Fabrizio Moro, tra critica sociale e poesia

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Chi mi conosce sa già che in questo blog non parlo solo di libri, a dispetto del nome che gli ho dato, ma svincolo ogni tanto nel campo della musica, delle canzoni. Non perché me ne intenda, tutt’altro, ma per il semplice piacere di condividere qualcosa di bello che ho scoperto di recente o recuperato dal passato. Sono post un po’ così, scritti sull’onda emotiva del momento e che non hanno la pretesa di risultare impeccabili.
Da qualche giorno, ad esempio, sto ascoltando Fabrizio Moro, un cantautore che sembra distinguersi per la qualità dei testi e per la voce un po’ graffiante. Come al solito, vivendo in un mondo a parte, arrivo sempre tardi a questo genere di scoperte, deliziandomi per cose che magari (anzi sicuramente) sono già note ai più. Diversi anni fa, a dire il vero, avevo sentito una sua canzone che parlava di mafia (“Pensa”, del 2007, dedicata alla figure di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino), ma poi l’avevo archiviata lì, in un angolo della mente, senza procedere oltre con le indagini. Negli ultimi giorni l’ho invece ripescata dal web, andando poi alla ricerca di altri testi di questo artista, che via via apparivano sempre più interessanti. Beh, rispetto alle tante canzonette che vanno per la maggiore, di cui non cito titoli né autori perché manco le ascolto e quando capita che le ascolto me le dimentico anche in fretta, questi brani mi sembrano di un certo spessore per i temi trattati, e forse per questo risultano meno popolari rispetto a quelli di chi, giocando con frasi più scontate e banali, pensate per accontentare i gusti di tutti, si ritrova quasi sempre sulla cresta dell’onda.

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Dedicate alla montagna

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Antonia Pozzi non fu solo poetessa, ma anche alpinista. La montagna era per lei un’ascesa tanto reale quanto metaforica, come testimoniano le intense e vibranti liriche – a tratti quasi mistiche, senza avere l’intenzione di esserlo – dedicate alla Valsassina e alle alpi lecchesi, in particolare alla zona di Pasturo, che considerava luogo d’elezione per l’anima. Del resto in questi posti ci aveva trascorso fin dall’infanzia i periodi estivi con la famiglia, abbandonandosi a corse nei prati e perlustrazioni di sentieri che, tra boschi di aceri e abeti, la conducevano fino alle pendici della Grigna, dove si inerpicava alla scoperta di anfratti e rocce, alla ricerca di piante e fiori, di profumi e rumori (il vento, il tonfo dei sassi nei ruscelli, i versi degli animali), fino a provare uno stordimento che sfociava in puro pensiero, in libera fantasia, e che più avanti nel tempo sarebbe diventato parola interiorizzata e meditata, verso poetico.

Già a diciassette anni Antonia aveva dedicato alle vette una splendida poesia (qui la pagina dove poterla leggere), dopo una scalata sulle Dolomiti di Brenta con Oliviero Gaspari, nota guida alpina dell’epoca (si parla dell’agosto 1929). Ecco come descrive in una lettera, all’amatissima nonna “Nena” (Maria Gramignola, nipote dello scrittore Tommaso Grossi), questa sua esaltante esperienza, che verrà poi traslata nella poesia sopra linkata:

«[…] ho fatto la mia prima ascensione di roccia […] E, credi, la montagna è una palestra insuperabile per l’anima e per il corpo. Nel salire non si è che carne pieghevole e istinto felino aggrappati alla rupe pungente: a palmo a palmo, con l’arcuata tensione delle dita, con la piatta aderenza delle membra, si guadagna la roccia. E poi, in vetta, quando ti vedi intorno un anfiteatro di guglie e di ghiaccio, o, da una cengia esilissima, guardi, sotto lo strapiombo, affogata nella fluidità vertiginosa, la falda verde da cui balza il getto estatico di massi che hai conquistato, allora un’ebbrezza folle t’invade e l’adorazione selvaggia della tua fragilezza ardente che vince la materia. Eppure, là in alto, anche la materia, la colossale materia che ci attornia, non sembra inerte ed ostile, ma viva ed amica: e le guglie pallide non sembrano monti, ma anime di monti, irrigidite in volontà d’ascesa» (dal libro Ti scrivo dal mio vecchio tavolo, Lettere 1919-1938, edizioni Ancora, 2014).

