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L'urlo e il furore, W.Faulkner, Einaudi 1997, 322 p

L’urlo e il furore, W.Faulkner, Einaudi 1997, 322 p

Questa è l’opera forse più nota di Faulkner, un romanzo che richiede sudore ma che poi ti ripaga in mille altri modi. La mia lettura risale a diverso tempo fa, ma vi assicuro che se ripenso in questo momento ad alcune delle vicende trattate, a certi strepitosi passaggi, sento ancora dentro un brivido, una sorta di emozione. Pubblicato nel 1929, ci racconta la storia della decadenza morale e materiale dei Compson, una ricca famiglia del profondo sud degli USA, analizzata alla luce di un disagio esistenziale che ne investe tutti i componenti, in particolare gli eredi maschi: Benjamin, il figlio minorato mentale, Quentin, quello intellettuale sensibile, Jason jr., il più gretto e meschino. Su tutti spicca la figura dolce e ribelle della sorella Candace (detta Caddy), a suo modo trasgressiva per quei tempi, mentre sullo sfondo si stagliano le ombre di un padre nichilista e alcolizzato e di una madre perennemente malata di nervi. Tutti questi ingredienti in mano ad uno scrittore ordinario avrebbero prodotto un romanzo patetico e struggente, uno dei tanti che strappa qualche lacrima al lettore. Filtrati e mescolati dalla sensibilità geniale di Faulkner hanno invece dato origine a un capolavoro, seppure impegnativo da affrontare per stile. La storia di questa famiglia, infatti, viene rivoltata per ben quattro volte, fino al punto che la trama diventa l’ultima delle cose rilevanti, l’ultima a chiarirsi nel corso della narrazione, l’ultima sulla quale far convergere l’attenzione dei lettori. L’interesse di Faulkner era probabilmente quello di sbatterci in faccia il dramma emotivo di ogni protagonista, travolgendoci e frastornandoci con inaspettati salti temporali e traboccanti flussi di coscienza, sulla scia di uno stile letterario abbastanza sperimentale per l’epoca, che faceva riferimento ad alcuni scrittori europei come James Joyce e Virginia Woolf (del resto apprezzati dall’autore).

Nel primo capitolo vengono descritte le percezioni sensoriali ed emotive captate dalla mente di Benjamin, mediante una tecnica che, come ho già detto, stupisce e disorienta. Essendo il personaggio non vedente, muto e minorato psichico, il suo modo di rapportarsi alla realtà si basa esclusivamente su sensazioni tattili, olfattive e istintive, e proprio in tal modo lo scrittore cerca di trasmettercele. La scrittura di Faulkner, come ha scritto T.S.Eliot, “comunica prima ancora di essere compresa”, e il monologo interiore di Benjamin ne è un folgorante esempio: il lettore viene letteralmente trascinato nei ricordi disordinati e frammentati della sua mente, nelle sensazioni confuse fatte di ombre, colori e odori, nei disagi emotivi espressi attraverso mugolii, gemiti e urla. Nella memoria di quest’uomo – che non ha il senso del tempo e non sa cogliere la correlazione causa/effetto – affiora spesso il ricordo della sorella Caddy, figura materna e rassicurante, l’unica in grado di calmarlo. Per Benjamin, che percepisce le cose “col naso”, Caddy ha “il profumo degli alberi”, una presenza quindi dolce e costante, che sembra aver messo radici nella sua coscienza. Bisogna superare il caos della mente di questo disabile per cercare di intuire cosa è già successo nel passato o cosa sta succedendo nel momento presente; un’impresa quasi impossibile, almeno finché non si supera lo scoglio dei primi due capitoli del libro.

Anche il secondo capitolo non è una passeggiata, visto che è caratterizzato da sensazioni del presente che vengono interrotte da improvvisi flash-back del passato, con frasi addirittura lasciate a metà e ricordi che si sovrappongono senza logica apparente. In questa sezione assistiamo al monologo interiore di Quentin, il fratello idealista e fragile, tormentato e depresso, turbato da un’attrazione morbosa per la sorella Caddy, tragico fino al delirio nel suo modo di affrontare la vita.

Nel terzo capitolo, dove la narrazione diventa finalmente più chiara e discorsiva, il protagonista è invece il fratello Jason, un personaggio gretto ed egoista, avido di denaro, il peggiore fra tutti per freddezza e inconsistenza morale. In queste pagine, focalizzate quasi sempre sul presente, quindi affrancate da accavallamenti temporali e flussi di coscienza, i ricordi del passato servono solo come pretesto per formulare astiose recriminazioni nei confronti dei famigliari; una lagnanza che, seppur sgradevole, consente al lettore di ricomporre almeno in parte le varie tessere del romanzo, con una chiarezza che era mancata nelle sezioni precedenti.

L’ultimo capitolo, raccontato in terza persona, serve da approfondimento e completamento delle precedenti sezioni. Qui viene dato maggiore spazio alla figura di Dilsey, la dignitosa e anziana domestica di colore che ha sempre assistito con impotenza al succedersi drammatico delle vicende dei Compson, rappresentando l’unico punto solido di tanto frastuono e scompiglio. Ma la vera protagonista del romanzo, che nella sua presenza/assenza viene cantata a quattro voci, è la sorella Caddy, amata da Benjamin, amata e odiata da Quentin, detestata da Jason, compatita da Dilsey. Una fanciulla che all’inizio sembra quasi un fantasma, perché prende vita solo nei ricordi dei fratelli e non ha neppure la possibilità di esporre la propria versione della storia, ma che alla fine appare la più forte di tutti, visto che ha il coraggio di infrangere le regole della famiglia.

In definitiva, questo è un romanzo la cui bellezza si svela per gradi e con grande fatica, forse uno dei risultati più alti della narrativa sperimentale della prima metà del Novecento. Una scrittura non solo innovativa ma anche ricca e articolata, contraddistinta per alcuni tratti dal flusso di coscienza. I continui spostamenti sul piano temporale possono in parte disorientare, ma anche quando fatti e personaggi sembrano scollegati tra loro – tra passati remoti e prossimi che si intrecciano continuamente con il presente – in realtà c’è sempre un nesso ben preciso che li accomuna. Lo stesso Faulkner, resosi conto della difficoltà che avrebbero potuto riscontrare i lettori, aggiunse nelle successive ristampe un’appendice per chiarire meglio la genealogia della famiglia Compson e il profilo dei vari personaggi. Vi suggerisco di non saltare le prime cento pagine, anche se appaiono incomprensibili: lasciatevi andare al flusso narrativo senza porre alcuna resistenza, e vedrete come ogni pezzo di questo splendido mosaico diventerà via via sempre più luminoso e soprattutto emozionante. Come ha detto lo scrittore francese Daniel Pennac, è nei diritti del lettore saltare paragrafi o abbandonare una lettura secondo il proprio istinto e i gusti letterari, ma in questo caso vale veramente la pena resistere e ingaggiare una lotta con il libro, perché alla fine tutto diventa estremamente significativo e ti permette di gustare in pieno la vena geniale di questo grande scrittore. A fine romanzo, caso mai, sarà interessante oltre che piacevole ripercorrere i primi due capitoli per comprenderne meglio ogni dettaglio, per trovare smentite o conferme a ciò che si pensava di aver intuito. E anche per gustarsi ancora una volta quel mix indimenticabile di pensieri, profumi ed emozioni che avviene nell’animo del tenerissimo Benjamin.

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