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I fantasmi del cappellaio, Biblioteca Adelphi, 1997, 238 p

I fantasmi del cappellaio, Biblioteca Adelphi, 1997, 238 p

Un altro bel romanzo di George Simenon, uno dei primi che mi ha permesso di scoprirne il talento. A dire il vero è una storia cupa e inquietante che ti trascina dentro le ossessioni mentali dei protagonisti, trasmettendoti nello stesso tempo la sensazione di un dramma sempre incombente; ma è talmente scritta bene, con quella giusta dose di tensione che ti accompagna fino all’ultima pagina, che non potevo fare a meno di apprezzarla.
Bisogna dire che Simenon è veramente bravo nel sedurre il lettore con scenari ben descritti e realistici, che si tratti di una squallida pensione, di un lungosenna nebbioso o della banchina di una stazione ferroviaria alla fine poco importa, perché l’effetto è in ogni caso suggestivo. E i personaggi che si muovono su questi fondali sono quasi sempre dei borghesi mediocri con delle esistenze ovattate che celano inferni domestici, oppure dei vinti, dei perdenti, degli animi sporchi, come del resto è sporca la vita reale. Le sue storie puntano inoltre a temi esistenziali di enorme importanza quali la solitudine, l’incomunicabilità, la paura, il sospetto, il disagio di vivere, con tutti i vizi che ne conseguono. Simenon è abilissimo nel dar vita a personaggi apparentemente calmi ma mentalmente disturbati, che si aggirano nelle loro vite come spettatori sino a quando una scintilla, un evento improvviso o la classica goccia che fa traboccare il vaso li mette di fronte ad un bivio, li costringe ad una scelta o alla fuga. Sono situazioni quasi sempre al limite dove talvolta può accendersi anche un bagliore, il miraggio di un cambiamento, ma dove più spesso si apre la fessura di un baratro. E noi che le seguiamo restiamo avvinghiati alle pagine del libro, turbati e impotenti di fronte alla visione di un’inevitabile caduta.

In genere Simenon viene definito un giallista d’ambiente proprio per l’abilità con cui riesce a tratteggiare atmosfere e stati d’animo, e in questo romanzo troviamo la summa di tale talento.
I protagonisti sono un rispettabile e agiato cappellaio, che vive accanto alla moglie invalida la routine più abitudinaria che si possa immaginare, e un piccolo sarto armeno che si affanna giorno e notte per garantire la sopravvivenza alla numerosa famiglia. Questi due uomini abitano in edifici che si fronteggiano e nessuno dei due ha motivo di interessarsi all’altro, anche a causa della differente estrazione sociale; ma nello stesso tempo, data la vicinanza costante, nessuno dei due può neppure ignorare l’esistenza dell’altro. La sciatteria e la puzza di unto che accompagnano a ogni passo il piccolo sarto infastidiscono la mentalità borghese e raffinata del cappellaio, che tende all’eleganza e alla signorilità, mentre le strane ombre che si muovono dietro le tende della casa del cappellaio inquietano ogni sera l’animo del sensibile sarto. Quando la cittadina viene scossa da una serie di oscuri delitti, emerge la possibilità che ogni abitante possa nascondere un terrificante segreto; ma soltanto il cappellaio e il sarto non potranno ormai nascondersi nulla, tanto che tra i due scatterà ben presto una guerra psicologica che verrà poi combattuta fino all’ultimo nervo.
Al contrario del solito poliziesco veniamo a sapere fin dall’inizio chi è l’assassino, ma l’intreccio psicologico che si crea tra i due protagonisti è talmente suggestivo e ricco di tensione, con quel continuo scrutarsi e studiarsi a vicenda, con i dubbi e le reciproche ansie che si trascinano di pagina in pagina, che aggiungere anche solo un’altra parola su questo romanzo ne guasterebbe senza dubbio la lettura.

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Agli appassionati cinefili segnalo il film di Claude Chabrol (Francia, 1982), con Michel Serrault nel ruolo di Léon Labbé (il cappellaio) e Charles Aznavour nel ruolo di Kachoudas (il sarto armeno).

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