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Cecità, José Saramago, ET Einaudi, 1996, 315 p.

Cecità, José Saramago, ET Einaudi, 1996, 315 p.

Un libro veramente agghiacciante, con una storia che fa riflettere e che non può lasciare indifferenti. Narra di una misteriosa epidemia di cecità che fa vedere tutto bianco, e che comincia a diffondersi in modo progressivo in una città qualunque, di una nazione qualunque, creando uno stato di crisi che, come succede di solito nelle situazioni più estreme, favorisce l’insorgere degli istinti più deplorevoli della natura umana. Le prime persone contagiate vengono internate dalle autorità in un ex-manicomio, isolate da tutto e da tutti per evitare la diffusione dell’epidemia. In questo luogo sordido, che nel giro di poco tempo si riempie di ulteriori ciechi, i reclusi si ritrovano ben presto a scendere tutti i gradini dell’indegnità, soprattutto a causa dei morsi della fame. Lo spirito di sopravvivenza prevale su ogni altro sentimento spingendo alcuni individui a diventare feroci e prevaricanti, altri a dimostrarsi opportunisti o indifferenti, altri ancora a subire con rassegnazione tremende umiliazioni e degradanti compromessi. Gli unici occhi in grado di vedere, perché sani nello spirito e nella coscienza, sono quelli di una donna che, pur essendo costretta ad osservare ogni sorta di miseria e crudeltà, riesce a conservare uno sguardo compassionevole per tutti, diventando ben presto un sostegno e una guida per molti disperati. Una donna che ha occhi in un mondo di ciechi, l’unica destinata a vedere (e non solo a sentire) tutto l’orrore di questa degradazione. L’unica che ogni tanto si scopre a desiderare una cecità improvvisa e liberatoria, perché la solleverebbe non solo dalla visione di tante brutture ma anche dal peso delle responsabilità morali. Se i ciechi vivono nell’orrore senza vederlo, se passano accanto ad ogni condizione ripugnante solo intuendola, alla protagonista che vede –  e anche a noi che leggiamo – non va altrettanto liscia.

Bisogna infatti ammettere che la lettura di questo libro non è una passeggiata, spesso fa insorgere sentimenti di sdegno, irritazione, sgomento. Ma vale lo sforzo di proseguire e arrivare alla fine, perché questo più che un romanzo è un saggio sulla natura dell’uomo, ossia un’analisi dettagliata dei comportamenti umani in situazioni di estrema precarietà. Quella di Saramago è una cecità metaforica, intesa non tanto come perdita del senso della vista quanto piuttosto come smarrimento delle facoltà razionali, delle norme etiche e civili. Una cecità che ci fa capire quanto in basso possono arrivare le persone quando si smarriscono nel buio della ragione, quando perdono ogni senso di moralità. Luoghi e tempi in cui si verificano gli eventi non vengono mai precisati, forse per suggerire che quanto viene narrato in parte è già accaduto e potrebbe ancora accadere in ogni parte del mondo, in qualunque momento (pensiamo, ad esempio, alla cecità mondiale di fronte all’incalzare del nazismo, di cui tutti all’inizio hanno sottovalutato rischi e pericoli). La mancanza di collocazione spaziotemporale, rafforzata dalla singolarità della vicenda, costringe anche il lettore ad entrare subito nella mente turbata dei protagonisti, lo mette in contatto con il loro stato d’animo obbligandolo a scrutarne le pieghe più nascoste. Impossibile non sentirsi catturati e coinvolti dalla scrittura di Saramago, grazie anche ad uno stile narrativo che mescola spesso il discorso diretto con quello indiretto, che si caratterizza per l’assenza di punteggiatura. E’ come se lo scrittore volesse costringere i lettori a diventare attivi: lui redige la partitura e noi dobbiamo metterci il ritmo. Oppure la sua intenzione era quella di farci procedere a tentoni fra una frase e l’altra, senza appigli e riferimenti sicuri, proprio per renderci ancora meglio l’idea di un offuscamento totale.

 Perché siamo diventati ciechi, Non lo so, forse un giorno si arriverà a conoscerne la ragione, Vuoi che ti dica cosa penso, Parla, Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono. La moglie del medico si alzò e andò alla finestra. Guardò giù, guardò la strada coperta di spazzatura, guardò le persone che gridavano e cantavano. Poi alzò il capo verso il cielo e vide tutto bianco, è arrivato il mio turno, pensò. La paura le fece abbassare immediatamente gli occhi. La città era ancora lì.

Anche i personaggi non hanno nomi e la loro identità rimane sempre un po’ indefinita, forse perché di fronte al sonno della ragione l’individuo è costretto a perdere ogni legame con il proprio vissuto culturale, sociale e soprattutto umano. Quando si è abituati a non vedere si diventa come dei fantasmi, e a questo punto anche i nomi non hanno più senso e significato. E’ quindi facile intravedere nelle pagine di questo romanzo l’umanità odierna, che più crede di vedere più si dimostra cieca, più pensa di essere colta e civile più si dimostra ignorante e violenta, più si illude di essere libera e individualista più si rivela conformata e manipolabile. L’autore stesso ha detto in un’intervista: “Volevo raccontare le difficoltà che abbiamo a comportarci come esseri razionali, collocando un gruppo umano in una situazione di crisi assoluta. La privazione della vista è, in un certo senso, la privazione della ragione.”

Un libro che quindi merita di essere letto, per quanto possa risultarne sofferto l’approccio, anche perché alla fine si rivela un vero e proprio saggio sull’Uomo, analizzato nella sua grandiosità e nelle sue debolezze. Un’analisi che però non dev’essere intesa in termini pessimistici, ma piuttosto come una lucida documentazione sui nostri limiti umani, sulle carenze e le infinite contraddizioni che ci contraddistinguono. Come ci saremmo comportati noi in una situazione del genere, come avremmo reagito? La nostra identità e i rapporti con gli altri si sarebbero modificati o sarebbero rimasti gli stessi? Leggere questo libro è come porsi davanti ad uno specchio non deformante dove possiamo osservarci e analizzarci, per poi tentare di trovare dentro di noi delle risposte, delle possibili soluzioni. Ed è anche come avere davanti, riflessa nello stesso specchio, la visione ben chiara di come potrebbe diventare il mondo se non fosse presente nei nostri occhi – e soprattutto nei nostri cuori – almeno un po’ di luce…

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