Pedro Salinas, non solo amore…

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E improvvisa, inattesa,
fortuita, l’allegria.
Da sola, perché volle,
è venuta. Così verticale,
così grazia insperata,
così dono a sorpresa,
che non posso credere
che sia per me.
Mi guardo intorno,
cerco. Di chi sarà?
Sarà di quell’isola
sfuggita dall’atlante,
che mi è passata accanto
vestita da ragazza,
con spume al collo,
abito verde e un grande
spruzzo di avventure?
Non sarà forse caduta
a un tre, a un nove, a un cinque
di questo agosto che inizia?
Oppure è quella che ho visto tremare
di là dalla speranza,
nel fondo di una voce
che mi diceva: «No»?

Ma non importa, ormai.
Sta con me, mi trascina.
Mi sradica dal dubbio.
Sorride, possibile;
prende forma di baci,
di braccia, verso me;
finge d’essere mia.
Andrò, andrò con lei
ad amarci, a vivere
tremando di futuro,
a sentirla veloce,
secondi, secoli, eternità,
niente. E l’amerò
tanto, che quando verrà
qualcuno
– e non lo si vedrà,
non si potranno udire i suoi
passi – a richiederla
(è il suo padrone, era sua),
quando la condurranno,
docile, al suo destino,
lei si volterà indietro
a guardarmi. E vedrò
che ora è mia, finalmente.
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Notturni, Kazuo Ishiguro

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kazuo1E’ il mio primo incontro con lo scrittore anglo-giapponese. Mi è piaciuto? Non posso dirlo con estrema certezza, anche perché non basta leggere qualche racconto (nella fattispecie soltanto cinque) per arrivare subito ad una conclusione. Posso comunque affermare di averlo trovato interessante, in particolare per due aspetti. Innanzitutto per la scrittura nitida e scorrevole, capace di evocare suggestioni e di fare rimandi senza per questo apparire dispersiva o noiosa. Poi per la scelta originale di utilizzare la musica come filo conduttore delle storie; musica rappresentata di volta in volta dagli stessi personaggi, che rivestono per l’occasione i panni di cantanti, saxofonisti, violoncellisti e via dicendo, oppure citata attraverso i brani di famosi artisti del passato.
Nel primo racconto, giusto per rendere l’idea, l’io narrante è un chitarrista che suona nelle orchestrine di piazza San Marco, e la musica fin da subito evocata è quella di Diango Reinhardt e Joe Pass. E dopo qualche pagina, quando il giovane musicista accetta di affiancare un cantante americano nel corso di una serenata, sono le canzoni della vecchia Broadway, quelle cantante ai tempi d’oro da Chet Baker e Frank Sinatra, che si levano nell’aria tra i canali veneziani.
La scelta della musica come tematica di fondo nasce da un’antica passione di Ishiguro, che infatti fin da ragazzo si cimentava con la chitarra e il pianoforte sognando di diventare un cantautore, alla maniera di Bob Dylan o Leonard Cohen. Forse è una fortuna (per lui, ma anche per i numerosi fan) che abbia dirottato sulla narrativa, visto il successo riscosso negli ultimi anni. La musica gli è comunque rimasta così radicata nel DNA da costituire ancora oggi fonte d’ispirazione. Come ha spiegato lui stesso in un’intervista rilasciata a Repubblica, l’idea per queste short-stories cominciò a prendere forma dopo aver composto dei brani per musica jazz, che gli erano stati commissionati dalla cantante americana Stacey Kent: «… lo stile è lo stesso, come confluito da un territorio all’ altro: leggerezza, parsimonia di parole, significato che si cela tra le righe, bando all’ autobiografia e alla prosa ricercata. Nelle canzoni si lavora in sottrazione, delegando alla musica gli aspetti emozionali. Così nel flusso dei racconti, dove il significato respira tra le righe».

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Parliamo di letture. Fatte, da fare o mai concluse…

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Come sempre accade, mi trovo in prossimità dell’anno nuovo con l’intenzione di leggere una sfilza di libri che poi immancabilmente, per un motivo o per l’altro, so già che non rispetterò del tutto, o perché strada facendo vengo man mano attratta da altre proposte, che mi si parano davanti nei modi più curiosi e inaspettati, o perché l’autore e/o il genere che tanto mi martellava nella testa di punto in bianco non mi acchiappa più, e a nulla vale allungare la mano verso la copertina se sento ogni volta l’impulso di ritirarla. Chissà, saranno moti imperscrutabili da imputare al sottosuolo, tanto per adottare un termine dostoevskijano. In ogni caso, visto che a dispetto della dura razionalità capricorniana mi lascio spesso e volentieri guidare dall’istinto (colpa di Saturno in Pesci, che nel mio tema natale forma un trigono con Nettuno rendendomi più sensibile e percettiva), da un pezzo ho rinunciato a capire il senso di questa volubilità letteraria, finendo in tal modo con l’assecondarla più che frenarla… Tutto questo per spiegare che quelli esposti nella foto, in bella mostra come fossero teatranti in attesa dell’applauso, sono sì i libri che mi sono prefissata di leggere nei prossimi dodici mesi, ma come ora lo dico nello stesso tempo lo smentisco, per non fare poi di nuovo la figura di quella che blatera a vanvera. Se infatti torno con un balzo virtuale a un post di due anni fa, devo vergognosamente ammettere di non aver letto ben sei dei libri che mi ero prefissata, tra cui Roth, Borges, Murakami e Proust, che vanno quindi a rimpinguare l’attuale wishlist (ma anche no, visto che niente e nessuno mi costringe a leggerli). Nel compenso, però, in questi ultimi tempi mi sono gustata la narrativa di Màrai, Barnes, Hemingway, Munro, Gadda, Flannery O’Connor, Steinbeck, e tanta ottima poesia, da Tjutčev a Salinas, da Plath a Szymborska, e ditemi voi se è poco. Vedremo se nel 2017 sarò più ligia ai propositi iniziali o se mi farò di nuovo sviare – piacevolmente sviare – da altre lusinghe, da tentazioni inattese e irresistibili. Del resto le liste di inizio anno vengono anche stilate per avere poi il piacere di trasgredirle, siete d’accordo? 😉

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Loro sì che si divertono…

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Ange au sourire ou Ange de Saint Nicaise. Cathédrale de Reims.

