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Il borgomastro di Furnes, Georges Simenon, Gli Adelphi, 2012, 227 p.

Il borgomastro di Furnes, Georges Simenon, Gli Adelphi, 2012, 227 p.

Joris Terlinck, borgomastro di Furnes: un uomo austero e inflessibile con tutti, anche con se stesso, uno che si è costruito da solo la sua fortuna e quindi convinto per questo di non dover niente a nessuno. Chiamato da tutti Baas, ossia padrone, “non solo a casa sua, non solo nella sua manifattura di sigari, ma anche in municipio, al caffè e addirittura per strada”. Come sempre Simenon ci offre con pochi tratti un quadro esauriente dei personaggi, come quando ci racconta che Terlinck indossava per tutto l’inverno un cappotto corto foderato di pelliccia e “in testa portava un berretto nero di lontra che accentuava il rosso acceso dei baffi e il blu ardesia degli occhi”; o come quando ci spiega che dopo aver tirato fuori un sigaro dalla tasca lo faceva crocchiare un po’ tra le dita, poi l’accendeva e “toglieva il bocchino d’ambra dall’astuccio che, richiudendosi, produceva un rumore secco molto caratteristico”. Un rumore inconfondibile che segnalava subito la sua presenza agli altri, ovunque si trovasse… Da tali descrizioni sembra quasi di vederlo davanti a noi questo signor Terlinck, magari mentre ci fissa attraverso le volute di fumo del suo sigaro, mentre ci osserva non come si guarda un essere umano, un proprio simile, ma come si guarda una cosa, un oggetto qualsiasi, un muro o la pioggia che cade. Perché questa era la sensazione che trasmetteva il suo sguardo agli altri: una fredda indifferenza per tutto ciò che non lo riguardava. Impressionante anche la descrizione della moglie Thérésa, talmente remissiva da trasalire ogni volta che lui rincasava, come se dopo anni di matrimonio non si fosse ancora abituata alla sua presenza. Una donna con occhi fatti solo per piangere e con stampata sulla faccia un’eterna espressione di sgomento, come se da un momento all’altro dovesse sempre accadere qualcosa.

Terlinck tiene quindi in mano le redini del piccolo borgo e concentra su di sé ogni potere, gode dei privilegi che si è conquistato negli anni e diffida degli avversari politici. E’ un uomo tutto d’un pezzo, duro e intransigente con i sottoposti, apparentemente incapace di provare dei sentimenti… Ma è fatto proprio così? Dietro questa facciata imperturbabile si cela veramente un deserto di emozioni? Allora per quale motivo, quando rientra a casa dal lavoro, sale con passo felpato al piano di sopra e tende l’orecchio verso la porta della figlia, trattenendo quasi il fiato… Come starà Émilia stasera, sarà calma o agitata? Questi sono i suoi pensieri. Fa la brava oggi Mimilia?… Mangerà buona buona i suoi begli ovetti?  Questo è quello che sussurra alla ragazza appena entra nella stanza dove vive relegata. Ecco allora che in quest’uomo scopriamo un punto debole, forse un barlume d’umanità che traspare in questa sollecita dedizione per una figlia malata di mente che vive rinchiusa in una camera e che lui accudisce in tutto e per tutto, portandole da mangiare le pietanze più costose e prelibate. Émilia ha spesso delle crisi di terribile violenza, lancia delle grida laceranti, si graffia e si lorda in tutti i modi possibili, e lui è l’unico che sa come affrontarla e gestirla, come pulirla e nutrila con mille precauzioni. Ed è anche l’unico della famiglia che si rifiuta ostinatamente di rinchiuderla in un manicomio. Perché Émilia è di sua proprietà, come ogni altra cosa che ha conquistato e detiene, anche se in questo caso è forse mosso da un sentimento più nobile…

Poi un giorno accade un evento drammatico, che in qualche modo altera lo stato delle cose. In seguito al rifiuto ostinato di Terlinck di aiutare economicamente un giovane dipendente che aveva messo incinta una ragazza, succede un fatto molto grave che scombussola la quiete della comunità. Il borgomastro, come sempre, si impegna a sfoggiare davanti a tutti un atteggiamento imperturbabile, ma in realtà qualcosa si è incrinato in quel mondo interiore che tanto difende da qualsiasi interferenza esterna. Un indefinibile senso di colpa lo spinge infatti a cercare la ragazza coinvolta nel dramma, a dedicarle qualche gentile attenzione, che forse a livello intimo è anche qualcosa di più. Terlinck ha passato gli anni a modellare la propria vita sulla gestione dei soldi e del potere, su una rigida routine, sul rispetto di tradizioni e conformismi, ma forse nasconde dei vuoti dentro di sé, delle carenze emotive che avrebbero bisogno di essere colmate. Ma tutto questo nel romanzo viene appena supposto e accennato, come se Simenon volesse lasciare a noi lettori il compito di indagare sulla reale natura del borgomastro. Una natura che peraltro continua ad apparirci sfuggente e incomprensibile, perché appena Terlinck coglie la possibilità di un cambiamento, di una promessa di vita più seducente, ecco che ritorna indietro sui suoi passi, che si arrocca di nuovo nelle vecchie abitudini replicando un percorso già fatto.

Come scrive Pietro Citati, <<Nessuna fuga è possibile. Il borgomastro intravede un barlume di libertà e di leggerezza: per un momento è abbacinato: vorrebbe fuggire; ma alla fine comprende che non potrà mai violare la sua fedeltà verso i vivi e i morti, e lentamente rientra tra le invalicabili mura, dove, come tutti noi, abita prigioniero da sempre>>.

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