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Suttree, Cormac McCarthy, ET Einaudi, 2011, 560 p.

Suttree, Cormac McCarthy, ET Einaudi, 2011, 560 p.

Non sempre i grandi romanzi devono avere una direzione specifica, a volte raccontano solo una storia senza la pretesa di trasmettere chissà quale messaggio. Così accade in questo libro, dove le vicende si susseguono senza approdare da nessuna parte, dove manca un fulcro di interesse, una meta da conseguire, un nodo da sciogliere o un segreto da svelare. Una lettura molto corposa, ricca di descrizioni e carente di colpi di scena, dove accade di tutto anche quando sembra non accadere nulla, ma per capirlo bisogna lasciarsi catturare dal flusso lento e vischioso della vicenda senza volerci scovare a tutti i costi un nesso logico, un significato profondo. L’unico messaggio, se proprio ne dobbiamo scovare uno, è che ogni uomo ha in mano il timone del proprio destino, sia quando naviga in acque tranquille che quando affronta cascate impervie.

Per chi già conosce il talento di McCarthy questo è un romanzo veramente imperdibile, anche se in parte diverso dal resto della sua produzione. I contenuti sono sempre drammatici e universali e la storia è per molti aspetti cruda, ma siamo ben lontani dalla durezza e dalla brutalità insensata che caratterizzano “Meridiano di sangue” e “Non è un paese per vecchi”. In Suttree affiorano addirittura piccoli sprazzi di umorismo, soprattutto nella descrizione di alcuni tratti fisici o intemperanze umane, anche se ogni cosa avviene sempre all’interno di una cornice desolata che neppure l’ironia riesce a stemperare del tutto.

Il romanzo è una finestra aperta sulla vita degradata che si svolge al di là delle metropoli nell’America degli anni ’50, nelle periferie delle campagne e delle baraccopoli ai margini dei fiumi. Il protagonista principale è Cornelius Suttree, detto Buddy, che abita su una casa galleggiante a Knoxville, lungo il fiume Tennessee, sopravvivendo con i scarsi proventi della pesca. Un personaggio che per certi versi affascina e per altri irrita: non ha uno scopo nella vita, passa le giornate a bere, a ciondolare, a frequentare personaggi poco raccomandabili, limitandosi a strisciare nel lerciume dei luoghi che attraversa. Una vita che appare come una rassegnazione al pantano d’indigenza che imbratta ogni scenario. Eppure la sofferenza c’è, anche se ben camuffata nel profondo dell’animo, anche se avvolta in una nebbia di oblio e apatica indifferenza. Un dolore esistenziale che esplode nei momenti più estremi, come una lava vulcanica che tutto travolge e trascina. Ed è in questi momenti che Suttree tocca il fondo per poi riemergere, alla stregua di un’araba fenice, dalle esperienze più insensate e degradanti.

Bisogna dire che pochi scrittori sono in grado di proiettare il lettore in un’atmosfera così squallida e angosciante, facendogli  quasi sentire l’odore della sporcizia che emerge da ogni anfratto. McCarthy ci permette di osservare Suttree mentre impigrisce al sole, sdraiato sulle assi della sua casa fatiscente e traballante, o mentre getta la lenza nelle onde torbide del fiume, pescando carpe imbrattate di scorie e liquami scuri. Poi ci invita a seguirlo negli ambienti sporchi e corrotti di periferia, dove incontra amici balordi e scapestrati: ubriaconi, piccoli delinquenti, prostitute, rifiuti della società. E noi ci ritroviamo a biasimarlo quando si abbandona spudoratamente all’alcool fino a vomitare l’anima, a detestarlo quando si lascia coinvolgere in risse da bar per poi finire con le ossa pestate o in galera, ma anche ad apprezzarlo quando osserva con sguardo rapito le varie forme della natura o quando dimostra un interesse sincero per un altro emarginato. Suttree non giudica nessuno e non è mosso da calcoli opportunistici, però rimane un personaggio debole e inconcludente, che nonostante gli effetti tragici di ogni sbornia ricade sempre negli stessi errori. La sua appare come una storia senza prese di coscienza, senza scatti evolutivi, senza propositi per il futuro. Un outsider che  sopravvive alla giornata, pescando non solo carpe ma anche relitti umani: brandelli di vita votati alla nullità o segnati da sregolatezze di ogni tipo, che ogni volta gli si attaccano addosso per trascinarlo nelle acque più infide dell’esistenza.

