Le donne di Rubens

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The Rape of the Daughters of Leucippus, c. 1617 wikipedia.org

Belle in carne, come piaceva all’epoca. Ma anche dotate di una vitalità esuberante, di una floridezza dirompente, messa ancora più in risalto dai contrasti di luce e colore, grazie alla mano di un artista che era in grado di creare forme armoniche e nello stesso tempo generose, opulente, in perenne equilibrio tra sacro e profano. Donne che non dovevano vergognarsi delle loro rotondità e degli eventuali inestetismi dovuti all’esorbitanza delle carni, proprio perché appunto figlie del Barocco, come scrive Wisława Szymborska nella poesia, e quindi libere di piacere e di piacersi per quello che effettivamente erano, senza complessi di sorta. Ed è forse per tale motivo che ancora oggi, a distanza di secoli, suscitano in noi che le osserviamo non solo stupore ma anche rispettosa ammirazione. Poi Szymborska, con la consueta e deliziosa ironia, non evita di confrontarle con le “magre sorelle” dei nostri tempi, che se avessero avuto la sventura di nascere nel Seicento… altro che stuolo di fotografi, stilisti, riviste di moda e contratti milionari! Di certo, almeno agli occhi del nostro pittore fiammingo sarebbero passate inosservate. Continua →

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La quinta candela

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Tel Aviv, Israele. Siamo nella settimana di Hanukkah, la festa delle luci che cade tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre, quando ogni sera, nelle case e famiglie ebree, si accendono i lumi di un candelabro a nove bracci per rinnovare la volontà di sopravvivere del popolo ebraico e celebrare il dominio della luce sull’oscurità.
Amotz Yaari, dopo una giornata gravida di impegni lavorativi, si appresta a passare la notte con Nadi e Neta, i piccoli nipoti di due e cinque anni, in modo da concedere alla nuora, la bella e irrequieta Efrat, una serata libera da passare con gli amici. Suo figlio Moran, sposato con Efrat da qualche anno, è partito come riservista nei territori occupati, mentre sua moglie Daniela, più avvezza a fare da baby-sitter ai nipotini, è volata in Africa per alcuni giorni… Quello che nonno Yaari ancora non sospetta è che da lì a poco, appena la bella nuora sarà scomparsa oltre la soglia, risucchiata come una falena nella notte israeliana, lui si troverà costretto ad affrontare una serie di piccole burrasche, con tanto di venti forti e mare mosso…
Non serve aggiungere altro, se non lasciarvi in compagnia di queste deliziose e movimentate pagine, estratte da un capitolo di “Fuoco amico”, nelle quali molti di voi, ne sono certa, avranno la possibilità di riconoscersi almeno in parte, nonni o genitori non fa poi tanta differenza. Chi ha avuto a che fare almeno una volta nella vita con i capricci dei bambini piccoli sa bene di cosa parlo, e probabilmente si troverà a sorridere o a rabbrividire, a seconda dei casi, di fronte all’episodio che fra poco lo travolgerà…

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Un bagno di dolcezza

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La rete riserva anche questo genere di emozioni: la possibilità di ascoltare la parte iniziale, appena sussurrata e in versione acustica, di tre bellissimi brani del noto gruppo salentino, già apparsi come inediti nella raccolta Una storia semplice del 2012. Apprezzo da sempre la voce unica e particolare di Giuliano Sangiorgi, capace a mio parere di coinvolgere come poche, e ascoltarlo così, solo voce/chitarra e senza il supporto della band, è un piacere che non ha eguali…

Buon fine settimana a tutti, in compagnia di un clima in verità un po’ bizzarro, deliziosamente incerto tra caldo e freddo ma già carico di profumi inebrianti.

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Alle fronde dei salici – Salvatore Quasimodo

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Negli anni più tragici della seconda guerra mondiale i poeti non avevano più voce, scrive in questa poesia Quasimodo. Avevano appeso le loro cetre alle fronde dei salici (alberi tradizionalmente associati al pianto e al dolore) ed erano rimasti muti, dolorosamente raccolti in una silenziosa protesta. Del resto, come avrebbero mai potuto cantare i loro versi con il piede straniero (i nazisti invasori) premuto sopra il cuore (l’amata patria occupata, violentata e oppressa)? Come sarebbe stato possibile trovare un minimo d’ispirazione, fosse anche una sola parola, di fronte ad eventi terribili quali il massacro delle fosse Ardeatine (Roma, 24 marzo 1944) e la strage di Marzabotto (29 settembre–5 ottobre 1944)? Quest’ultima tristemente ricordata anche come “marcia della morte”, perché aveva visto altre località emiliane passate in rassegna dalle truppe nazi-fasciste, con centinaia di uomini, donne, vecchi e bambini massacrati nelle piazze, nelle loro case o lungo le strade… Nessun partigiano tra le vittime della rappresaglia tedesca, solo povera gente terrorizzata.

Come si può leggere in questo articolo, «nel 1944 Quasimodo non riesce a produrre un solo verso, al pari di altri scrittori italiani che pur non partecipando attivamente alla lotta di liberazione, sono resi creativamente sterili dal dolore e dal lutto. Nei primi mesi del 1945 Quasimodo riprende la penna in mano e scrive la bellissima lirica Alle fronde dei Salici, in cui il poeta manifesta il travaglio interiore di uomo e di poeta. La poesia apre la raccolta poetica Giorno dopo giorno ed esprime l’impazienza verso i progressi dell’offensiva contro l’esercito tedesco. Ma esprime anche la gioia per la Liberazione che si concluderà qualche mese più tardi, il 25 aprile 1945. Una doppia liberazione per il poeta che non ha potuto scrivere per lungo tempo. Si può dunque considerare Alle fronde dei salici la poesia della Liberazione, che pone fine al silenzio in cui si erano relegati i poeti, inaugura la nuova poetica italiana e ridà voce al popolo».

