Le catilinarie

Le Catilinarie, Amélie Nothomb, Le Fenici Tascabili, 2009, 133 p.
Le Catilinarie, Amélie Nothomb, Le Fenici Tascabili, 2009, 133 p.

La scrittura di Amélie sfugge da qualsiasi tentativo di classificazione: è nello stesso tempo intelligente e dissacrante, inquietante e divertente, realistica e paradossale, oltre che immancabilmente fluida e piacevole nella sua valenza espressiva. I suoi libri si bevono tutti d’un fiato, anche quelli meno belli, perché sono densi di situazioni bizzarre e imprevedibili.

E’ sorprendente la capacità di questa autrice di scavare nell’irrazionale umano fino a scovarci un lampo, un’immagine, un segno, che poi sviluppa in modo implacabile (e con sguardo impietoso) fino alle più estreme conseguenze. Impossibile accostare o paragonare il suo stile a quello di un altro scrittore o ad un genere letterario ben definito. I suoi parti letterari, che spesso racchiudono tracce autobiografiche più o meno evidenti (come in Metafisica dei tubi, Sussurri e tremori, Biografia della fame, che consiglio di leggere per scoprire l’universo interiore di questa brava autrice), sono quasi sempre inconcepibili, sconcertanti, con situazioni spinte al limite del grottesco o condite da finali esplosivi.

Il titolo di questo romanzo richiama alla mente le celebri orazioni di Cicerone contro Catilina, tenute in seguito alla scoperta e alla repressione della famosa congiura che aveva cercato di minare l’ordine repubblicano. Chi ha studiato il latino forse ricorda l’incipit: “Quo usque tandem abutere, Catilina, patientia nostra?” Che tradotto significa: “Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza?” E probabilmente la scrittrice ha tratto spunto narrativo proprio da questa domanda retorica, visto che il personaggio più ingombrante del romanzo è un dannato rompiscatole, che abusa dell’altrui pazienza fino ai limiti estremi. Oppure la catilinaria è quella che imbastisce la vittima dello scocciatore verso la fine del romanzo, quando cerca, con una lunga oratoria farcita di elaborate riflessioni filosofiche, di convincere il guastafeste a togliersi definitivamente di mezzo. Chissà… a ogni lettore il piacere di scovarci eventuali collegamenti, se veramente esistono.

La storia, curiosa e inquietante, a tratti perfino divertente, narra di una coppia di anziani coniugi che si ritirano in campagna per godersi la pace della terza età, nella loro casetta nuova, circondati da una perfetta quiete e solitudine. Tutto procederebbe secondo i canoni di una seconda luna di miele se, all’improvviso, la loro meravigliosa armonia non venisse turbata da una presenza inquietante e ingombrante: quella di un enigmatico vicino di casa che si prende la libertà di autoinvitarsi nella loro abitazione ogni giorno, sempre alla stessa ora. Un vicino che ogni volta bussa alla porta ed entra senza chiedere permesso, per poi piazzarsi con la sua pesante mole in una poltrona del salotto, come fosse la cosa più scontata e naturale del mondo. Un vicino ombroso e silenzioso che in sostanza occupa solo spazio, visto che non dice mai nulla e risponde a  monosillabi, addirittura con aria seccata, alle domande che gli vengono rivolte. Una specie di vegetale imperturbabile, insensibile a qualsiasi tentativo di approccio gentile, in cui l’ostinato rifiuto di stabilire un dialogo fa da assurdo contraltare alla sua testardaggine nel voler rimanere seduto nel salotto dell’anziana coppia. I coniugi  inizialmente subiscono con pazienza questa strana intrusione, anche perché troppo educati per non aprirgli la porta o per cacciarlo via, finché un giorno, giunti al limite di ogni sopportazione, dopo mille dilemmi e ripensamenti, trovano finalmente il coraggio di reagire…

Giunta a questo punto non procedo oltre, rischierei di rovinare il piacere della scoperta. Aggiungo solo che l’animo umano, così come lo tratteggia questa graffiante scrittrice, appare quasi sempre malato, contradditorio, intaccato da pecche profonde. La mostruosità fisica (che la Nothomb descrive fin nei minimi particolari, quasi volesse fartela vedere se non perfino toccare) può alla fine rivelarsi innocua, mentre l’apparente mitezza può nascondere la ferocia del lupo. Grettezza, degradazione, abnormità, inganni, precarietà emotiva, vicende al limite del surreale sono gli ingredienti ricorrenti dei suoi romanzi, con i quali ha riscosso successi editoriali in tutto il mondo.

4 pensieri su “Le catilinarie

  1. Quando si scrive di Amélie è impossibile non abbondare di aggettivi contrastanti o trattenere immagini e suggestioni. I suoi romanzi sono piccoli capolavori in cui ogni scarto dal luogo comune ci apre nuovi mondi, spesso decisamente inquietanti. Semplicemente una penna geniale.

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    1. Non potevi trovare parole più adatte per definirla 😉 Le sue storie sembrano leggere e divertenti, ma in realtà celano un’indagine a tutto campo della psiche umana. Amèlie, tra una battuta sarcastica e l’altra, cava veramente fuori l’anima ai suoi personaggi, la rivolta come un calzino. Ironica e irriverente anche quando parla di se stessa, come solo le persone intelligenti sanno fare…

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      1. Anch’io l’adoro, nel senso letterale del termine 😉 Penso però che Amélie non sia pane per tutti i denti… per apprezzarla in pieno bisogna anche lasciarsi catturare dal flusso intricato e bizzarro delle sue storie, senza porre alcuna resistenza. Bisogna amare l’ironia demistificatoria, anche quella feroce.

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