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Il segreto del bosco vecchio, Dino Buzzati, Oscar Mondadori, 2009, 151 p.

Il segreto del bosco vecchio, Dino Buzzati, Oscar Mondadori, 2009, 151 p.

Sebastiano Procolo chinò la testa stanco. Cominciava, la veneranda foresta, a vivere una notte nuova e si ridestava dal torpore diurno. Forse nel buio i geni uscivano dai tronchi e si aggiravano per sconosciute incombenze. Forse erano raccolti in folla proprio intorno a lui, Procolo, invisibili nella fonda notte. Forse si era alzata, dietro alla cappa di nuvole, la luna. Forse le tenebre non sarebbero mai finite. Forse il sole non sarebbe mai più nato. Quel buio per sempre, poteva ben accadere anche questo.

Animali che parlano, geni che abitano negli alberi e venti che si sfidano in duelli. Una storia stupefacente, dove l’aria compone dei veri e propri concerti soffiando tra i rami, mentre i mobili delle vecchie case scricchiolano tra loro per scambiarsi due chiacchiere, incuranti del fatto di metterci anni per dirsi veramente qualcosa. Una storia dove le gazze annunciano le ultime notizie come se fossero emittenti radiofoniche e dove i topi poltriscono dentro materassi logori e sbrindellati, abbandonandoli con stizza quando vengono cacciati da qualche umano. Questo è il mondo magico del Bosco Vecchio, con realtà e fantasia così ben intrecciate tra loro che anche le situazioni più strane sembrano rientrare in una perfetta normalità. Superato l’iniziale stupore è infatti facile – oltre che piacevole – lasciarsi trasportare da questa trama fantastica, che da assurda e impossibile diventa sempre più convincente, senza comunque perdere quel non so che di soprannaturale. Non per niente l’opera del Buzzati è stata collocata nel cosiddetto ‘realismo magico’, una corrente letteraria che tendeva ad inserire elementi insoliti in una realtà meticolosamente descritta.

La vicenda vede come protagonista l’ex colonnello Sebastiano Procolo, un uomo burbero e rigido che riceve in eredità un’antica tenuta, il cosiddetto “Bosco Vecchio”, mentre il resto dei possedimenti forestali, quelli più sfruttabili economicamente, vengono destinati al nipote dodicenne Benvenuto, figlio di un fratello deceduto da tempo. Nonostante il lascito sia legato all’ordine preciso di non tagliare un solo albero di quelli che fanno parte del Bosco Vecchio, l’avido colonello, già invidioso per la parte migliore toccata al nipote, pensa subito di abbatterne una bella quantità per ricavarne dei profitti economici. A questo punto sono costretti a intervenire i geni del bosco, che assumendo delle sembianze umane cercano di convincerlo a desistere dai suoi propositi per evitare il danno di un disastro ecologico. La cupidigia del Procolo sembra però non calmarsi, visto che l’uomo manifesta il desiderio sempre più crescente di possedere l’intera tenuta, a costo di mettere in atto progetti criminosi nei confronti del piccolo nipote. Ma in seguito ad alcuni esiti rovinosi qualcosa comincerà a incrinarsi nella sua coscienza, soprattutto nel momento in cui si renderà conto di essere stato abbandonato dalla propria ombra (fattore emblematico della perdita di sé).

A mio parere l’aspetto più bello di questa favola, oggi più che mai attuale per il suo contenuto, è che anche la natura possiede un’anima, tanto che in difesa degli alberi ci sono spiriti che prendono l’aspetto di una guardia forestale, mentre gli animali del bosco osservano, commentano e tentano perfino di prendere dei provvedimenti per salvare il salvabile. Buzzati ha in pratica utilizzato il fantastico per accostarsi al reale, per riscriverlo e reinterpretarlo lanciando ai lettori segnali di una certa importanza. E qui il messaggio più evidente, per di più elaborato in tempi non sospetti, è quello di una Natura che reclama e pretende rispetto dall’uomo. Almeno, questa è la sensazione che ho direttamente percepito dalla lettura del libro. La salvezza del bosco viene infatti conseguita attraverso due processi di formazione – quello della crescita del fanciullo e quello della redenzione del vecchio – che mettono in campo delle riflessioni di tipo anche ecologico, seppure in modo implicito, in particolare quella sull’importanza della convivenza tra l’uomo e l’ambiente per la sopravvivenza di entrambi.

Le pagine sono scritte con una fluidità straordinaria, oltre che impreziosite da una finissima poetica che avvolge ogni cosa. Bellissimo il capitolo della lotta tra il vento Matteo, antico e di terribile fama, liberato dal Procolo e quindi asservito al suo volere, e il vento Evaristo più giovane e forte che alla fine assumerà il predominio sul territorio. Impressionante anche l’episodio dove un’infinità di vermi invade il Bosco Vecchio, incominciando un’opera di distruzione lenta ma inesorabile. Per salvarlo il vento Matteo radunerà un esercito di icneumoni, insetti ostili ai vermi, e la descrizione di questo massacro è così raccapricciante che la lettura del libro sarebbe consigliabile ai ragazzini oltre i dieci anni, non di certo ai bambini più piccoli.

dal film di Olmi

Dal romanzo è stato tratto anche un film per la regia di Ermanno Olmi, dove la figura del colonello viene interpretata da un bravissimo Paolo Villaggio, che in questo ruolo così inusuale ha saputo dare il meglio di sé. Le riprese girate nella Foresta di Somadida, tra Auronzo di Cadore e il Passo Tre Croci, offrono agli spettatori degli scenari meravigliosi sulla natura.
A proposito del libro, vi invito anche a leggere la bella recensione dell’amico Muninn, intitolata Vita e morte nel bosco, che personalmente ho molto apprezzato per l’impostazione originale.

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