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Cuore di pietra, Sebastiano Vassalli, ET Einaudi, 1998, 290 p.

Cuore di pietra, Sebastiano Vassalli, ET Einaudi, 1998, 290 p.

Il romanzo parte dall’Unità d’Italia e arriva fin quasi ai nostri giorni, gravitando intorno a un’imponente villa realizzata da un architetto megalomane, nelle cui stanze si avvicendano proprietari e inquilini ogni volta diversi. Di generazione in generazione, a partire dalla famiglia del conte Basilio Pignatelli, ci ritroviamo a seguire gli avvenimenti di questa grande casa, di ciò che avviene all’interno del suo “cuore di pietra”. Una casa che, nonostante l’invecchiamento provocato dallo scorrere degli anni, non si scompone mai davanti alle speranze, agli amori, alle delusioni, alle beghe e alle morti dei suoi occupanti. Anche se l’intonaco si sgretola e le tegole si incrinano, anche se la pioggia riesce a infiltrarsi nelle fessure delle soffitte, la grande villa resiste imperterrita ad ogni attacco del tempo e fa da testimone alla storia d’Italia, ad avvenimenti sociali e politici come le guerre mondiali, il fascismo, la resistenza, il socialismo e i moti proletari, che via via si intrecciano con le faccende personali delle persone che la abitano. La nostra casa assiste impassibile anche alla diffusione della bicicletta, della Fiat Topolino e di quel moderno “specchio dei sogni” che si chiama televisione. Soltanto alla fine del libro comincerà a ripiegarsi su se stessa, perderà il suo fascino nobiliare e cederà alla propria fatiscenza, diventando un ospizio malsano per i diseredati.

Nel corso della narrazione l’interesse dell’autore si focalizza soprattutto sugli italiani, sulle reazioni emotive della gente comune, mentre i fatti storici e i grandi personaggi rimangono un po’ sullo sfondo, come un eco che si riflette sulla vita della comunità. Tra le righe trapelano critiche sulla politica italiana, con un’ironia che demitizza non solo il fascismo ma anche tutti gli altri schieramenti politici che la nostra penisola ha visto nascere. Mussolini, ad esempio, viene sempre citato come l’Uomo della Provvidenza, dipinto ironicamente come un sole che sorge e tramonta tutti i giorni, ma non vengono risparmiate frecciatine sarcastiche neppure agli intellettuali della sinistra, <<giovanotti sussiegosi, con la barba o senza la barba, con gli occhialini cerchiati d’oro o senza occhialini>>, sempre pronti al trasformismo e alla ricerca del potere, che guardavano <<con commiserazione chiunque non parlasse o ragionasse come loro, con le stesse frasi fatte e le stesse parole>>.

In tutto il romanzo c’è un pessimismo di fondo collegato alla visione di una società italiana sconfortante, che nonostante l’avanzare del progresso stenta a prosperare su basi di equità e uguaglianza. Lo scenario politico del passato viene spesso visto come un fracasso di teste dure che cozzano tra loro, come un urlio di forsennati che cercano di coprire con le loro voci le voci degli altri; uno spettacolo, a dire il vero, non tanto diverso da quello di oggigiorno…

Ogni tanto affiorano delle tematiche che sono ricorrenti nelle opere di questo autore, quali la visione di un Dio indifferente ad ogni sforzo o velleità umana e la percezione di un Tempo che scorre in modo inesorabile. Gli dei di Vassalli – come già sanno i suoi lettori più affezionati – sono sempre caratterizzati da un bizzarro senso dell’umorismo: se ne stanno appollaiati lassù, sulle nuvole o da qualche parte nel buio, e continuano a ridere e applaudire di fronte alle nostre continue incespicate. Se tendiamo bene l’orecchio possiamo sentirne in lontananza le schiette risate, impietose di fronte alla nostra illusione di poter lottare contro il tempo, di dare scacco al destino o di poter vincere la morte. Il sogno di poter cambiare il mondo <<… che rimbalza da un’epoca all’altra e produce benessere e disgrazie, progresso e infelicità, è una delle cose che più fanno ridere gli Dei sopra le nostre teste. É un’illusione sempre uguale e sempre diversa, una commedia che si replica dalla notte dei tempi e che tornerà a replicarsi chissà quante altre volte ancora, finché nella pianura ci saranno degli uomini.>> (pag. 271)

In conclusione devo confessare che questo romanzo, per quanto scritto bene, è riuscito a suscitarmi anche un po’ di noia, forse perché caratterizzato da troppe storielle, fatti e fattarelli, da una miriade di personaggi che si affastellano tra loro, molti dei quali appena abbozzati e quindi facilmente dimenticabili. A mio parere questa volta Vassalli ha messo troppa carne sul fuoco. Più che un romanzo lo definirei un excursus abbastanza sommario sull’ultimo secolo, con tanti e troppi ritratti che non sempre hanno il tempo di far presa sul lettore, che talvolta intrigano e altre volte no. Per fortuna il tutto è allietato da una gradevole ironia di fondo, oltre che da uno stile narrativo sempre colto e curatissimo.

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