Cose belle da leggere #1

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Con questa nuova rubrica, che uscirà ogni tanto e senza cadenze fisse, intendo proporre una rassegna di articoli (ri)pescati in giro da altre pagine e risalenti a periodi più o meno recenti. Articoli da leggere durante una pausa-caffè o nelle serate libere da altre incombenze, quando non ci sono stoviglie da lavare, cellulari che ossessionano, figli che urlano, gatti e mariti o mogli che reclamano la loro parte di attenzioni. Quando la tv non ha più il potere di catalizzare ogni cellula del nostro cervello, perché ce ne siamo finalmente affrancati. Un traguardo quest’ultimo, me ne rendo conto, assai difficile da raggiungere ma non impossibile. Quindi suvvia, non abbandoniamo del tutto la speranza, che come si dice in giro è l’ultima a morire.
Prima di iniziare concedetemi però, come sempre, di imbarcarmi in una serie di lunghe e noiose precisazioni, tanto superflue quanto forse necessarie. Innanzitutto mi preme chiarire che per ovvi motivi di spazio non mi è possibile segnalare ogni volta tutto ciò che di interessante recupero in giro, devo per forza fare una scelta. Da qui la necessità di optare per ricerche e analisi che siano in grado di suscitare non solo curiosità ma anche riflessioni di una certa portata, senza però trascurare le proposte di libri e autori che da tempo vorrei approfondire o che mi stanno particolarmente a cuore. Tuttavia, essendomi resa conto di quanto sia arduo rileggere e selezionare, sono pure cosciente del fatto che molte pagine meritevoli potrebbero sfuggire di volta in volta alla mia attenzione. Che poi l’età avanza e la memoria comincia a perdere colpi. Indi per cui, visto che esistono anche blog letterari che conosco appena o non conosco affatto, ho pensato di dare a tutti la possibilità di segnalare nei commenti dei post interessanti, in modo da rendere ancora più ricca e variegata la qui presente proposta. Credo sia inutile aggiungere che eviterò di pubblicare link ad articoli del proprio blog o di promozione dei propri libri o di pubblicità spudorata a chicchessia. Anche perché lo scopo principale di questa rubrica è, sic et simpliciter, quello di porre l’attenzione su tutto ciò che brulica al di fuori del proprio hortus conclusus, in modo da favorire la possibilità di nuovi scambi e amicizie tra blogger.
Ecco allora una prima rassegna di cose belle da leggere, elencate senza ordine di preferenza. Sono articoli che si distinguono tra loro per stile, profondità e contenuti, ma meritano tutti a mio giudizio di essere letti e apprezzati. Se però qualcuno non gradisse l’iniziativa o non volesse farne parte, lo può anche dire senza problemi😛 magari illustrando i motivi del proprio dissenso, e le ragioni stimate, le migliori, e le più forti e convincenti, senza però lasciar l’altre, le quali sieno stimate più deboli, per quella ragione, che stante la gran varietà de’ cervelli, non tutti i gusti o sentimenti sono uniformi (tanto per parafrasare Ludovico Antonio Muratori, storico e giurista del XVII secolo).

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Per chi suona la campana

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Per chi suona la campana, Ernest Hemingway, Mondadori, 1996, 501 p.

Per chi suona la campana, Ernest Hemingway, Mondadori, 1996, 501 p.

