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Trilogia_Auster

Trilogia di New York, Paul Auster, ET Einaudi, 1998, 314 p.

Tre racconti all’insegna del più tipico stile austeriano, con circostanze e fatti casuali che danno origine a situazioni strane e complicate. Si potrebbero definire delle detective stories, anche se nel senso non convenzionale del termine, collegate tra loro da alcuni temi ricorrenti quali la solitudine, la scrittura, la memoria, il senso di mancanza o incompiutezza, la doppia o tripla identità.

Nelle prime due storie ci troviamo alle prese con qualcuno che deve spiare e tallonare qualcun altro, con l’incarico di raccogliere qualsiasi informazione utile. Una situazione che potrebbe sembrare banale ma che non lo è affatto, perché quando i personaggi di Auster iniziano a scavare nel passato della persona che stanno inseguendo si ritrovano ben presto invischiati nel proprio passato, spesso con un ribaltamento di ruolo tra pedinatore e pedinato che lascia il lettore di stucco. Nella ricerca dell’altro si nasconde infatti la ricerca di sé stessi, che scatta proprio nel momento in cui l’esistenza ha raggiunto un limite di situazioni troppo statiche, vuote, infruttifere. Questo è quello che succede, ad esempio, allo scrittore Daniel Quinn, il personaggio principale di Città di vetro, che in seguito ad una telefonata inaspettata causata da un errore decide di accettare un incarico fingendosi un altro, per poi accanirsi in un pedinamento tanto incalzante quanto ossessivo. Un inseguimento in cui Quinn si butta anima e corpo e che assume ben presto la forma di un’indagine interiore, visto che tra una difficoltà e l’altra viene assalito dai ricordi di un trascorso doloroso e dalla sensazione di una vita mal spesa. A questo punto perdere la bussola è un attimo, complici alcune strane coincidenze che ingarbugliano ancora di più le cose. Il recupero psichico dovrà per forza passare attraverso l’esperienza della disgregazione e della solitudine, per poi forse approdare a una nuova consapevolezza raggiunta tramite la scrittura.

Bello anche il secondo racconto, intitolato Fantasmi, dove un tizio viene assoldato da un altro tizio per spiare un altro tizio ancora. Insomma, c’è questo Blue che deve controllare da una finestra tutti i movimenti di un certo Black nella casa antistante, scrivendo ogni volta un rapporto dettagliato che deve spedire ad un fantomatico White. Passano però diversi mesi senza che succeda nulla di significativo, al punto che Blue comincia a sentirsi come uno che brancola nel buio alla ricerca di un interruttore che non esiste, prigioniero dell’incarico stesso, intrappolato nell’inerzia più insopportabile. Timori, dubbi e sospetti si accavallano nella sua mente, finché arriva il giorno in cui decide di avvicinarsi al sorvegliato speciale… Una trama che per alcuni versi appare improbabile, ma che in realtà è sintomatica del malessere che investe l’uomo moderno nel momento in cui deve affrontare i propri fantasmi interiori, perché quando una persona spia un’altra è come se in realtà osservasse la propria immagine riflessa in uno specchio, con tutte le conseguenze che ne derivano.

Ogni storia va quindi a toccare le corde della solitudine, della crisi d’identità e dell’analisi intima, che evidentemente per Auster sono presupposti fondamentali per l’atto dello scrivere. L’intera trilogia, in effetti, si potrebbe intendere come un percorso sofferto di autoconoscenza che deve necessariamente passare attraverso l’esperienza della scrittura, visto che il personaggio di turno si cimenta prima o poi con l’atto dello scrivere, da quello più semplice di annotare appunti su un taccuino a quello più complesso di assemblare delle opere letterarie. Come accade ad esempio nell’ultimo romanzo, La stanza chiusa, dove uno scrittore frustrato si immedesima un po’ alla volta nella vita, nella personalità e nell’impresa creativa di un amico d’infanzia scomparso, che era stato a sua volta scrittore però di talento. Queste sono pagine dove affiora in modo ancora più evidente la tematica del doppio, e dove ancora una volta andare verso l’altro vuol dire andare verso se stessi.

Ho trovato interessante il processo di dolore, discesa e successiva rinascita che caratterizza tutta l’opera, valorizzato da un tocco di ambiguità che ha l’effetto di creare la giusta tensione. Bello anche il finale lasciato sempre aperto, che fa intuire ulteriori possibilità conferendo però al lettore il compito di immaginarsele. Ogni tanto il flusso narrativo viene rallentato da qualche digressione di troppo, ma in ogni caso Auster è stato molto bravo nell’illustrare lo smarrimento dei suoi personaggi, oltre che nel descriverne le dinamiche e le varie collocazioni ambientali. Quando Quinn, in uno dei momenti più estremi del suo vagabondaggio, arriva al punto di rimanere sdraiato per giorni tra i bidoni dell’immondizia per scrutare il luccichio delle stelle o i movimenti delle nuvole in uno spicchio di cielo, ti sembra quasi di stargli accanto, ti sembra di osservare l’alternarsi di albe e crepuscoli insieme a lui.

Un’analisi interessante del libro la trovate anche nel blog di Athenae Noctua e in quello di La Lettrice Rampante.

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