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Bàrnabo delle montagne, Dino Buzzati, Oscar Mondadori

Bàrnabo delle montagne, Dino Buzzati, Mondadori, 2013, 98 p.

Una storia che ruota attorno al senso di colpa, al rimorso e alla vergogna, scritta in modo semplice e con frasi corte, con uno stile ancora acerbo rispetto alle opere successive. Però piacevole da leggere, toccante e a suo modo trascinante, anche se manca ancora quel fantastico che caratterizzerà le opere successive di Buzzati. Una storia quindi meno fantasiosa ma forse più credibile, più vera, dove prende forma quella tematica dell’attesa che poi esploderà nel famoso deserto. Quella che traspare in queste pagine è un genere di aspettativa ancora ben lontana da qualsiasi estremizzazione, ma già capace di esprimere con efficacia gli stati d’animo del protagonista. C’è l’attesa dei briganti e del ritorno alle montagne, poi l’attesa del riscatto, del recupero della propria dignità. Il ritmo della narrazione è volutamente lento, scandito dalle ore di cammino lungo sentieri impervi, esasperato dal silenzio delle cime innevate o avvolte dalla nebbia. Con questo libro si entra proprio in un’altra dimensione, fatta di fatica, isolamento e continua sospensione, dove non esistono confini se non quelli che ognuno può riconoscere dentro se stesso.

Bàrnabo è un giovane guardaboschi che presta servizio in una squadra di presidio sulle Alpi bellunesi, con il compito di sorvegliare una vecchia polveriera per difenderla dagli assalti dei briganti. Dopo l’uccisione del vecchio caposquadra da parte di questi, Bàrnabo e i suoi compagni si mettono in allerta per prevenire nuove incursioni. Ma da questo momento sarà la paura a decidere la sorte di ogni cosa. Durante un turno di guardia, dopo essersi allontanato per un attimo, Bàrnabo assiste di nascosto all’assalto dei briganti e al ferimento di un amico, senza trovare il coraggio di intervenire. Non servono poi a nulla le giustificazioni che tenta di imbastire davanti a se stesso e ai compagni, ormai il danno è fatto e gli costerà un trasferimento in campagna, una sorta di lungo esilio esasperato da un senso di vergogna che non trova pace. Bàrnabo è costretto a rinunciare ai silenzi implacabili e alle sterminate grandezze delle sue montagne,  deve dimenticare il soffio del vento, il morso del freddo, il fascino del buio, il rumore dei sassi che rotolano nei ghiaioni… e non esiste per lui punizione più dura di questa. Trascorre alcuni anni nel tedio più totale, nella ripetitività di una vita che non sente propria, fino a quando un bel giorno arriva una lettera che gli riaccende la speranza di un ritorno al passato…

Non so perché, ma mi sono sentita toccata nel profondo dalla figura di questo giovane uomo, fragile e determinato nello stesso momento, dominato sia dal timore che dalla speranza, così profondamente “umano” con tutti i suoi difetti. Un uomo che, durante il viaggio di distacco dalle amate montagne, arriverà al punto di riaprire una vecchia ferita pur di mantenere vivo il ricordo di quel che è stato:

 Persino alla sua ferita al pollice si è affezionato; erano state le rocce della cresta a fargli male. Egli guarda attentamente il taglio già rimarginato e secco. Peccato se quel segno scomparisse troppo presto. Perciò egli apre i due margini, tira di fianco la pelle, fa uscire ancora qualche goccia di sangue. Proprio come due giorni prima, sotto i grandi roccioni della Cima della Polveriera. Gli sembra, rinnovando il male, di tornare indietro, di respingere il tempo, d’essere ancora quello di prima, Bàrnabo vittorioso che tornava dalla vetta sconosciuta.

Come se il dolore fosse l’unico modo per mantenere vivo il ricordo della vita sulle montagne, come se fosse l’unica possibilità di riaccendere un’esistenza ormai quasi spenta. Un altro elemento di contatto con il passato è un corvo, che il giovane aveva qualche tempo prima soccorso e salvato. Un corvo che poi l’ha seguito lungo la strada dell’esilio, con sguardo amichevole e riconoscente, e che lo abbandonerà solo nel momento in cui il passato tornerà a far capolino da dietro la porta. Un passato che ogni volta rinnova un senso di dolore, di perdita e di vergogna, ma che questa volta è necessario affrontare.

Impossibile aggiungere altro su questo breve romanzo; per apprezzarlo bisogna proprio immergersi nel paesaggio imponente delle montagne rocciose e nello stato d’animo di Bàrnabo, camminare e soffrire accanto a lui, per poi lasciarsi trasportare verso un finale  liberatorio, confortante, tutto da scoprire e gustare.

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