Andavano tra l’erica del prato montano. Robert Jordan sentiva l’erica solleticargli le gambe, sentiva sulla coscia il peso della pistola nella fondina, sentiva il sole sulla testa, sentiva fredda sulla schiena la brezza delle vette nevose e nella mano sentiva la mano della ragazza, forte e ferma, le dita intrecciate alle sue. Da quella mano, da quella palma che riposava sulla propria, dalle dita insieme intrecciate e dai polsi incrociati, dalla mano di Maria, dalle sue dita, dal suo polso, gli veniva un che di fresco, come il primo soffio lieve del mattino che passando sul mare increspa appena la superficie vitrea e calma dell’acqua, lieve come una piuma che ti sfiora le labbra o come una foglia che si stacca e cade quando non soffia un alito; così lieve che egli lo sentiva solo col contatto delle loro dita, ma che si faceva così forte e veemente e urgente, così doloroso e impetuoso quando le dita si serravano e le palme e i polsi aderivano, che era come se una corrente gli percorresse il braccio riempiendogli tutto il corpo di uno svuotante, doloroso desiderio. Col sole che le brillava sui capelli color grano e sul bel viso dolce e liscio d’oro bruno e sulla curva del collo, egli le rovesciò indietro la testa e stringendola a sé la baciò. La sentì tremare mentre la baciava: se la premette tutta, forte, contro di sé e sentì attraverso le due camice cachi i seni di lei sul suo petto, sentì i piccoli seni duri, e allora le sbottonò la camicia e la baciò, e lei teneva la testa arrovesciata, stretta nelle sue braccia. (….) Ci fu poi per Maria l’odore dell’erica schiacciata e la ruvidezza degli steli piegati sotto la sua testa e il sole brillò sugli occhi chiusi. Per tutta la sua vita egli non potrà dimenticare la curva di quel collo, e la testa rovesciata tra le radici dell’erica, e le labbra che si muovono appena, e le ciglia palpitanti sugli occhi chiusi per scacciare il sole, e ogni cosa; per Maria tutto era rosso e arancione e d’oro per il sole sugli occhi chiusi, e tutto aveva il colore; tutto, il riempirsi, il possedere, il dare, tutto aveva quel colore stesso, in una cecità che era di quel colore. Per lui era una via oscura che non portava in nessun posto, e ancora in nessun posto, di nuovo in nessun posto, di nuovo ancora in nessun posto e sempre eternamente in nessun posto, coi gomiti duramente affondati nella terra, nel buio, senza fine verso nessun posto, sempre e continuamente sospeso verso l’ignoto nessun posto, ma per rinascere di nuovo e sempre in nessun posto, insopportabilmente ora, su, su, su e in nessun posto, e poi bruscamente, roventemente, tutto il “nessun posto” è svanito e il tempo assolutamente fermo e loro due lì, il tempo essendosi fermato: ed egli sentì la terra mancare sotto di sé e sprofondarsi.

Un crescendo di passione descritto in un simile modo, con quelle parole ripetute che rendono l’attimo ancora più intenso fino al culmine dell’estasi, non mi era mai capitato di leggerlo. Affermare che questo brano è meraviglioso, sarebbe dir poco. Ma questo non è un romanzo d’amore. Sì, c’è anche quello, che proprio in virtù del contesto difficile in cui si sviluppa acquista particolare risalto, ma non è un romanzo d’amore. È una vicenda di guerra, con aspetti anche crudi e brutali, che si rifà a un pezzo di Storia del secolo scorso, miscelando realtà e fantasia con consumata esperienza. Un romanzo di cinquecento pagine per descrivere una vicenda che si snoda in tre giorni. Ma in questo breve lasso di tempo l’autore è riuscito a condensare un intero conflitto, con tutto il dramma umano che ne consegue. Continua →

Chiacchiere letterarie

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Omaggio floreale di Nabokov per i prodi lettori di Fuoco pallido. Solo per chi l’ha letto fino all’ultima riga, senza imbrogliare le carte (Indice analitico e Note del curatore inclusi)

Omaggio floreale di Nabokov per i prodi lettori di Fuoco pallido. Solo per chi l’ha letto fino all’ultima riga, senza sgarrare (Indice analitico e Note del curatore inclusi)

Come si sarà capito dalla foto, in questo periodo sto leggendo, tra le altre cose, anche un romanzo di Nabokov, che forse sarebbe meglio definire non-romanzo, o meglio ancora iper-romanzo: Fuoco pallido. Il mio primo Nabokov, lo confesso. Meglio tardi che mai. Probabilmente avrei fatto meglio a cominciare con Lolita, che da quanto si legge in giro sembra essere più indicato come approccio, ma come al solito ho l’abitudine di complicarmi l’esistenza. Questo infatti è un testo abbastanza complesso, con più livelli di lettura e di difficile impatto, che però – bisogna riconoscerlo – non pecca di inventiva e originalità. Lo stile descrittivo è ricercato, raffinato, dettagliatissimo (forse a volte anche troppo), a tratti così sublime da far girare la testa, mentre la trama è davvero singolare e audace, fuori da ogni schema.
Riassumendo al massimo, si tratta di un poema di novecentonovantanove versi, suddivisi in quattro canti, seguito da un lungo e articolato commento ai versi stessi. L’autore del poema è un tale John Shade, che l’ha scritto pochi mesi prima del suo decesso, mentre il commento è redatto da un certo professor Charles Kinbote, che si picca di essere stato amico del poeta e di essere l’unico in grado di interpretarne i versi. Il problema, però, è che li interpreta a sua scelta e piacere, cercando in ogni parola dei possibili riferimenti al mondo di Zembla (reale o immaginario?) e alle vicissitudini del suo sovrano esiliato, Charles il Beneamato (Kinbote stesso?), braccato da un sicario che ha l’incarico di liquidarlo.
La difficoltà sta nel fatto che il romanzo, così com’è stato strutturato, costringe chi lo legge a saltare continuamente avanti e indietro – dal poema al commento, dal commento al poema – nel tentativo di scovare dei nessi chiarificatori tra le due parti, che in realtà però non esistono. Così capita che ad un certo punto, snervati da tanta fatica improduttiva, si decida all’improvviso di esplorare solo la seconda parte del romanzo, quella del commento, prendendolo così com’è, come un fiume che scorre in piena, senza sentirsi troppo in colpa per il balzo trasgressivo. E allora a questo punto tutto cambia, e in men che non si dica ci si ritrova comodamente seduti in poltrona, con un bicchiere di scotch in mano, mentre dalla finestra si comincia a scorgere un panorama di rara bellezza, traboccante di ingegnosi sviluppi letterari, davanti al quale svaniscono, come neve al sole, anche le ultime resistenze.
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Pedro Salinas, il poeta dell’amore

