Tag

, , , , ,

Cosmetica del nemico, Amélie Nothomb, edizioni Voland, 2007, 102 p.

Cosmetica del nemico, Amélie Nothomb, Voland, 2007, 102 p.

Regina del mondo editoriale francese, Amélie Nothomb è oggi conosciuta e apprezzata un po’ ovunque per lo stile incisivo e provocatorio, che ormai è diventato come un marchio di fabbrica. Provvista di uno sguardo spietatamente lucido e di una penna terribilmente graffiante, è riuscita a mettersi in luce soprattutto per l’abilità con cui passa al setaccio ogni tipo di manchevolezza e difetto umano. L’amore e la morte, la bellezza e la mostruosità, la sincerità e la doppiezza, la figura del seccatore e le problematiche con il cibo sono il cardine su cui ruotano le sue strabilianti storie, che spesso lasciano il lettore attonito, senza parole. Chi la legge viene letteralmente travolto da una scrittura irriverente e pungente, serrata e incalzante, dove un dato di fatto può trasformarsi all’improvviso nel suo esatto contrario.

In questo racconto, che per lo stile narrativo sembra quasi un’opera teatrale, tutto è impostato sul dialogo che avviene tra due persone, un colloquio mozzafiato che ipnotizza il lettore e lo tiene aggrappato alle pagine fino al colpo di scena finale, come sempre inaspettato. Sono pagine dense e leggere nello stesso tempo, destinate non solo a stupire per la vicenda alquanto bizzarra, ma anche a sollevare questioni filosofiche che bene o male spingono a riflettere sulla complessità della mente umana.

La storia inizia e finisce nella sala d’attesa di un aeroporto, dove Jérôme Angust, in viaggio per affari, è costretto ad una snervante attesa per il ritardo del suo volo. Qui gli capita d’imbattersi in Texel Textor, un tizio sfaccendato e loquace che comincia subito a tediarlo con la storia della sua infanzia. All’inizio Angust oppone resistenza e controbatte con tono sarcastico alle parole del seccatore, ma ottiene solo il risultato di infervorarlo ancora di più. Anche quando tenta di cambiare posto viene subito seguito da questa figura invadente, quasi si trattasse della sua stessa ombra. Ad Angust non resta che rassegnarsi e subire l’odiosa intrusione; del resto – come spiega con tono saccente il rompiscatole – nessuna legge impedisce a un cittadino di parlare a un altro, che questi sia consenziente o meno…

– Cosa si deve fare con gente della sua risma? Chiudersi in bagno?
– Non servirebbe a niente, caro signore. Siamo in un aeroporto: i bagni non sono isolati acusticamente. La accompagnerei e continuerei a parlarle da dietro la porta.
– Perché fa così?
– Perché ne ho voglia. Faccio sempre quello di cui ho voglia.
– Io ho voglia di romperle la faccia.
– É sfortunato: non è legale. Invece quello che piace a me, nella vita, è danneggiare gli altri senza infrangere la legge. É tanto più divertente perché le vittime non hanno il diritto di difendersi.

La cascata logorroica di Textor comincia ben presto a defluire in zone d’acqua torbida, con l’esposizione di dubbi e tormenti che in qualche modo colpiscono e irritano il perseguitato. Angust non vorrebbe ascoltare ma poi apre bene le orecchie, non vorrebbe rispondere e domandare ma alla fine cede e parla. In tal modo si ritrova sempre più avviluppato nelle spire dell’interlocutore, il quale dichiara di agire sulla base di una personale cosmetica universale di stampo giansenista, una sorta di morale suprema che giudica le azioni in base al piacere che provocano e che sostiene la necessità del castigo di fronte alla colpa.

Quello di Angust è un viaggio di affari che si trasforma contro ogni sua volontà in una tormentata scoperta di finzioni e false certezze. Nulla è lasciato al caso e niente è come sembra. Ogni volta che crediamo di aver intravisto nella conversazione tra i due un possibile significato, in realtà ci troviamo ancora ben distanti dalla verità, perché voltando poi le pagine l’ambiguità si infittisce… Non anticipo ovviamente alcunché sul finale, che è assolutamente impensabile; aggiungo solo che il senso di questa storia si potrebbe collegare al famoso – ma mai abbastanza praticato – conosci te stesso di socratica memoria. Detto in altre parole, il messaggio che vuole trasmetterci l’autrice è che prima di guardarsi dagli altri bisognerebbe guardarsi bene da se stessi, perché il vero nemico, quello silenzioso e furtivo, quello che cammina in punta di piedi per pugnalarci alle spalle, quasi sempre alberga dentro di noi.

Annunci