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.
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Uccellino del paradiso

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Questo è il mio primo incontro (e non sarà l’ultimo) con Joyce Carol Oates, scrittrice newyorkese dalla penna prolifica e infaticabile, attiva fin dagli anni ’70 e capace di spaziare con grande padronanza in diversi generi e forme letterarie. Ha pubblicato romanzi, racconti, poesie, saggi critici e lavori teatrali, cercando sempre di coniugare la qualità con la quantità. Nel tempo le sono stati tributati numerosi premi e riconoscimenti ed è stata candidata più volte al premio Pulitzer e al Nobel. Ha inoltre lavorato per trent’anni all’università di Princeton, dove teneva seminari di scrittura creativa.

Che dire? Ammetto di esserne rimasta sedotta, in particolare per lo stile molto coinvolgente che, nonostante la prolissità e ripetitività di talune descrizioni (un centinaio di pagine in meno avrebbe sicuramente giovato al romanzo), ha il potere di mantenere sempre viva l’attenzione. Ci sono stati dei momenti, infatti, in cui mi sembrava di essere dentro la mente di Krista Diehl (grazie anche al narrato in prima persona, che favorisce l’immedesimazione da parte del lettore), un’adolescente timida e silenziosa alle prese con “il guaio”, come lo definisce lei stessa, che ha sconvolto la sua famiglia. Una bambina in crescita costretta ad affrontare una portata di eventi che piegherebbe anche l’adulto più scafato. Da una parte un padre amatissimo, grande lavoratore ma anche alcolista e fedifrago, che sarà appunto al centro di un misterioso delitto nella veste di sospettato, evento che darà il colpo di grazia a un ménage coniugale già zoppicante da tempo; dall’altra una madre dura e fredda, lesa nell’orgoglio dal comportamento del marito e per tale motivo ancora più acida, palesemente incapace di dare ai figli (Krista e Ben) il necessario supporto emotivo/morale. E sullo sfondo l’ombra dell’orrendo crimine, rievocato più volte nei ricordi dei vari personaggi, che ha visto come vittima Zoe Kruller, una seducente cantante di bluegrass che di giorno lavorava in una cremeria e di notte si esibiva in un locale della zona. La bella Zoe dalla carnagione lattea, dai capelli biondo fragola e dal sorriso contagioso (dettagli ripetuti fino allo sfinimento nel libro), che quando cantava Little Bird of Heaven (il brano country che dà titolo al romanzo) muovendosi sul palco con i tacchi alti, inguainata in un abito rosso e luccicante, mandava il pubblico in visibilio. La bella Zoe che sorrideva e ammiccava a tutti, mettendo in mostra la scollatura ogni volta che si inchinava, e che guarda caso intratteneva una relazione proprio con Eddy Diehl, il padre della timida e silenziosa adolescente. Un uomo in realtà debole, non sempre capace di controllare le proprie pulsioni, che per il fatto di avere inizialmente mentito alla polizia risulta ora il maggiore indiziato. L’altro sospettato è Delray Kruller, ex marito della vittima e padre di un adolescente irrequieto, Aaron, di cui l’autrice seguirà le vicende parallelamente a quelle di Krista, attraverso due percorsi alternati che tenderanno a incrociarsi più volte…

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Il vecchio e il mare

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È stato un bel viaggio, quello al fianco di Santiago. Anche disagevole, a dire il vero, come disagevole e altalenante (oltre che ricca di fascino) è la vita stessa, con tutto quel succedersi di alti e bassi, di conquiste e perdite, di esaltazioni e abbattimenti. Senza i quali non si riuscirebbe ad apprezzare fino in fondo il sapore della riuscita, nel momento in cui diventa finalmente una certezza. Senza i quali sarebbe forse anche impossibile accettare la sconfitta come occasione per riflettere, per guardarsi meglio dentro, facendo così dell’umiltà una virtù.

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Il vecchio e il mare, Ernest Hemingway, Mondadori, 2014, 125 p.

La trama di questo breve romanzo (o lungo racconto) è talmente nota che penso di non far torto a nessuno nel riportarla a grandi linee; in caso contrario, evitate di proseguire la lettura. Al centro della vicenda c’è quindi Santiago, un vecchio pescatore cubano la cui misera vita è rischiarata solo dall’affetto di un ragazzino, Monolito, a cui insegna i rudimenti della pesca. Sono però tre mesi che il vecchio rientra dai suoi viaggi per mare a mani vuote, come se fosse perseguitato dalla scalogna (considerato salao – ossia spacciato, finito – anche dalla gente del posto, che lo guarda con compatimento), per cui una mattina decide di riprendere il largo, questa volta senza il ragazzo, per sfidare di nuovo la sorte. All’inizio questa sembra sostenerlo, visto che abbocca all’amo un magnifico marlin di oltre cinque metri, il pesce più grosso che gli sia mai capitato di incontrare in tanti anni, e visto anche che riesce dopo lunghi e spossanti tentativi ad ucciderlo e legarlo alla sponda della barca. Ma nel momento in cui naviga sulla rotta del ritorno ecco rimpiombare la sfortuna sotto forma di ripetuti attacchi da parte di un branco di pescecani, che in breve tempo spolpano il grosso pesce lasciandone solo la carcassa, malgrado tutti gli sforzi del vecchio per colpirli e respingerli nel tentativo di difendere la sua conquista.

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