In tale contesto spicca per verve e spirito d’iniziativa Gene Harrogate, un ragazzotto bizzarro e sprovveduto che Suttree ha conosciuto in prigione. Gene è uno spirito libero alla Tom Sawyer ma senza l’adeguata intelligenza, sempre indaffarato a procurarsi soldi con mezzi ridicoli che si rivelano ogni volta inefficaci. Eppure lui si ostina, come se solo attraverso l’insensatezza potesse trovare una scappatoia da tanta miseria. Harrogate è forse il vero protagonista del romanzo, quello a cui il lettore strizza un occhio con simpatia. Ma sul palcoscenico di questo inferno dantesco sfilano anche straccivendoli, sfasciacarrozze, predicatori di strada, pescatori di molluschi, vecchie megere, ubriaconi e altra variegata umanità. E lo scrittore è veramente bravo nel seguire con occhio indulgente e penna inesausta tutti questi personaggi stralunati, alterati e macilenti, quasi fosse uno studioso di sociologia dell’emarginazione.

Vorrei aggiungere due parole anche sulla prosa di McCarthy, una prosa immaginifica e potente che fa un ampio uso di metafore sia nell’esaltare che nel degradare contesti, persone e paesaggi. Le sue similitudini talvolta accentuano il senso di ribrezzo e disgusto, altre volte incantano con passaggi che sfiorano le vette più alte dell’ars poetica. Sembra quasi che lo scrittore riesca a “pensare per immagini”, curando con minuzia ogni sfumatura cromatica. E chi legge le sue pagine queste immagini le vede veramente apparire davanti a sé: nitide, vitali, quasi in movimento. Insomma, il potere della fantasia si combina con l’abilità narrativa per dar forma a valenze simboliche che acquistano contorni quasi materiali, visibilmente palpabili.

Come ad esempio in questo passo:

Nelle acque vorticose e buie le luci del ponte tremavano come supplicanti incatenati e in fiamme, mentre lungo la sponda una nebbia grigia avanzava sui campi di carice color cenere rovistando tra le abitazioni.

O come in quest’altro:

Quando Suttree ritrovò il fiume, era ridotto a un braccio morto gonfio di cale e pantani dove limo e schiuma offuscavano i contorni di barattoli e bottiglie galleggianti e vecchie lampadine sbirciavano come grandi occhi vuoti dai relitti che si sollevavano lenti.

Intense anche le caratterizzazioni dei personaggi, come ad esempio quella del vecchio cenciaiolo che quando:

… riemergeva a fatica dal mucchio di coperte e lenzuola fetide in cui era sepolto per dormire sembrava una candela liquefatta.

O quella della strega nera,

una vecchia gobba che se ne andava cupa e ricurva nella sua informe tunica di iuta tinta di un nero opaco con legno di campeccio e mordente di scotano. Le mani da ragno che stringono uno scialle di lana d’agnello morto.

Rischio di ripetermi, ma mi preme ribadire che McCarthy ha veramente la capacità più unica che rara di descrivere le situazioni più brutali e sgradevoli con una prosa di alto livello, sempre accurata e perfetta, che non sfiora mai la banalità. Provate a leggere un suo libro e vi renderete subito conto di quanto sia difficile trovarvi dentro un dialogo banale o una descrizione mediocre. La sua è una lingua ricercata quasi di altri tempi, ma nello stesso tempo piacevole e avvincente, con termini e aggettivi di uso non comune (andana, fitolacca, princisbecco, argironeta, solo per fare qualche esempio).

Le vicende narrate possono essere dolci come una carezza o dure come un pugno nello stomaco, ma se da una parte costringono il lettore a visualizzare scene cariche di violenza, dall’altra lo premiano con paragrafi di meraviglioso lirismo. Ad esempio, se il cruento abbattimento di un maiale ci lascia letteralmente sconcertati, indecisi tra il sorriso per la goffaggine di Harrogate o il sussulto per una scena così raccapricciante (pag.164-166), il ritiro di Suttree sulle montagne, per quanto drammatico, ci regala invece momenti di struggente sintonia con la natura (pag.337-342); ed è di quest’ultimo che voglio regalarvi un passo per terminare l’articolo con un po’ di dolcezza:

Fece un fuoco al riparo di una cengia e guardò un temporale assediare la valle sottostante, frastagliate incandescenze di lampi che vibravano nel crepuscolo come scariche elettriche nell’antro di qualche scienziato pazzo. Cadde la pioggia, caddero le foglie, oblique e furiose, una tempesta d’argento che soffiava dalle gronde del mondo. (……) Suttree si stupì di trovare ancora piccoli fiori nei boschi. Si perse in mute disamine sopra la trama delicata del muschio. Licheni anelliformi di un verde acceso che si spandevano sulla roccia come minuscoli vulcani di giada.

É interessante notare come da un mondo così tetro e senza luce possa emergere tanta poesia. Un alternarsi di paradiso e inferno, talvolta collegati tra loro da un sottile filo di ironia. Non per niente Harold Bloom, uno dei più influenti critici letterari statunitensi, ha collocato McCarthy tra i magnifici quattro della narrativa stelle e strisce contemporanea (gli altri sono Thomas Pynchon, Don DeLillo e Philip Roth).

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