No, forse sono solo distratti. Oppure fanno apposta, come quando un maestro smette di intervenire affinché l’allievo impari da solo la lezione. A costo di cadere, a costo di sbagliare più volte. Fatto sta che se la devono passare proprio bene lassù, sopra le nuvole, per non degnarsi di gettare un po’ più spesso un’occhiata di sotto. Me li immagino mentre giocano a briscola sorseggiando un caffè, forse suggestionata da un certo tipo di pubblicità… Ho comunque il sospetto che qualcuno trinchi alla grande, perché pazienza non accorgersi di quisquilie come incidenti, furti, assassinii e via dicendo, ma quando si tratta di scordare le chiavi di casa, di spezzarsi un’unghia o di lasciare il pentolino col latte sul fuoco, potrebbero anche non battere troppo la fiacca, vi pare? A questo punto viene giusto da chiedersi, come ha fatto tra il serio e il faceto Szymborska, se addirittura se la spassino alle nostre spalle. Del resto, che ne sappiamo noi? Il dubbio è più che legittimo. Magari ci hanno preso gusto ad assistere alle nostre carambolate, più spesso ridicole che pietose, ed è per questo, forse proprio per questo, che se ne stanno comodamente seduti lassù, sopra nuvole di panna montata, senza muovere un dito, o meglio senza sbattere una piuma d’ala.

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Elogio della tenerezza

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Potrebbe la tenerezza salvare il mondo? Qualcuno, se non ricordo male un principe di nome Myškin, era convinto che la bellezza avrebbe potuto salvare il mondo, non so bene con quali motivazioni alla base perché il libro devo ancora leggerlo ma sospetto fossero di natura etica, spirituale… Senz’altro la bellezza, che sia quella di un’imponente cattedrale o di un firmamento puntellato di stelle, di un’automobile fiammeggiante o di un perfetto fondoschiena, difficilmente lascia indifferenti, ma se poi non è in grado di generare un sentimento più profondo si fa anche dimenticare in fretta. La bellezza capace invece di emozionare, di suscitare cuore e palpito – cosa che a me capita facilmente al cospetto di una notte stellata, mentre di fronte a un sedere mi viene giusto da ridere – può avere un impatto notevole sul nostro carattere, sulla nostra visione del mondo e della vita, e più spesso di quanto si creda anche un effetto antidepressivo.
Sono convinta anch’io, come molti del resto, che la vera bellezza non dipenda affatto dalle forme esteriori, checché se ne dica in questa società odierna così legata all’esaltazione dell’immagine, ma che scaturisca dall’irradiazione dell’essere, ossia dalla capacità intrinseca di suscitare emozione, interesse e coinvolgimento negli altri. Personalmente credo che in molti casi sia proprio la tenerezza a fare la differenza. Spesso il bello esige solo ammirazione e ha bisogno di un piedistallo; il tenero suscita invece sentimento e fa nascere il desiderio di un contatto fisico, di un abbraccio, una carezza. In qualche modo riesce a scioglierci dentro e ci invita ad abbandonare ogni resistenza. E quando ciò che è bello si combina con ciò che è tenero l’effetto può essere addirittura prorompente, a meno che non si abbiano valvole d’acciaio al posto del cuore.

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It’s wonderful

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Una voce unica, inimitabile, che scivola roca e nebbiosa tra le note jazz, profonda e fluida nello stesso tempo… Come lo si potrebbe definire Paolo Conte? Un cantastorie colto e raffinato, capace di evocare in modo suggestivo ambienti, paesaggi, persone e sentimenti reali o semplicemente sognati. Un abile polistrumentista, in continuo equilibrio tra jazz, swing, musical e ragtime, ma lontano da ogni rigida classificazione. Un paroliere ironico e disincantato, capace di essere originale e innovativo nella sua veste classica d’altri tempi. Un poeta della musica, sebbene egli preferisca definirsi, in modo più umile e semplice, un artigiano della musica.
Vi propongo un brano riascoltato di recente, un foxtrot da camera che risale al 1982, inserito nell’album “Appunti di Viaggio” e ispirato a uno dei pionieri del ciclismo italiano, Giovanni Gerbi, sopranominato all’epoca Diavolo Rosso (siamo agli albori del ‘900), probabilmente per una maglia di quel colore che indossava spesso o forse, come vuole la leggenda, per un’improvvisa intrusione con la bicicletta nel bel mezzo di una processione religiosa durante una corsa, con conseguente spavento del parroco e dei fedeli. Straordinaria l’esibizione live di Conte (e di tutti i musicisti che l’accompagnano) nel video che segue:

Non potevo rinunciare a chiudere questo breve post con una delle più belle canzoni di sempre, incisa nel 1981 e inserita nell’album “Paris Milonga”; un brano che ormai è un classico, intramontabile come il suo stesso autore. Una di quelle canzoni che, almeno per quanto mi riguarda, non smetterei mai di ascoltare…