Racconti del terrore

Racconti del terrore, Edgar Allan Poe, Oscar Mondadori, 2009, 342 p.
Racconti del terrore, E.A.Poe, Oscar Mondadori, 2009, 342 p.

Non aspettatevi vicende che facciano sobbalzare sulla sedia o che tengano col fiato in sospeso, perché l’orrore raffigurato da questo geniale scrittore è di tipo insinuante, sottile, collegato quasi sempre a stati d’animo interiori che non a pericoli veramente oggettivi. Nei racconti di Poe non ci sono mostri orripilanti o vampiri sanguinolenti che calcano le scene, ma tutto nasce da qualcosa che si sviluppa dentro, a livello inconscio, per poi esplodere fuori con tutta la sua violenza. I sepolti vivi, le riapparizioni dall’oltretomba, il tema del doppio e del sosia, hanno infatti la funzione di mettere in luce una natura psichica già malata e tormentata, che a sua volta acquista i caratteri dell’incubo.

Le ambientazioni si ispirano in gran parte al genere gotico, visto che ci presentano edifici isolati e fatiscenti, spazi oscuri e angusti come tombe, segrete di castelli e sotterranei, il tutto amplificato da sensazioni e visioni che si collegano spesso al soprannaturale. Ricorrente l’intreccio tra bellezza-malattia- morte, in particolare nei racconti incentrati sulle varie figure femminili (Berenice, Morella, Lìgeia), dove ogni volta il narratore affronta la scomparsa dell’amata con stato d’animo morboso, nevrotico, ossessivo. Quelle di Poe sono donne che da vive hanno una presenza quasi astratta, incorporea, che si limita a incarnare una qualità intellettuale o spirituale, mentre da morte acquistano un’influenza più forte e incisiva, spesso assumendo un’altra forma. Come ad esempio accade nella storia di Lìgeia, che dopo la malattia e il decesso si reincarna nel corpo di Rowena, la nuova moglie del marito, risucchiandone la vita e assumendone quasi l’aspetto. Appare strana questa visione della donna amata che ogni volta si ammala, deperisce, muore e poi in qualche modo ricompare; una coazione a ripetere che forse sottende una visione dell’amore come unica via d’accesso alla morte o come superamento dei confini stessi della morte… Non mi interessa indagare sulla vita privata dello scrittore, né mi arrogo il diritto di psicoanalizzarlo, ma qualche problema con il “femminile” deve averlo sicuramente patito.

I personaggi  di Poe sono spesso anche attratti dall’abisso, dalla vertigine della caduta (probabile metafora di una calata nel buio dell’inconscio), come ad esempio nei racconti Manoscritto trovato in una bottiglia e Una discesa nel Maelstrom, dove gli elementi naturali esplodono in tutta la loro fragorosa potenza. Oppure è il tema del sosia a prevalere, del doppio o dell’altro che è dentro di noi, come succede nella storia di William Wilson, dove la coscienza buona tenta inutilmente di imporsi su quella cattiva, o come accade nel racconto La rovina della casa degli Usher, dove l’attrazione morbosa tra due gemelli culmina nella disgregazione del luogo che è stato teatro dell’infausta passione. Il pozzo e il pendolo è un vero e proprio capolavoro di alta tensione, di narrativa claustrofobica, mentre nei racconti Il cuore rivelatore e Il gatto nero, forse quelli più famosi, assistiamo alla messa in scena della crudeltà più abietta e gratuita, che poi sfocia in un meccanismo inconscio di autopunizione. Personalmente ho trovato interessanti anche L’uomo della folla e La cassa oblunga, non tanto per il finale (dal quale mi aspettavo qualcosa di più), ma proprio per la curiosità che riescono a suscitare fin dalle prime pagine.