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La voce a te dovuta, Pedro Salinas, Einaudi, 1979, p.234

La voce a te dovuta, Pedro Salinas, Einaudi, 1979, p.234

Chi mi conosce sa quanto io apprezzi una poetica intelligente, fatta di riflessione e scavo interiore. Meglio ancora se impostata in modo originale o venata di sottile ironia. Per questo e altro le poesie di carattere puramente sentimentale mi hanno sempre attratta poco e altrettanto poco convinta, a parte qualche rara eccezione (vedi ad esempio Cesare Pavese, di cui mi piace tutto o quasi). Oltretutto mi sorge il dubbio che non sia per niente facile scriverle, le poesie d’amore, perché il rischio di scadere nella banalità, nel ridicolo o nell’affettazione è sempre dietro l’angolo. Forse è più facile verseggiare sui colori della natura, sulla vita e la morte, sulle crisi interiori e le solitudini sofferte, che non sulla persona amata e desiderata. Capita infatti di rado di leggere dei versi d’amore, classici o moderni, che siano veramente in grado di esprimere qualcosa di significativo e vibrante, mentre al contrario è più facile imbattersi in composizioni che, al di là di una loro apparente gradevolezza, sono in realtà incapaci di destare un vero coinvolgimento.

Non è questo il caso di Pedro Salinas (1891 –1951), professore universitario, poeta e critico letterario nella Spagna degli anni ‘30, poi esule negli Stati Uniti durante gli anni della guerra civile. Salinas aveva fatto parte della famosa “generazione del 1927”, una vera e propria avanguardia letteraria con un programma di progetto e di scrittura, fondata da un gruppo di poeti spagnoli vincolati anche da amicizia personale, tra i quali Jorge Guillén, Rafael Alberti, Federico García Lorca, Gerardo Diego, solo per citarne alcuni. Diciamo subito che Salinas è riuscito a distinguersi fra tutti per la capacità di trasporre i sentimenti in versi in un modo veramente unico e originale, oltre che incredibilmente intenso, al punto che la sua opera è considerata ancora oggi tra le migliori della poesia amorosa del Novecento. Le scelte espressive del poeta si muovono all’interno di schemi convenzionali operando delle lievi e sottili trasformazioni, e in questo modo riescono a sviluppare un discorso nuovo e personale senza entrare in rottura con la tradizione. Anche le eventuali suggestioni ereditate dalla generazione precedente – Unamuno, Machado e in particolare Juan Ramón Jiménez – si rivelano più delle assonanze che non dei veri e propri echi.
La voce a te dovuta, pubblicata nel 1933 e considerata dalla critica odierna come la raccolta della maturità, è composta da settanta poesie dedicate alla stessa donna, una sorta di canzoniere amoroso che trasuda passione e sensualità da ogni verso. Sono componimenti autonomi e senza titolo, non legati tra loro da una successione temporale, che però concorrono a formare un discorso unitario, tutto incentrato sulla ricerca di una forma d’amore che possa trascendere i limiti imposti dal tempo e dalla realtà contingente. Volendo si potrebbe anche intendere come un poema della memoria, dove i versi viaggiano sul filo di ricordi, emozioni e sensazioni attraverso dei monologhi o lunghi dialoghi con la figura dell’amata. É una poetica che indaga i diversi momenti e stati d’animo dell’amore, con domande e risposte che vanno alla continua ricerca di un senso. La donna appare concretamente desiderata e amata, oggettiva in se stessa, ma a volte anche sfuggente, impenetrabile per alcuni aspetti.

