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Il sentiero dei nidi di ragno, Italo Calvino, Oscar Mondadori, 2009, 159 p.

Il sentiero dei nidi di ragno, Italo Calvino, Oscar Mondadori, 2009, 159 p.

Nell’undicesimo capitolo del meta-romanzo “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, Calvino faceva dire al sesto lettore: << […] Il momento che più conta per me è quello che precede la lettura. Alle volte è il titolo che basta ad accendere in me il desiderio d’un libro che forse non esiste, alle volte è l’incipit del libro, le prime frasi… Insomma: se a voi basta poco per mettere in moto l’immaginazione, a me basta ancor meno: la promessa della lettura. >> A tal proposito devo confessarvi che il primo approccio con questo scrittore è nato proprio così, ossia dalla curiosità che mi destava il titolo del romanzo e non di meno dalla simpatia che ho sempre provato – e provo tuttora – per i ragnetti. Nel corso degli ultimi anni mi sono poi tuffata in molte altre pagine di Calvino, riemergendone ogni volta con un senso di appagamento per la singolarità e la qualità dei contenuti. Ho però capito a mie spese che bisogna diffidare dei libri troppo sbandierati, perché spesso capita di trovare sotto un titolo o una copertina accattivante il vuoto più siderale. Di incappare nell’errore succede anche a chi mastica letteratura da anni, soprattutto nei confronti di autori nuovi ed emergenti, a causa di certe recensioni che sono fuorvianti (oltre che interessate). Ma certamente non è il caso di questo bellissimo romanzo pubblicato nel lontano 1947, che viene inserito nel filone neorealista e che – come notò per primo Cesare Pavese – sottende anche una dimensione fiabesca, anticipando per certi versi quel tipico stile che caratterizzerà tutta la produzione successiva di Calvino.

La vicenda si svolge nelle valli e nei boschi delle Prealpi liguri ed è affrontata da una visuale non oggettiva, così come la vede e la interpreta il piccolo Pin, con le curiosità e gli stupori tipici dell’infanzia. Monello lentigginoso e irriverente, sempre sgridato e malmenato dagli adulti, Pin attraversa diverse peripezie per poi finire nel gruppo del Dritto, un pugno di partigiani scalcinati ed emarginati, rifiutati da tutte le altre divisioni, guidati da un comandante triste e malaticcio. Qui troviamo i personaggi più strambi, come Zena il Lungo detto Berretta-di-Legno, indolente e apatico, che approfitta di ogni momento per sdraiarsi nell’erba a leggere romanzi gialli, o il cuoco Mancino che gira sempre con un falchetto del malaugurio appoggiato sulla spalla, strillando motti di stampo marxista contro la borghesia e il capitalismo.

La Resistenza è quindi vista dal basso, dalla parte della gente incolta e grossolana che è incapace di comprendere a fondo le motivazioni ideologiche della lotta, ma che nonostante questo nutre una profonda speranza di cambiamento per un futuro migliore. Calvino non voleva scrivere uno dei soliti romanzi eroici sulla Resistenza; il suo intento era quello di dar voce a chi meno di tutti poteva comprendere la portata di quel che succedeva, ma che ha contribuito come gli altri a rischiare la vita. I partigiani che ci presenta sono infatti meschini e pieni di debolezze, quindi per niente valorosi anche se mossi da un forte desiderio di riscatto. Il Dritto, ad esempio, non è un comandante esemplare, ma un uomo fiacco e apatico che però riesce in qualche modo a farsi obbedire dai suoi uomini. Poi troviamo Pelle, un giovane violento senza ideali e senza certezze, succube della passione per le armi e per le donne, che ad un certo punto mostrerà il lato più oscuro della sua anima. E gli altri partigiani non sono di certo migliori: ognuno sembra combattere una battaglia privata, e tutti sembrano accomunati solo dal fatto di trovarsi “dalla parte giusta della storia”, al fianco di chi lotta per eliminare i soprusi e riconquistare la libertà.

Pin inizialmente si trova bene con i partigiani, ci scherza e si diverte, ma alla fine si rende conto che sono egoisti e indisponenti come tutti gli altri adulti che conosce. In ogni pagina si respira lo spaesamento di questo ragazzino nel mondo degli adulti, il suo dover fare i conti il prima possibile con la realtà dei fatti, anche quando si rivela cruda e indigesta. Impossibile non sentirsi dalla sua parte, non parteggiare per lui, non averlo in simpatia o tenerezza, per quanto monello e arrogante si dimostri in certi momenti. Del resto Pin è un orfano con grosse carenze affettive, disorientato dalla mancanza di una guida necessaria e frustrato dalla presenza di esempi deleteri, da cui istintivamente rifugge. Le donne gli appaiono tutte falsamente materne e invasate da bramosia sessuale (a partire dalla sorella prostituta), mentre gli uomini lo deludono per inaffidabilità e ipocrisia. Il bambino reagisce a tutto questo in modo sfrontato e provocatorio, che è un modo come un altro per difendersi e per mettersi alla stessa altezza degli adulti. Oltretutto Pin è troppo piccolo per capire con chiarezza il confine tra il bene e il male, i suoi occhi fotografano le cose così come appaiono e quindi il ruolo di mascotte che riveste nel gruppo lo trasforma ben presto in un inconsapevole moralista, sempre pronto a sbeffeggiare difetti e vizi altrui. Per questo e per altro viene continuamente maltrattato dagli adulti, dai quali rifugge appartandosi in un luogo segreto vicino ad un torrente, “un sentiero in cui i ragni fanno il loro nido”, un mondo fantastico partorito dalla sua fantasia. Qui Pin nasconde la pistola che ha sottratto di nascosto all’amante tedesco della sorella, un’arma magica che gli dà un senso di sicurezza, che lo fa sentire quasi adulto. Ma nel fondo del suo cuore il desiderio più grande rimane quello di trovare un giorno un amico sincero, con cui poter condividere ogni segreto: <<… un vero amico, che capisca e che si possa capire, e allora a quello, solo a quello, mostrerà il posto delle tane di ragni. E’ una scorciatoia sassosa che scende al torrente tra due pareti di terra ed erba. Lì, tra l’erba, i ragni fanno delle tane, dei tunnel tappezzati d’un cemento d’erba secca; ma la cosa meravigliosa è che le tane hanno una porticina, pure di quella poltiglia secca d’erba, una porticina tonda che si può aprire e chiudere.>>

Post scriptum: questa recensione faceva parte di un altro sito che sono stata costretta a chiudere. Ogni tanto ripubblicherò alcuni vecchi articoli, in modo da poterli conservare con quelli nuovi in un unico archivio. Mi scuso con tutte quelle persone che nei mesi scorsi avevano postato dei commenti nell’altro blog, ma per un problema di incompatibilità tra Weebly e WordPress non mi è stato possibile effettuare un trasferimento automatico dei dati. Se qualcuno ha voglia di riproporre la sua opinione in coda al post, riceverà una Medaglia al valore e una Croce al merito della Pazienza che, come tutti nella blogosfera sanno, sono destinate a ricompensare il concorso particolarmente intelligente, ardito ed efficace a supporto di bloggers in crisi di nervi causa traslochi difficoltosi da una piattaforma all’altra.

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