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Genius loci, Hella Haasse, Iperborea, 2011, 56 p.

Genius loci, Hella Haasse, Iperborea, 2011, 56 p.

<< Quando comprarono il terreno non era così sicura che il posto le piacesse realmente. C’era qualcosa nell’aria che la turbava. Benché affascinata, incantata, aveva come l’impressione di violare un luogo proibito. Sacer era la parola che senza volerlo le veniva in mente: sacro e maledetto insieme. >> Così inizia questo breve e intenso racconto di Hella Haasse, una delle scrittrici olandesi più interessanti degli ultimi tempi (scomparsa nel 2011), celebrata e pluripremiata nel paese d’origine, quasi una sconosciuta nel nostro. Salita alla ribalta con opere poetiche e romanzi storici tradotti in diverse lingue, si era poi orientata verso racconti di carattere più intimistico e contemporaneo, dove realtà vissute e immaginate si intrecciano in raffinate esplorazioni dell’animo umano.

In questo primo racconto, da cui il libro prende il titolo, troviamo una coppia di mezza età che si fa costruire una casa per le vacanze in campagna, al limitare di un bosco. Nei periodi in cui lui si assenta per lavoro, lei comincia ad esplorare il luogo adiacente la casa, attirata dal richiamo dei sentieri che si perdono nel folto della vegetazione. La donna sente che quel luogo le smuove dentro qualcosa, pensieri e immagini del suo passato, della vita che ha vissuto finora e di cui – se ne rende conto solo adesso – non ha tratto un totale appagamento. Ma sono anche impressioni collegate al posto che sta esplorando, così impregnato di lampi e frammenti di un’altra realtà, di sensazioni e visioni che in qualche modo la turbano. Durante le passeggiate viene infatti colta dalla sensazione di essere spiata, come se tra il fogliame si nascondesse qualche misteriosa presenza. Anche mentre osserva la boscaglia dalla finestra della casetta, le sembra quasi di intravedere nelle forme degli alberi dei profili con il naso a punta e gli occhi sporgenti che le ricordano le marionette wayang, volti demoniaci agitati dal vento che scuotono la testa cambiando quasi impercettibilmente espressione, mentre gli squarci di cielo che si aprono all’improvviso tra le foglie mosse dal vento le appaiono come occhi lucenti, denti smaglianti. Quello che la donna prova è comunque un senso di inquietudine, non di paura, come se nel bosco ci fosse qualcuno che l’attende, che si aspetta qualcosa da lei.

Ben presto l’atteggiamento circospetto lascia il posto a un desiderio più o meno inconscio di fondersi con l’ambiente circostante, di abbandonarsi in modo totale al rigoglio della natura. Le esplorazioni nel bosco si fanno sempre più frequenti, finché un giorno la donna incappa nei resti di un antico pozzo. Spinta da qualcosa di imperscrutabile inizia a fare delle ricerche sulla storia del luogo, consulta l’archivio di un’abbazia e poi la biblioteca della città più vicina; risale indietro nei secoli studiando le mappe dell’epoca, fino a scoprire che quel pozzo forniva l’acqua ad un giovane nobile medioevale colpito dalla lebbra, che era stato allontanato dalla comunità e confinato nel bosco. Un giovane che lei percepisce come il genius loci di quel territorio e con il quale vivrà – o si convincerà di aver vissuto – un’incredibile e irrepetibile esperienza, qualcosa che le era intimamente ignoto e che ovviamente non svelerò.

Nel secondo racconto, intitolato La casetta in fondo al giardino, viene raffigurato in modo esemplare il contrasto caratteriale tra una madre e una figlia. Anche in questo caso si tratta di poche pagine, però particolarmente intense. La madre vive da sola in una casetta isolata immersa in un paesaggio bucolico, dove ha continuato ad accatastarci mobili, oggetti e ninnoli di ogni tipo, stipandola di ricordi del suo passato. La vista di tutto questo, alla figlia che la va a trovare di rado, incute da subito un senso di fastidio, una sorta di malessere non ben definito. La donna aveva vissuto nell’infanzia un rapporto totalizzante con la madre e poi, nell’adolescenza, aveva cercato di sfuggire alla sua influenza assumendo un atteggiamento di radicale opposizione.

La madre era sempre stata una figura presente-assente nella sua vita, perché se da una parte tendeva a scombussolarla con un’esuberanza incontenibile, dall’altra rimaneva con la mente costantemente altrove, rapita da nuovi interessi secondo l’impulso del momento. Ora è di nuovo di fronte a questa madre, che le appare più fragile che mai nell’età avanzata, ma che ancora le chiede continue attenzioni come nel passato, forse nel tentativo di sottometterla di nuovo a sé. Poi una sera, mentre stanno conversando, alla figlia viene in mente una parola che la fa ripiombare in un ricordo d’infanzia cancellato, di cui solo in quel momento, con rabbia e indignazione, riesce a coglierne il vero significato…

Due racconti simili e nello stesso tempo diversi, dove la memoria e l’evocazione del passato prendono spunto dal paesaggio circostante, che sia un giardino o un bosco in fondo non importa, perché è comunque la natura, nel suo significato più primigenio e globale, che smuove qualcosa nell’animo delle protagoniste aiutandole a ritrovare qualcosa che avevano perso. Una prosa poetica molto bella che mescola con abilità fatti del presente con ricordi del passato, forse perché la scrittrice aveva intuito che quest’ultimo ha sempre dei vuoti che necessitano di essere compresi e colmati, altrimenti lo scotto da pagare è quello di un’eterna scontentezza. Come si può infatti leggere nel retro della copertina, se i luoghi conservano le ombre del passato e raccontano la loro storia a chi li sa ascoltare, scoprirla significa guardare dentro di sé, risvegliare angoli assopiti della propria memoria, fare breccia in territori inviolati e rivelatori dell’anima.

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