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Ogni cosa è illuminata, Jonathan Safran Foer, Guanda, 2002, 327 p.

Ogni cosa è illuminata, Jonathan Safran Foer, Guanda, 2002, 327 p.

Questo è un libro che ho letto molti anni fa, ma è come se l’avessi letto ieri. Nel 2002 Jonathan Safran Foer, scrittore americano di origine ebrea, aveva sorpreso tutti, sia pubblico che critica, con tale esordio, sia per la sua giovane età che per lo stile narrativo inusuale e spiazzante. Uno stile che all’inizio tende appunto a confondere le idee, ma che dopo una cinquantina di pagine diventa sempre più scorrevole e coinvolgente. Lo definirei un romanzo tragico, straziante e nello stesso tempo piacevole e spassoso, per quanto possa sembrare paradossale la mia affermazione; eppure non trovo un altro modo per descriverlo, perché è un libro che alterna pagine estremamente commoventi e dense di significato ad altre più leggere e decisamente comiche.

Il protagonista è un giovane ebreo americano di nome Jonathan (l’allusione allo scrittore è evidente), che colleziona in maniera ossessiva tutti gli oggetti che hanno fatto parte della sua famiglia. Trovando una fotografia in cui suo nonno è in compagnia di una donna sconosciuta, forse colei che lo ha salvato dai nazisti durante gli stermini di massa, decide di andare in Ucraina con l’intenzione di scoprire la verità. Durante il viaggio gli si affiancano ben presto dei personaggi alquanto particolari: una guida locale di nome Alexander Perchov, detto Alex, tanto bislacco quanto simpatico, lo scorbutico nonno dello stesso Alex, che nonostante la dichiarata e ostentata cecità si rivela un guidatore abbastanza affidabile, e un’amabile cagnolina rompiscatole, che ha la pessima abitudine di scoreggiare.

La storia di questo curioso viaggio e dell’altrettanto curioso gruppetto (animale compreso) viene raccontata dall’ucraino Alexander in un modo irresistibilmente comico, con un italiano sgrammaticato e approssimativo che andrebbe a simulare il pessimo inglese della versione originale. A tutto questo si alterna la cronistoria di una vera e propria saga ebraica, attraverso la quale Jonathan ripercorre, sul filo della memoria degli antenati e con un linguaggio più colto, le vicende di Trachimbrod, un immaginario villaggio ucraino del 1700. Da una parte ci troviamo quindi in tempi più recenti, precisamente negli anni ’90, al seguito del gruppetto strampalato, ridacchiando per ogni aspetto comico che lo coinvolge, mentre dall’altra veniamo catapultati indietro di tre secoli, nel momento in cui la trisavola di Johnatan sta per essere salvata dalle acque di un fiume, per poi seguirne la saga familiare fino al termine della seconda guerra mondiale. Ma non è finita, perché c’è un altro piano narrativo che si interseca con i due appena citati, ed è quello in cui Alex scrive dall’Ucraina a Jonathan che sta in America, inviandogli man mano dei commenti sui capitoli del romanzo che Jonathan sta scrivendo e che, a sua volta, gli spedisce in visione… Sembra tutto confuso e complicato ma non lo è affatto, bisogna solo superare lo scoglio dei primi capitoli, dove forse un eccesso di digressioni fantasiose potrebbe in parte disorientare… Ma quello che all’inizio sembra macchinoso poi diventa, pagina dopo pagina, sempre più “illuminante”, come appunto suggerisce il titolo.

La scrittura è decisamente originale e creativa, visto che in alcuni paragrafi si esprime con caratteri tutti in maiuscolo o si evidenzia per la mancanza della punteggiatura. Qualcuno potrebbe forse storcere il naso davanti a tanta inventiva, eppure la lunga catena di parole tutte unite che appare, ad esempio, in uno dei capitoli più drammatici del romanzo (pag.295-299), rende a mio parere la vicenda ancora più vera e sofferta, capace di incrinare anche il cuore del lettore più coriaceo. Il fatto interessante è che in questo viaggio alla scoperta delle proprie radici ogni personaggio si ritrova a fare i conti con il proprio passato e con la tematica tragica della Shoah, e quindi anche noi come lettori non solo ci ritroviamo sbalorditi, incantati e divertiti, ma anche turbati e indignati di fronte alla rievocazione di certi orrori che è giusto non dimenticare. Un libro quindi per sorridere, ma anche e soprattutto per riflettere.

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