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Questi sono i nomi

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Questi sono i nomi, Tommy Wieringa, Iperborea, 320 p

Il romanzo si alterna su due piani paralleli che alla fine convergono. Da una parte assistiamo all’odissea di un gruppo di profughi che si trascinano nelle lande desertiche della steppa, vittime di trafficanti che li hanno scaricati da un camion e abbandonati con l’inganno nella desolazione più totale. Il loro obiettivo era quello di oltrepassare la frontiera per dirigersi verso ovest, in modo da lasciarsi alle spalle le brutture di un passato degradante. In realtà si trovano a vagare in un punto non ben definito del territorio asiatico, alle prese con il vento, la sabbia, il freddo, e ben presto con la fame, la sete, la paura. Nessuna città a cui approdare, nessun segno di vita umana oltre la loro. Se di vita si può ancora parlare, in questo caso, dal momento che hanno corpi così smunti che è difficile immaginare che aspetto avrebbero con un po’ di carne intorno alle ossa. Con le scarpe a pezzi e gli abiti laceri, questi uomini-fantasma vanno incontro all’ignoto con uno sguardo già perso nel nulla, un nulla che si riconferma ad ogni passo che fanno.

Non sapevano più esattamente perché ogni mattina ricominciassero a muoversi; seguivano il sole in modo meccanico, come i girasoli. Come respiravano, così camminavano.
Bastava proseguire verso ovest, aveva detto l’uomo.
Ma era stato molto tempo prima.
(……)
I piedi si trascinavano nella sabbia, attraverso uno spazio sconfinato. Il paesaggio davanti a loro era identico a quello che si lasciavano alle spalle, quello di destra non differiva in niente da quello di sinistra. Gli unici punti di riferimento nella steppa erano il cielo sopra la testa e la terra sotto i piedi. Le impronte si cancellavano in fretta. Erano passanti, non lasciavano tracce né ricordi.

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Il punto esclamativo e la sua importanza, nella visione di Čechov

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cechov copertina

Čechov è un maestro nell’arte del racconto breve, non mi stancherò mai di leggerlo. Ogni tanto apro a caso i volumi della sua raccolta e leggo (o rileggo) una storia trovandoci dentro qualcosa di sempre nuovo, di sempre vivo, che ogni volta mi spinge a riflettere non senza il piacere di avvertire anche un sorriso che sale alle labbra. Non ho ancora letto tutte le sue storie, ma conto sul fatto di vivere abbastanza per farlo. Perciò procedo con calma, prendendomi delle lunghe pause.

Come molti di voi sapranno, lo scrittore russo amava ritrarre difetti e virtù della medio borghesia di fine Ottocento. Acuto osservatore della realtà che aveva attorno, sapeva cogliere quelle sfumature e contraddizioni dell’animo umano che ancora oggi ci riguardano un po’ tutti. Svolgeva la professione medica, e questo gli dava la possibilità di fissare nella mente espressioni, gesti e attitudini della gente che incontrava ogni giorno, che poi rimodellava nei suoi racconti e nei lavori teatrali. I quali sono a volte dei ritratti comici, burleschi, caricaturali, che però non si limitano a un umorismo di tipo esteriore e pittoresco ma mettono anche in risalto (in modo forse più evidente nella produzione matura) un’intimità psicologica sottile, sfumata e per molti versi moderna, nella quale è possibile ancora oggi rispecchiarsi.

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Sunset Limited

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Sunset Limited, Cormac McCarthy, Einaudi, 2010, 115 p.

BIANCO: Be’, io non l’ho vista.
NERO: Ero lì fermo al binario. Pensavo ai fatti miei. Ed ecco che arrivi tu. A tutta birra.
BIANCO: Mi ero guardato attorno per essere sicuro che non ci fosse nessuno. Soprattutto bambini. E non c’era anima viva in giro.
NERO: No. Soltanto io
BIANCO: Be’, non so davvero dove potesse essere.
NERO: Mm. Ha proprio deciso di darmi il tormento con questa storia, eh, professore? Magari ero dietro un palo o che ne so.
BIANCO: non c’era nessun palo.
NERO: Allora che mi vuoi dire? Pensi che un angelone nero grande e grosso sia stato mandato giù dal cielo per acchiappare il tuo bel culetto bianco all’ultimo secondo e salvarti da una brutta fine?

