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L’amore fatale, Ian McEwan, Einaudi, 1997, 280 p.

L’amore fatale, Ian McEwan, Einaudi, 1997, 280 p.

Tra i miei scrittori preferiti un posticino d’onore lo occupa senz’altro l’inglese McEwan, di cui apprezzo lo stile elegante, preciso e minuzioso. A dispetto della fama da “macabro”, imputabile ad alcuni racconti densi di atmosfere crude e inquietanti, McEwan è riuscito a conquistarsi l’interesse di milioni di lettori in tutto il mondo grazie a delle trame narrative quasi sempre perfette, corredate di interessanti spunti introspettivi e di accurate ambientazioni storico-sociali. Credo sia difficile, ad esempio, trovare oggigiorno qualcuno che non abbia ancora letto Espiazione, uno dei suoi capolavori più intensi e coinvolgenti.

Per quanto riguarda il libro di cui tratterò adesso, mi dispiace invece deludervi… ma non ci sarà nessuna protagonista sensuale e provocante che farà capolino dalle pagine, nessuna “femme fatale” così come il titolo potrebbe suggerire alla mente. Certamente si parla di amore, in particolare delle ossessioni che spesso si legano a questo sentimento, però nell’ambito di un’ottica totalmente inaspettata.

La prima parte è un capolavoro assoluto di tensione scenica: la lettura equivale alla visione di un film. Il cinquantenne Joe Rose, giornalista e divulgatore scientifico, sta facendo un picnic con la moglie Clarissa su un prato nei dintorni di Oxford, quando un improvviso colpo di vento disturba il loro romantico idillio scatenando una serie di imprevedibili eventi. Un pallone aerostatico atterra sul prato con un uomo impigliato nelle funi e un bambino nel cesto. Richiamato dalle grida di soccorso, Joe accorre insieme ad altre quattro persone, ma il tentativo di questi uomini di aggrapparsi alle funi per trattenere il cesto risulta più difficile del previsto: il vento è troppo forte, il pallone si solleva e, uno dopo l’altro, i soccorritori sono costretti a mollare la presa, tutti tranne uno, che con tale gesto eroico firma inevitabilmente la sua condanna a morte. La cronaca minuziosa e accurata di questo evento cattura subito l’attenzione del lettore e lo spinge ad inoltrarsi nel cuore del romanzo… Le prime righe del libro vengono collocate tra gli Incipit più belli della letteratura contemporanea, quindi credo di non deludere le vostre aspettative nel riportarle qui di seguito:

 L’inizio è facile da individuare. Eravamo al sole, vicino a un cerro che ci proteggeva in parte da forti raffiche di vento. Io stavo inginocchiato sull’erba con un cavatappi in mano, e Clarissa mi porgeva la bottiglia – un Daumas Gassac del 1987. L’istante fu quello, quella la bandierina sulla mappa del tempo: tesi la mano e, nel momento in cui il collo freddo e la stagnola nera mi sfioravano la pelle, udimmo le grida di un uomo. Ci voltammo a guardare dall’altra parte del prato, e intuimmo il pericolo. L’attimo dopo, correvo in quella direzione. Si trattò di un rivolgimento assoluto: non ricordo di aver lasciato cadere il cavatappi, né di essermi alzato, di aver preso una decisione, né di aver sentito la raccomandazione che Clarissa mi rivolse. Che idiozia, lanciarmi dentro questa storia e i suoi labirinti, allontanandomi di volata dalla nostra felicità, tra l’erba tenera di primavera accanto al cerro. Un altro grido e l’urlo del bambino, affievolito dal vento che spazzava le chiome alte degli alberi lungo le siepi. Accelerai la mia corsa. A quel punto, improvvisamente, da angolazioni diverse del prato, altri quattro uomini stavano convergendo sul luogo dell’incidente, correndo come me.

Ma questo è solo l’inizio dell’assurda avventura, un piccolo assaggio dell’ondata travolgente che ne seguirà. Destino vuole, infatti, che tra i soccorritori sia presente anche un certo Jed Parry, un giovane benestante e disoccupato, che dopo aver incrociato per un attimo lo sguardo di Joe Rose si convince improvvisamente di amarlo e di esserne addirittura ricambiato. Quello di Jed è un delirio fatto di ossessione e fanatismo religioso, una vera e propria patologia psichica conosciuta come Sindrome di Clérambault, che induce ad un’infatuazione assillante in cui ogni manifestazione di indifferenza e rifiuto da parte della persona idolatrata vengono intese come segni, sia pur contraddittori, di un amore corrisposto. Da quel momento Joe Rose, oltre a doversi difendere dagli approcci sempre più assillanti di Jed (che si potrebbe definire una specie di stalker ante-litteram), dovrà anche fare i conti con un senso di colpa non ben definito collegato all’incidente, ossia con il dubbio di non aver fatto abbastanza per evitare l’inevitabile. Tutto questo finirà con l’incrinare il rapporto con la moglie, ed è magistrale il modo con cui l’autore descrive le varie dinamiche psicologiche che si instaurano all’interno della coppia, ossia le incomprensioni e le reciproche accuse, il fatto di dubitare l’uno dell’altro, la sensazione di percepirsi quasi come degli estranei…

Anche chi legge comincerà a domandarsi, da metà libro in poi, se tutta la vicenda sia proprio reale e oggettiva oppure frutto di una serie di impressioni maturate nella mente del perseguitato. L’ingegno di McEwan sta proprio nell’aver creato questo clima un po’ ambiguo e offuscato, con dubbi e sottili incertezze che si insinuano come serpenti tra una pagina e l’altra, fino ad un epilogo che, nonostante tutto, si rivela forse un po’ banale e meno drammatico del previsto. Ma la competenza di questo scrittore è di così alto livello che si finisce sempre col perdonargli non solo la minuziosità troppo chirurgica di certe descrizioni, ma anche qualsiasi tipo di conclusione.

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