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Uno scherzetto

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Un limpido meriggio invernale… Il gelo è compatto, scricchiola, e a Nàdenka, che mi tiene a braccetto, si coprono d’una brina argentea i riccioli delle tempie e la peluria sopra il labbro superiore. Stiamo su un alto poggio. Dai nostri piedi fino al suolo si stende un piano in pendio, nel quale il sole si guarda come in uno specchio. Accanto a noi, piccole slitte rivestite di panno rosso vivo.
– Scivoliamo giù, Nadezda Petrovna! – supplico io. – Una volta soltanto! Vi assicuro che rimarremo sani e salvi.
Ma Nàdenka ha paura. Tutto lo spazio dalle sue piccole soprascarpe al termine del poggio ghiacciato le sembra una terribile voragine, smisuratamente profonda. Le manca il fiato e le si ferma il respiro, quando guarda in basso, quando le propongo solo di salir nella slitta, ma che sarebbe mai, se si arrischiasse a volar giù nella voragine! Morrebbe, impazzirebbe.
– Vi supplico! – dico. – Non bisogna aver paura! Capitelo, questa e pusillanimità, è viltà!
Nàdenka cede, infine, e io vedo dal suo volto che cede a rischio della vita. Io la faccio sedere, pallida, tremante, nella slitta, la cingo col braccio e insieme con lei mi precipito nell’abisso.
La slitta vola come un proiettile. L’aria solcata ci percuote in viso, urla, fischia negli orecchi, ci morde, ci pizzica dolorosamente dalla rabbia, vuole strapparci la testa dalle spalle. Per la pressione del vento non s’ha la forza di respirare. Sembra che il diavolo in persona ci abbia avvinghiati con le zampe e urlando ci trascini all’inferno. Gli oggetti circostanti si fondono in una lunga striscia che fugge impetuosamente…Ecco, ecco, ancora un attimo, e pare che saremo perduti!
– Io vi amo, Nadia! – dico io sottovoce.
La slitta comincia a correre sempre più piano, l’urlio del vento e il ronzio degli strisci non son più così paurosi, il respiro cessa di venir meno, e noi, finalmente, siamo in fondo. Nàdenka è più morta che viva. É pallida, respira appena… Io l’aiuto ad alzarsi.
– Per nulla al mondo ci verrò un’altra volta, – dice, guardandomi con occhi dilatati, pieni di sgomento. – Per nulla al mondo! Per poco non son morta!
Dopo un po’ di tempo ella torna in sé e già mi guarda interrogativamente negli occhi: sono stato io a dire quelle quattro parole, o le è solo sembrato di udirle nel frastuono del turbine? E io sto accanto a lei, fumo e osservo con attenzione il mio guanto.
Ella mi prende sottobraccio, e noi passeggiamo a lungo attorno al poggio. L’enigma, evidentemente, non le dà pace. Sono state dette quelle parole o no? Sì o no? Sì o no? É una questione d’amor proprio, d’onore, di vita, di felicità, una questione importantissima, la più importante al mondo. Nàdenka, impaziente, malinconica, mi getta occhiate in viso con uno sguardo penetrante, risponde a sproposito, sta a vedere se mi metterò a parlare. Oh, che giuoco su quel caro volto, che giuoco! Io lo vedo, ella lotta con se stessa, ha bisogno di dire qualcosa, di domandare qualcosa, ma non trova le parole, è a disagio, ha paura, la gioia gliel’impedisce… Continua →

Marco e Mattio

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Marco e Mattio, Sebastiano Vassalli, ET Einaudi, 1994, 315 p.

Marco e Mattio, Sebastiano Vassalli, ET Einaudi, 1994

Questa è una storia che per molti aspetti colpisce e impressiona, difficile dimenticarsela. Una storia che parla di miseria, di fame, di pazzia, di follia redentrice, il tutto sullo sfondo di grossi cambiamenti epocali. Anche in questo caso, com’era accaduto nel romanzo La chimera, la trama si modella sulla base di un’accurata ricerca documentaria che in alcune parti si avvale dell’invenzione. I riflettori sono puntati non sui grandi personaggi storici, che pur essendo presenti rimangono sullo sfondo del romanzo, ma sulla gente umile e povera, che rappresenta da sempre la categoria più vessata del tessuto sociale. Vassalli tendeva infatti a prediligere le vicende dei singoli che si incrociano con la Grande Storia, le storie di uomini e donne spesso sconosciuti o quasi del tutto ignoti, che spesso e volentieri ripescava dal buio dell’oblio con tutto il loro carico di esperienza vissuta e patita. Era quindi un narratore di storie più che un romanziere nel senso classico del termine, ma in fondo raccontare – come ha scritto Paolo Mauri nel retro copertina – è pur sempre salvare, raccontare è anche un’opera di perplessa pietas verso vite altrimenti estinte per sempre.