Il dialogo si svolge nella cucina di una casa popolare, in un quartiere nero di New York. Intorno a un tavolo sul quale è appoggiata una Bibbia stanno seduti due uomini, uno di fronte all’altro. Un bianco di mezza età e un nero corpulento. Fino a qualche ora fa, prima che il nero strappasse il bianco alle rotaie del Sunset Limited sotto cui stava per lanciarsi, ancora non si conoscevano. Ma quello era solo l’inizio, ora i due devono andare oltre. E così parlano, «da prospettive, lingue e colori antitetici, fra picchi di comicità e abissi di disperazione senza contatto possibile oltre all’ingegno folgorante della penna che li ha partoriti».
Questo è quanto più o meno scritto sul retro della copertina, a cui resta ben poco da aggiungere in realtà. Anche perché si tratta di una pièce teatrale che per essere apprezzata al meglio andrebbe letta di persona, dalla prima all’ultima riga. Ma anche se il tentativo di spiegarla mi appare abbastanza riduttivo e passibile di fraintendimenti, proverò comunque a darvene un’idea il più chiara possibile, magari con l’aiuto di qualche estratto.

Iniziamo intanto col dire che quello messo in scena da McCarthy è un dibattito sul senso dell’esistenza che, passando da momenti calmi ad altri più concitati, con intermezzi a volte anche ironici, procede su due linee parallele destinate a non convergere mai.
Da una parte c’è il Bianco, l’aspirante suicida, un uomo ormai disilluso dalla vita e dal mondo, un intellettuale cinico e refrattario a qualsiasi ipotesi consolatoria, mentre dall’altra c’è il Nero, un avanzo di galera illuminato dalla fede e ormai devoto alla Bibbia, che avendo salvato la pelle al primo si sente adesso in dovere di convertirlo, di restituirlo fiducioso alla vita. Il Bianco però è un caso difficile, un osso duro. Vede nel declino del mondo l’evidente sconfitta dei propri ideali. Non crede più in una serie di cose in cui credeva una volta, “cose culturali” (così le chiama, riferendosi a libri, musica, arte) che dovrebbero stare alla base della civiltà e che nella società di oggi, a suo parere, non contano più.

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Guarda il cieco che spara al mondo / proiettili che volano

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Child bimbi guerra Siria

Siria, 2016. Due fratellini di 3 e 4 anni siedono fra le macerie di Aleppo. Come 3,7 milioni di altri bambini siriani, non hanno mai vissuto un giorno di pace. ©UNICEF/ UN013172/Al-Issa

Di canzoni che hanno la guerra come tema di fondo ce ne sono state tante. Di quelle risalenti agli anni ’60-’70, che esprimevano un desiderio di pace e il disagio per la guerra nel Vietnam, diventate poi un inno per intere generazioni, mi vengono in mente Masters of War di Bob Dylan (1963), War pigs dei Black Sabbath (1970), Imagine di John Lennon (1971), solo per fare qualche esempio. Tra quelle degli anni ’80 ricordo invece Brothers In Arms, dei Dire Straits (1985), e l’altrettanto significativa Civil War, dei Guns N’Roses (1991). Se ve ne vengono in mente altre, citatele pure nei commenti.
Nel frattempo vi propongo un brano che, a mio parere, esprime in modo efficace tutta la sofferenza, la rabbia, il dolore straziante di chi si trova, allora come oggi, catapultato in circostanze così drammatiche. Mi riferisco a Child in time, della band hard rock Deep Purple, uscito nel 1970 e diventato in breve tempo il cavallo di battaglia del gruppo nelle performance dal vivo, grazie alle prestazioni vocali del cantante Ian Gillan, a dir poco portentose.
La canzone inizia con un giro di organo Hammond (più sotto trovate il video per ascoltarla, da una ripresa live datata luglio 1970) eseguito dal tastierista Jon Lord, a cui si aggiunge un po’ alla volta la magnifica voce di Gillan, che da inizialmente lenta procede in un crescendo sempre più acuto e drammatizzato… Personalmente trovo fantastico anche il pezzo centrale del brano, valorizzato dalla performance di Ritchie Blackmore, tra i più bravi chitarristi dell’epoca (forse ricorderete il suo celeberrimo riff nel mitico Smoke on the Water). Poi alla fine entra in scena di nuovo Gillan, che spinge la ballata blues verso un altro giro di acuti, ancora più dolorosi e strazianti di quelli precedenti. Nelle sue urla, in quelle urla (che sono da brivido) io ci vedo il dolore delle vittime di ogni guerra e di ogni tempo, non solo di quelle vietnamite.

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