Devo ammettere che lo stile decadente di Poe ha un fascino particolare, un non so che di unico e intramontabile, che deriva probabilmente dalla sua capacità di scavare negli orrori della psiche umana, anche se talvolta la prolissità di certe descrizioni riduce quella sensazione di brivido lungo la schiena che dovrebbe invece accompagnarci fino all’ultima pagina. Come ad esempio nel racconto già citato “Una discesa nel Maelstrom”, dove Poe si perde troppo nel descrivere con eccessiva minuzia i mutamenti dell’acqua, le forme e i colori delle onde, i riflessi della luce, il tutto a scapito della tensione emotiva:

 Non potrò mai dimenticare il senso di spavento e d’ammirazione che provai guardandomi intorno. Il battello pareva sospeso come per incanto a mezzo della discesa sulla superficie interna di un imbuto di circonferenza molto vasta e di una profondità prodigiosa le cui pareti perfettamente lisce avrebbero potuto esser prese per ebano, se non fosse stata l’abbagliante rapidità con la quale giravano su se stesse, e il sinistro fulgore che, per riflesso, mandavano sotto i raggi della luna piena, i quali dall’apertura circolare fra le nuvole che ho già descritto scendevano in un fiume di luce dorata lungo le nere pareti, penetrando sino nelle più intime profondità dell’abisso.

Sul principio ero troppo confuso per poter osservare le cose con esattezza. L’improvviso schiudersi di tanta terrifica magnificenza mi occupava tutto. Tuttavia appena mi fui un po’ riavuto, spinsi istintivamente lo sguardo verso il fondo. Nulla, in quella direzione, ostacolava la mia vista, per il modo in cui la barca era rimasta sospesa sulla superficie inclinata dell’abisso. Essa continuava a correre sulla sua chiglia; col ponte cioè parallelo al piano dell’acqua, ma siccome questa formava un pendio a un’inclinazione di più di quarantacinque gradi, noi eravamo come se ci trovassimo coricati sul fianco. Tuttavia non potei fare a meno di osservare che in quella posizione potevo reggermi con le mani e coi piedi né più né meno come su un piano orizzontale: ciò che, suppongo, dipendeva dalla velocità con la quale giravamo.

La descrizione è spettacolare, su questo non ci sono dubbi, però è talmente accurata da togliere qualsiasi tensione al lettore, che rimane più che altro abbagliato da tanta ingegnosa costruzione letteraria. Ma l’attenzione per il dettaglio – come spiegava lo stesso Poe – ha pure una sua utilità, perché serve a rendere più credibile e tollerabile tutto ciò che concerne il Mistero. Attraverso un racconto dettagliato il quotidiano si fonde in modo più immediato con l’inspiegabile, il reale riesce a convivere con l’immaginario, la vita si rispecchia meglio nella morte e viceversa, attraverso delle storie che, pur oscillando tra ragione e follia, ci appaiono abbastanza probabili e quindi forse più temibili.

Ho scritto “forse”, perché per quanto mi riguarda di tensione ne ho provata poca. Ma del resto la paura è un fattore soggettivo, varia molto da persona a persona, e se a me questi racconti di Poe hanno provocato poco più di un solletico lungo la schiena, affascinandomi più che altro per la bellezza stilistica, non è detto che debbano per forza causare lo stesso effetto anche agli altri…

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18 pensieri su “Racconti del terrore

    1. A proposito di Poe, devo confessarti che lo stimolo per leggere finalmente questo libro, che da tre anni raccoglieva polvere sulla mensola, mi è venuto proprio dopo aver letto la tua recensione di Gordon Pym. Scrivendo che questo scrittore aveva stuzzicato al massimo la tua curiosità, sei riuscito a stuzzicare anche la mia. Devo dire che ne valeva la pena. Adesso mi rimangono da affrontare le allucinanti avventure per mare, se non altro per sentire quella famosa “risata” alla conclusione del libro… 😉

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  1. Dei racconti di Poe parlavo giusto ieri sera (Una serata un po’ creepy)… Trovo le sue storie veramente sublimi, dalla più conosciute (Il gatto nero, Il pozzo e il pendolo, …) a quello che lo sono meno (La maschera della morte rossa, il barile di Amontillado, …), anche se effettivamente non li vedo come racconti del “terrore” quanto più come racconti della “angoscia”. Prendo ad esempio “Silenzio, una favola”, un racconto brevissimo, incredibilmente angosciante, anche se quasi un’allegoria filosofica!

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    1. L’ultimo racconto che hai citato non lo conosco, forse fa parte dei racconti del grottesco? Sì, sono d’accordo con te, si potrebbero proprio definire racconti dell’angoscia, visto che vanno ad attizzare qualcosa che giace sepolto nei meandri più reconditi dell’inconscio. Le sue sono delle vere e proprie discese nell’abisso dell’animo umano; e poi, come l’ha fatto lui a quei tempi… credo non l’abbia fatto nessun altro.