Il periodo storico tracciato nel romanzo è quello a cavallo fra il Settecento e l’Ottocento, che vide la fine della Repubblica di San Marco (le cui classi nobiliari opprimevano da decenni le campagne venete con pesanti dazi) per opera delle truppe napoleoniche francesi, le quali al posto della libertà promessa si dedicarono a soprusi e saccheggi, per poi cedere da lì a poco il Veneto all’Impero Austriaco, che tolto un breve periodo ci spadroneggiò fino all’unità d’Italia, imponendo nuove e pesanti tasse alla popolazione locale. Erano quindi anni turbolenti per l’Italia, segnati dall’alternanza di continui domini stranieri e da tentativi di sommosse contadine soffocate subito nel sangue. Famosa ad esempio quella capeggiata dal brigante Desiderio Manfroi, detto l’Userta, che cercò di ribellarsi ai soprusi dell’aristocrazia bellunese, di volta in volta compromessa con il dominatore straniero di turno, forse più con l’intenzione di trafugare per sé dei beni preziosi che non per vero amor di patria, come suppone anche Vassalli nel libro. Il quadro che il romanzo dipinge di questo periodo storico è comunque sconsolante, perché alla fine chi ci riemetteva era sempre la classe rurale, che restava povera, cenciosa e affamata, mentre i ceti aristocratici trovavano sempre il modo, grazie ad un’alleanza o all’altra, di preservare vecchi e nuovi privilegi.

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Una volta ogni tanto

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caffè3Stupita e divertita dalla chiavi di ricerca che conducono al mio blog, vi passo di nuovo in rassegna quelle più buffe degli ultimi mesi, pescate dalle solite statistiche di wp… Niente di che, solo per ravvivare la tipica monotonia del lunedì mattina, quando ancora si fatica ad ingranare la marcia per affrontare la settimana…

solitario ma non troppo

Piacere di conoscerti. Per quanto mi riguarda, socievole ma non troppo. In fondo c’è ben poca differenza tra noi due, siamo perfino interscambiabili.

e fortuna che oggi non tira vento

Già, così non devo andare come al solito a raccattare la biancheria sul balcone del vicino… Che ormai, essendo già al corrente della marca, del colore e della taglia delle mutandine che indosso, ci mancherebbe anche che venisse a scoprire i segreti del reggiseno.

mi fumo pavese l’anima

Questa me la devi spiegare meglio, che mica l’ho capita.

il barnabo delle montagne online

Ma dai, ha aperto pure lui un blog? Quando ritorni da queste parti segnalami il link, che non ci ho mai creduto che se la passi tanto male a fare il guardaboschi (secondo me con i briganti ci gioca infatti a carte, altro che a nascondino!)

pinguedine occhiali d’oro lane inglesi

Ritratto conciso di Athos Fadigati; la tua sintesi batte addirittura il San Bignami, refugium peccatorum di ripassi fulminei per studenti pigri.
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La gioia di scrivere – 2a parte

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Fot. Adam Golec / Agencja Gazeta

Wisława Szymborska (Fot. Adam Golec / Agencja Gazeta)

Nel precedente post ho parlato dello stile piacevolmente ironico di Szymborska, e di quanto spesso il suo messaggio risulti comprensibile, accessibile un po’ a tutti, pur non essendo affatto scontato. Un’altra particolarità della sua poetica, che proprio per questo la rende unica e riconoscibile, è l’attenzione quasi sempre rivolta alla quotidianità del mondo reale, con osservazioni che decollano da un’inezia, da un dettaglio anche banale, per poi allargarsi in volo ad una visuale di più ampio significato. Non a caso l’autrice era stata definita una miniaturista dai critici letterari, proprio per questa sua tendenza a “comprimere” nei versi gli aspetti più pregnanti della condizione esistenziale umana, con un uso spesso felice e talora sorprendente delle metafore adottate.
Solo lei poteva, ad esempio, dedicare dei versi a una cipolla, intesa come ideale di perfezione da contrapporre all’essere umano, il quale ha sì il dono di una preziosa e irrepetibile singolarità, ma purtroppo è anche impastato di continue contraddizioni, di conflitti e zone d’ombra, tutti difetti che l’ortaggio sembra invece non conoscere (La cipolla, p.389):

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