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Dialogo dei massimi sistemi, Tommaso Landolfi, Adelphi, 1996, 208 p.

Dialogo dei massimi sistemi, Tommaso Landolfi, Adelphi, 1996, 208 p.

Enigmatico, visionario, allusivo, a suo modo anche sprezzante e provocatorio, con uno stile che spazia dal fantastico al grottesco, Tommaso Landolfi è stato un vero outsider per i suoi tempi. Il suo libro più famoso, Dialogo dei massimi sistemi (stampato nel 1937), rivela già in pieno quel suo gusto tipico per l’allegorico, oltre che la tendenza ad un autocompiacimento espressivo, zampillante di ironica leggerezza. Sono racconti, come si può leggere nel risvolto, “giocati sul filo della realtà, che anzi hanno già valicato il crinale verso un mondo altro, dove l’autore palesa la sua lunare ironia, nonché l’inclinazione costante a esplorare la faccia velata e paradossale delle cose e dell’uomo.” E per rendersi conto di questo basta anche solo gustarsi la novella che dà il nome alla raccolta, imperniata su un atroce scherzo a cui viene sottoposto un poeta desideroso di imparare la lingua persiana, oppure leggersi quella intitolata La piccola apocalisse, che è una sorta di allegoria sull’incomunicabilità umana che si conclude con una pittoresca immagine della donna-parola che sprofonda nel fango.

Come forse molti sanno, l’autore operò una vera e propria rottura con le regole narrative tradizionali che considerava insufficienti e limitanti. Nelle sue mani la scrittura si trasformava in un gioco concettuale minuzioso, abbellito da scelte sofisticate del lessico (arcaismi, neologismi) e da trame fantasiose e paradossali. Leggere Landolfi è un’impresa, perché non molla un personaggio o una situazione senza prima averli scolpiti con precisione maniacale e perfetta padronanza della lingua italiana. Oltretutto questo geniale scrittore si è sempre posto al di fuori di qualsiasi canone letterario, pur essendosi formato sui libri di autori come Edgar Allan Poe, Kafka e in particolare i narratori russi (in primis Gogol), quindi risulta difficile inquadrarne con precisione lo stile.

Carlo Bo, uno dei maggiori critici letterari, ha scritto in proposito: <<A Landolfi è riuscita un’impresa che possiamo ben dire unica ai nostri tempi: non fa parte di nessuna istituzione, non ha un mestiere se non quello dello scrittore e, per giunta, esercitato in quella maniera artigianale e aristocratica come poteva fare per l’appunto un Barbey d’Aurevilly, non obbedisce a nessun codice, non segue riti di nessun genere, un solitario, uno che vive davvero in un’isola e ogni tanto affida al mare dei piccoli messaggi sotto forma di divertimento, fra l’irrisione e la disperazione ma sempre con un intento ben preciso, proteggere la propria libertà, in modo da consumare fino in fondo la propria desolazione.>>

Bisogna ammettere che non sempre il simbolismo landolfiano è facile da cogliere nella sua essenza, per quanto affascinante e suggestivo: può infatti capitare che la lettura di due-tre pagine richiedano l’impegno che ci vorrebbe per un intero capitolo. Oltretutto il talento descrittivo non sempre s’accompagna al talento rappresentativo, alla resa dei dialoghi; certi racconti landolfiani rischiano infatti di apparire barocchi e poco significativi, forse perché nascono da un’eccessiva passione per la “parola”, ossia dal piacere incontenibile – da parte dell’autore – di impreziosirla con arabeschi e sottigliezze varie. Ma ci sono anche dei casi in cui il linguaggio forbito entra in contrasto con la scena descritta provocando un effetto ingegnosamente comico, come ad esempio nel racconto “La morte del re di Francia” (che vale come sinonimo di cosa lunga e noiosa), dove il protagonista rielabora le sue memorie seduto sulla tazza del gabinetto:

In questo luogo sacro alla vita interiore degli uomini ed eccitante del loro spirito, qualcuno è andato a scrivere i suoi capolavori, altri a smaltire, con una sublimazione dei più remoti sentimenti, l’amarezza d’un dispiacere amoroso; ma tutti si ripiegano su se stessi, nel ricordo e nella meditazione, e cercano incessantemente d’intendere le ragioni profonde delle cose e della loro stessa anima. Così Tale vi si abbandonava al ricordo e vi riviveva la sua vita eroica e mitica, avventurosa e noncurante.

E senza dubbio era questo l’effetto che Landolfi voleva provocare sul lettore: un mix tra stupore e divertimento. Un’altra sua tendenza curiosa è quella di rivolgersi in modo improvviso e diretto a chi lo sta leggendo, togliendo in tal modo ulteriore credibilità alla storia. Non è infrequente cogliere tra le sue pagine dichiarazioni simili: «In fede, Signori, non m’importa un corno se non capirete quello che è successo» e ancora: «Chissà come sarà andata a finire? Io non mi ricordo più niente, Signori, e m’infischio dei vostri sguardi di disprezzo». Impossibile non rimanere stupiti e perplessi di fronte a queste inaspettate esternazioni. Altre volte declina addirittura il compito di completare una descrizione, adducendo un pretesto di tipo pittorico o letterario: «E qui lo scrivente vorrebbe poter disporre d’una tavolozza dai colori smorzati e cristallini, luminosi eppur diafani…» oppure: «Di quella poetessa lo scrivente non ha purtroppo né la mitica ingenuità, né il candido vigore, e perciò rinuncerà, con suo disdoro e rammarico, a descrivere quel riso».

Insomma, Landolfi non sembra dare alcuna importanza alla conclusione dei racconti, rilegandola addirittura a semplice nota, definendola spesso «un trascurabile particolare». Scherza sull’oggetto della sua rappresentazione, si burla non solo del lettore ma anche del suo stesso modo di narrare, e in tal modo non riesce a dire quasi nulla, non perché non abbia nulla da dire, ma perché si diverte a mettere in gioco sempre tutto. Vale comunque la pena di leggerlo, per passare qualche ora di stupore e divertimento.

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