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      1. Hai ragione, si trova a pag.69 della mia edizione, così breve che l’avevo dimenticato… Questo racconto, narrato dal demonio, non si era impresso più di tanto nella mia mente, forse perché sono stata catturata da altre storie più coinvolgenti 😉

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    1. Il gatto nero mi aveva abbastanza colpita, soprattutto per quell’escalation di perversità che si manifesta nel protagonista. Una crudeltà che l’uomo non riesce in nessun modo a controllare e mitigare, nonostante tutti i suoi sforzi, nonostante i buoni propositi e le lacrime agli occhi… Veramente impressionante, ma anche emblematico di quella follia che in tutte le epoche, purtroppo, invade e sottomette l’uomo. Ti dirò che La caduta della casa degli Usher non mi aveva particolarmente coinvolta, mentre ho trovato più interessante il ritratto ovale, anche se ci presenta per l’ennesima volta una delle ossessioni più ricorrenti di Poe, quella della morte della donna amata. Comunque Poe è stato veramente un genio nella costruzione delle trame e a mio parere tutti dovrebbero, almeno una volta nella vita, provare a leggerlo…

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  2. Eh purtroppo il povero Poe non è invecchiato benissimo. Detto questo, credo che il modo migliore per capirlo e apprezzarlo appieno sia ricordarsi che il suo orrore non è progettato per prendere alla pancia ma alla testa: la sua attenzione sta tutta sulla creazione di un’atmosfera che lasci poi una certa impressione sul lettore. Per dire, ne La verità sul caso di Mr. Valdemar l’orrore sta tutto nell’inevitabile domanda che il lettore alla fine si pone: Valdemar ha davvero esplorato il mondo della morte sotto l’influenza del mesmerismo? Insomma, Poe non terrorizza per immagini, ma inquieta e angoscia per atmosfere.

    Per dire, uguale fa Lovecraft, che non a caso è un grande amante di Poe. E anche in Lovecraft l’orrore non è nel BUH! dell’immagine sanguinolenta quanto piuttosto nelle domande che il lettore inevitabilmente si pone alla fine del racconto.

    Questo comunque non vuol dire che alcuni racconti (sia di Poe che di Lovecraft) non siano effettivamente un marone da leggere, ma purtroppo è il risvolto della medaglia di questo modo di intendere l’orrore.

    King, invece, mi pare riesca a riunire bene sia il terrore delle immagini sia le atmosfere di Poe e Lovecraft. Pet Sematary ne è un ottimo esempio e così pure, ma che lo dico a fare, It.

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    1. Non ho mai letto nulla di Lovecraft, però mi ricordo delle pagine di critica letteraria che mettevano in evidenza delle differenze ben precise con Poe, sottolineando il fatto che il terrore di questo è soprattutto di tipo metafisico, perché scaturisce dall’interno dell’uomo (la paura della morte, i fantasmi mentali, il senso di colpa, lo squilibrio psichico), mentre il terrore di Lovecraft è di tipo materialista perché innescato da qualcosa di esterno all’uomo, da qualcosa di effettivo che proviene dall’ambiente. Insomma, da quel poco che ricordo dicevano che Lovecraft tende a mettere in campo soprattutto il mostro, il demone o altre creature soprannaturali che tormentano i personaggi fino a farli impazzire (spesso attraverso i sogni), mentre Poe tende a tirare fuori il mostro (e l’annessa follia) dalla psiche stessa dei protagonisti dei suoi racconti… Avrei comunque bisogno di leggere qualche racconto di Lovecraft per capire meglio le eventuali similitudini e differenze con Poe. Per quanto riguarda King, confesso che non ho ancora letto nulla di questo autore… magari proverò il primo libro che hai citato 😉

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      1. Ah no certo, la similitudine Poe-Lovecraft non si estende a tutto il modo di intendere l’orrore! Come dicevo su, semplicemente, entrambi si concentrano non sulla scena terrificante ma sull’atmosfera angosciosa.

        Comunque l’idea dell’indice delle letture è ottima, mi sa che te la rubo 😛

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