette infatti ai partigiani francesi di prendere in consegna i pazienti tedeschi, che vengono fucilati in un campo da calcio. Solo Kurt avrà la fortuna di salvarsi la pelle, anche se il suo calvario è ben lontano dall’essere finito…

Di solito siamo abituati a leggere storie di guerra che tracciano una netta distinzione tra quelli buoni e quelli cattivi, tra chi sta dalla parte della ragione e chi sta dalla parte del torto, mentre in questo intelligente romanzo – che è ben distante da qualsiasi faziosità – il male viene osservato da tutte le sue angolature; quindi, se da una parte ci viene narrato il rogo dei civili francesi nella chiesetta di Mieux, appiccato dalla rappresaglia nazista, dall’altra ci viene anche mostrato l’eccidio dei soldati tedeschi ricoverati nell’ospedale di Roscoff, messo in atto dalla resistenza francese. Il male viene quindi inquadrato in una visione più ampia e universale, viene visto come un morbo che può contagiare tutti e depositarsi ovunque.
La meravigliosa prosa di Menéndez Salmón riesce a descrivere tutto questo in modo delicato e scorrevole, senza eccessi e sbavature, ma con una tale pregnanza da coinvolgere a fondo il lettore. Una scrittura a tratti anche commovente, oltre che arricchita da citazioni e riflessioni di natura filosofica. Un autore che sicuramente riprenderò in mano, visto anche che L’offesa va a formare con Il correttore e con Derrumbe una sorta di “trilogia del male”, dove quest’ultimo viene appunto esaminato nelle sue espressioni sia individuali che collettive.

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