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Diceria dell'untore, Gesualdo Bufalino, Bompiani, 2009, p.185.

Diceria dell’untore, Gesualdo Bufalino, Bompiani, 2009, p.185.

Quando ho letto per la prima volta Bufalino sono subito rimasta colpita dalla sua scrittura così colta, espressiva e raffinata, oltre che dalla sua incredibile capacità di utilizzare le metafore nei modi più arditi e impensati. Ho però notato che oggigiorno è un autore poco conosciuto, soprattutto dalle ultime generazioni, forse perché ha uno stile talmente ricercato che a molti potrebbe apparire anacronistico. Eppure i suoi scritti sono una fonte inesauribile di spunti lessicali di estrema bellezza, da leggere e rileggere non solo per ampliare la conoscenza della lingua italiana, ma anche per farsi avvolgere e inebriare da una sequela di immagini che sta sempre in bilico tra prosa e poesia.

Per quanto riguarda il libro in esame, devo ammettere che non è facile recensire un’opera di questo calibro, a mio parere tra le più riuscite dell’autore. La storia, per molti aspetti struggente, affonda le sue radici in un’esperienza realmente vissuta dallo scrittore, visto che prende spunto da una sua lunga degenza causata dalla tisi. Ricordi effettivi si mescolano quindi con fatti vagheggiati e fantasticati, anche se alla fine sono questi ultimi a prevalere. Il protagonista è dunque l’autore stesso, o meglio il suo alter ego, reduce dalla guerra con «un lobo di polmone sconciato dalla fame e dal freddo», ricoverato in un sanatorio palermitano nell’estate del ’46. In questo luogo di tubercolotici «secchi come uno sparo e umiliati da continui colpi di tosse», che si intrattengono a vicenda con discorsi, chiacchiere e piccole dispute, sperando in tal modo di prolungare un’esistenza che in realtà serba scarse possibilità di futuro, al protagonista non resta che tentare di sopravvivere alla malattia, magari convincendosi di esserne solo un ostaggio provvisorio, anche se:

… non c’era giorno o notte, alla Rocca, che la morte non m’alitasse accanto la sua versatile e ubiqua presenza, ch’io non ne intravedessi, in una striscia di luce o in un mucchietto di polvere, le imbellettate fattezze, ora d’angela ora di sgherra. Lei era la meridiana che disegnava sul soffitto delle mie insonnie le pantomime del desiderio; lei la tagliola che mi mordeva il calcagno; il mare di foglie che il sole tramuta in brulichio di marenghi; lei la buca d’obice, l’in pace, le quattro mura di ventre dove nessuno mi cerca.

Tra i personaggi che brulicano nel sanatorio spicca la figura mefistofelica del primario, un individuo estremamente colto e sarcastico, soprannominato il “Gran Magro”, che fa da contraltare a quella più fragile di Padre Vittorio, esitante di fronte a tanto dolore, oscillante tra sconforto e fede, al punto di scrivere nel suo diario, in riferimento a Dio: “E se fossimo solo il Suo peccato originale, l’infrazione, la mela che non doveva mangiare?”. E poi c’è Marta, una ballerina dal passato ambiguo, diafana come un serafino e leggera come una colomba, un’Euridice in realtà senza luce e speranza, condannata a perdere per sempre il suo Orfeo…

Questa è la poesia dedicata alla morte dell’amata (Appendice, pag.150), inclusa in seguito nella raccolta lirica intitolata L’amaro miele (Einaudi, prima ed. 1982):

L’angelo cieco ha gridato
sulla tua fronte acerba, si dibatte
l’erba nel vento come un mare.
 
O statura delusa, e la foglia
guasta t’adorna, il tribolo confina
col tuo capo murato.
 
Inutile eri e stupenda,
guardavi sulle selci rosse del greto
forsennato il cavallo splendere.
 
Ora non ho che la tua voce
che folta trasogna e si dispera
nel mio sonno, talvolta.

La storia, dopo ulteriori vicissitudini e relativi tormenti dell’anima, si conclude con un evento inaspettato che viene vissuto dal protagonista come un tradimento nei confronti dei compagni di sventura, quasi una diserzione da un destino comune che era stato tacitamente accettato:

Io ne ero evaso, per chissà quale disguido o colpo felice di dadi, ma, anche se salvo, più derelitto e più triste. Simile a un vetro ragnato, a un parabrezza scheggiato da un sasso; ricco, ma d’una ricchezza furtiva e inusabile, moneta di mala zecca; giovane solo a metà, e vecchissimo l’altra metà, sarei ora disceso fra gli uomini. M’aspettava una vita nuda, uno zero di giorni previsti, senza una brace né un grido. Uscire mi toccava dalla cruna dell’individuo per essere uno dei tanti della strada, che amministrano umanamente la loro piccina saviezza d’alito e d’anni.

Che altro dire di questo libro? Credo che pochi scrittori italiani del recente passato siano arrivati a sfiorare vette così eccelse. L’intera trama è stata elaborata attraverso un periodare lungo e articolato, ma di crescente bellezza, dove Bufalino, miscelando pathos e thanatos con studiata sapienza, è riuscito a mettere in scena l’ossessione per la malattia, evidente metafora della vita. Il suo lessico estremamente colto, dalla perfezione quasi maniacale, riesce ad esaltare il fascino della lingua italiana impreziosendola con termini rari e inconsueti, oltre che con allegorie e citazioni letterarie. Un romanzo a lungo meditato, revisionato più volte, scritto e riscritto in modo fortemente lirico ed evocativo, che per ciò che dice e per come lo dice merita di essere considerato un capolavoro, degno vincitore del Premio Campiello 1981.

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