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Gli occhiali d’oro, Giorgio Bassani, Mondadori Classici Moderni, 2009, 114 p.

Gli occhiali d’oro, Giorgio Bassani, Mondadori Classici Moderni, 2009, 114 p.

Non c’è nulla più dell’onesta pretesa di mantenere distinto nella propria vita ciò che è pubblico da ciò che è privato, che ecciti l’interesse indiscreto delle piccole società perbene.

Questo libro fa parte dell’imponente progetto “Il romanzo di Ferrara”, un ciclo di storie dedicate da Bassani alla sua città di adozione, che include anche Il giardino dei Finzi Contini, Dentro le mura, Dietro la porta, L’airone, L’odore del fieno. Sono romanzi e racconti destinati a conservare la memoria di un’epoca tormentata, quella che parte dal periodo antecedente la guerra e arriva fino agli anni Cinquanta, mettendone in risalto gli aspetti più statici, deleteri ed estranianti. Si tratta infatti di vicende, atmosfere e stati d’animo che offrono scarse possibilità di riscatto ai protagonisti delle stesse, anche perché lo scrittore aveva scelto di puntare lo sguardo soprattutto sull’individuo che soffre, che rimane da solo o che si sente diverso in mezzo agli altri, rassegnato di fronte all’evolversi di una politica sociale di carattere devastante, com’è stata ad esempio quella della dittatura fascista. L’unica arma che ci resta per ricordare quel periodo e non ricadere nell’errore, sembra voler dire Bassani, è “la memoria”, ossia la scrittura come rimedio contro l’oblio, e quindi una trama narrativa che, per quanto triste e ineluttabile, diventa testimonianza da consegnare alla storia.

Nel romanzo di cui parliamo oggi l’epoca è appunto quella dell’Italia fascista degli anni ’30, caratterizzata da un moralismo di facciata che nascondeva un’intolleranza sempre più incontenibile nei confronti di alcune categorie sociali, soprattutto ebrei e omosessuali. L’io narrante – che al tempo era un giovane studente ebreo, e nel quale Bassani mette molto di se stesso – ricorda quegli anni lontani descrivendo la graduale caduta del dottor Athos Fadigati, un uomo rispettabile e dignitoso ma “diverso”, che si ritrova progressivamente emarginato da un ambiente borghese aspro, cinico, riluttante nei confronti di qualsiasi anormalità. I suoi modi cortesi, la sua generosità con i pazienti, il luccichio dei suoi occhiali d’oro, i vestiti di lana inglese e persino la rassicurante pinguedine non bastano a frenare le maldicenze sul suo conto. Quando poi Fadigati viene avvistato, nel corso di un’estate, in inequivocabile compagnia di un ragazzo bello e spregiudicato, conosciuto da tutti per la vita sregolata, le insinuazioni sulle sue preferenze sessuali non trovano più freni. Dal quel momento tutto cambia nei confronti del dottore: quello che fino a poco prima era tacitamente tollerato, perché solo supposto o immaginato, diventa improvvisamente disgustoso perché manifesto. L’atmosfera velenosamente ipocrita – emblema di una società italiana che stava per vivere la vergogna delle leggi razziali fasciste – lacera senza pietà l’immagine professionale e umana di Fadigati, fino a ridurla a brandelli.

L’io narrante, che fin dal principio aveva assunto un semplice ruolo di osservatore nelle vicende patite dal medico, con l’avvio della campagna antisemita comincia anch’egli a sentirsi un escluso, un discriminato. Il suo stato d’animo cambia, diventa più inquieto, diffidente, timoroso. Ma da lì a poco la sua vita si incrocerà con quella del dottor Fadigati, quasi che il caso volesse offrirgli la possibilità di condividere con qualcuno il senso di solitudine che lo tormenta. Due esistenze diverse ma con dei punti in comune, che per un breve volgere di tempo si incrociano, si supportano e quasi si consolano, mettendo ancora di più in risalto, attraverso le reciproche sofferenze, la crudeltà di un tempo che sembra aver perso la ragione. L’epilogo, ovviamente, non può che essere tragico.

Nel corso della narrazione emerge spesso un senso di amarezza, dove si percepisce in modo chiaro l’accusa dell’autore alla società borghese del tempo, colpevole di aver permesso al fascismo di applicare una politica oppressiva e antirazziale. La società ferrarese che rifiuta il medico – ci fa capire tra le righe Bassani – è la stessa che accetta i crimini di Hitler e che giustifica quelli di Mussolini. Ma la città di Ferrara è solo il simbolo di un’Italia ormai contaminata, che si è lasciata vergognosamente soggiogare dal fascino di un potere autoritario e discriminante. Si ha pure l’impressione che allo scrittore non interessi tanto approfondire la questione dell’omosessualità da un punto di vista intimo, personale, quanto piuttosto di indagarne il tipo di impatto sulla società. Quella che viene evidenziata nel racconto, infatti, è soprattutto la reazione disgustata e falsamente cortese della gente di fronte alla manifestazione di una diversità. Bassani non esprime alcun giudizio personale sull’omosessualità, ma si serve di essa per definire una realtà storica ben precisa e sottolineare un difetto umano ricorrente: l’abitudine, da parte della massa, di saltare sul carro del vincitore del momento, che in quel periodo era appunto una dittatura che sbandierava muscoli e virilità, pervasa da un’ideologia che nulla poteva concedere a qualcosa di alternativo.

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Philippe Noiret e Rupert Everett in una scena del film

Questa di Bassani è quindi un’opera che porta a riflettere sul tema della discriminazione razziale e dell’emarginazione, anche nell’ambito dell’omofilia, un argomento che veniva scarsamente affrontato al tempo della pubblicazione del libro (si parla del 1958). Dal romanzo è stato tratto anche un film per la regia di Giuliano Montaldo (1987), con Philippe Noiret nel ruolo di Athos Fadigati.

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